Analfabetismo finanziario. Più che numeri è una questione di democrazia

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di Emiliana De Santis

“Il sapere moltiplica il dolore” diceva Schopenauer. Forse è per questo che oggi gli italiani preferiscono non sapere. Ignorano la maggior parte dei termini, dei meccanismi e delle regole dell’economia e della finanza in un mondo in cui a governare sono proprio lo spread, la borsa, le banche centrali e i tassi di interesse. È quanto emerge da un’indagine dell’Ocse secondo cui l’Italia è fanalino di coda tra i Paesi membri, con tassi di alfabetizzazione finanziaria in alcuni casi molto più che dimezzati rispetto alle solite Germania, Svizzera e Stati Uniti ma anche Nuova Zelanda e Australia.

“E’ un problema di formazione” esordisce il ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Maria Chiara Carrozza “[I ragazzi] conoscono la filosofia ma manca la parte pratica che è essenziale per capire le decisioni prese dalle banche centrali o dalle istituzioni finanziarie, per capire che cosa significa democrazia e trasparenza”. E se poi sono proprio loro, i politici e i politicanti, i governatori, gli uomini pubblici, ad ignorare come funziona l’economia, allora il problema è addirittura più grave. Come sottolinea Mario Deaglio in un articolo sulla Stampa, il grave deficit di nozioni in campo economico non solo non permette ai nostri rappresentati di prendere le giuste decisioni ma produce mostri: leggi di bilancio senza copertura, valanghe di emendamenti, proposte di modifica che alimentano le polemiche senza offrire reali soluzioni. E una crisi che continua a mordere.

Gli italiani, secondo l’indagine Ocse, percepiscono abbastanza bene, più dei giapponesi e dei russi, cos’è il tasso di inflazione, probabilmente perché gli anni ’70 hanno lasciato nell’inconscio di una generazione forti ferite legate alla esponenziale diminuzione del potere d’acquisto della moneta. Ma quando si parla di tasso di interesse o di diversificazione del rischio, sono in molti a trovarsi spiazzati soprattutto il gentil sesso, le fasce di popolazione più giovani o le meno istruite. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha quindi lanciato l’allarme poiché la non consapevolezza è indice di non razionalità e quindi di cattive scelte che inducono sempre più a pensare alla giornata senza costruire nulla per il futuro. Ammesso che la situazione attuale ci dia ancora modo di sperare nel futuro. Ciò che ci ha sempre caratterizzato rispetto al resto del mondo è proprio l’elevata propensione al risparmio delle famiglie, consolidata nell’acquisto di beni immobili – per lo più case – e nella tenuta di libretti postali. Negli ultimi 30 anni invece, l’eccesso di consumo e l’esempio americano dell’acquisto a rate – che rimanda nel tempo il costo del bene, facendolo crescere in alcuni casi anche del 60/70% – hanno cambiato le abitudini economiche delle famiglie che sono sempre più indebitate e strangolate dalla mancanza di credito.

Eppure stiamo parlando di un aspetto vitale della formazione. Gli Stati Uniti, l’Australia e giovani economie come il Sud Africa e il Brasile hanno ormai da qualche anno intrapreso azioni di consolidamento dell’istruzione economica e finanziaria, implementando i programmi suggeriti dell’Ocse e creando appositi Bureau federali, in alcuni casi aiutati dalle Ong in altri finanziati dallo Stato, per l’insegnamento delle materie economiche nelle scuole o in associazioni di categoria. aumentando infatti il livello di conoscenza del settore, i governi delle economie emergenti stanno strategicamente agevolando il consolidamento della crescita in uno sviluppo duraturo. Per il momento l’Italia ha solo il programma Patti Chiari dell’Associazione Bancaria Italiana e qualche nozione di base insegnata nelle scuole secondarie di ragioneria e geometra. Il ministro Carrozza promette di occuparsene nel nuovo anno accademico e vuole farlo senza inserire la materia nei piani di studio ma cercando delle soluzioni alternative affinché la finanza e l’economia siano viste sempre più come applicazione pratica della matematica, della geometria ma anche della letteratura: “Mi piacerebbe che per capire il capitalismo si leggesse Dickens: le pagine di David Copperfield sono molto più chiare di tanti trattati in materia”.

E se invece dovesse essere l’economia ad essere più semplice, più comprensibile, più leggibile? Se il mondo potesse essere governato dagli uomini e dal buon senso, dal far di conto e dalla responsabilità, invece che da un impersonale e freddo indice di borsa?

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