IL PERIMETRO – Transition Valley

Il Perimetro

Mentre la Pianura, eccezion fatta per qualche zona del Piemonte e del Friuli, appare irrimediabilmente danneggiata dall’antropizzazione più o meno industriale, l’arco montano che la circonda – le Alpi – offre un paesaggio decisamente differente. Differenti sono anche le possibilità e le prospettive che lì crescono, tra castagni e betulle.

Innanzi tutto si tratta di luoghi in cui la popolazione è costantemente diminuita, lasciando dietro di sé tutta una serie di abitazioni, condutture per l’acqua, strade e stradine ben integrate con il paesaggio montuoso. Nel secolo scorso, infatti, la gente andava a valle, dove stavano aprendo le grandi fabbriche, che, invece, in montagna non ce ne sono, o ce ne sono pochissime (giusto qualche azienda agricola). Un territorio vasto, una natura generosa, seppur difficile e poco industrializzato: un posto adatto a questi tempi di crisi, insomma, per provare a immaginare qualcosa di diverso.

Nel nostro vagare con la Vespa abbiamo incontrato diversi tentativi che vanno nella direzione di inventare nuove forme di società e di economia, a partire dalla terra che c’è in montagna. Alcune sono decisamente radicali, nel senso che affrontano la questione alla radice, proponendo sin da subito una serie di rotture, affascinanti e consigliabili, ma forse troppo distanti ancora da un sentire comune. Altre, invece, cercando di organizzare un passaggio dolce, che integri gradualmente usanze e pratiche future con le attuali strutture. Tutto quanto quello che abbiamo visto, però, sembra partire dalla consapevolezza, dichiarata o tacita, che il mondo così come lo conosciamo, fondato sul petrolio e sul mercato, non solo non funziona, finendo per generare delle storture insostenibli, ma ha anche vita breve, dal momento che si fonda su una risorsa fossile in via di esaurimento. Gli studiosi e i sostenitori del movimento delle Transition towns, fondato anni fa dall’inglese Rob Hopkins, chiamano questo punto di rottura “picco petrolifero”, ossia il momento, ormai decisamente vicino, in cui il greggio non sarà più a buon mercato e uscirà progressivamente dalle nostre vite.

Cosa fare a quel punto? – si sono chiesti giustamente in Inghilterra e in Irlanda – la risposta è un mix di tecnologia che sfrutti le risorse rinnovabili partendo dalle singole abitazioni e il ritorno ad una dimensione locale, comunitaria, dell’economia e della società, eliminando la folle trafila che rende “conveniente”, ad esempio, che un pomodoro cinese finisca sullo scaffale di un supermercato di Salerno, circondato magari da campi coltivati a San Marzano…

E’ proprio sull’alimentazione che si gioca l’altra carta a disposizione di chi prova a uscire dallo stallo. L’autoproduzione di una buona parte delle risorse di cui una famiglia ha bisogno è a portata di mano, grazie alla coltivazione di un piccolo orto, da gestire in proprio o nella variante “sociale” o “collettiva”, che pure sta prendendo piede. Tutte le realtà che abbiamo conosciuto hanno l’orto. Fa ormai parte della vita delle persone. Non si tratta di un revival del celebre sketch di Verdone che sfotteva gli hippie dell’ultima ora (“piseeellli, zucchineee”) ma di imparare fin da subito a vivere – in certi casi a sopravvivere – quando non arriveranno più TIR carichi di derrate prodotte altrove e la benzina costerà come il Brunello. A quel punto solo i ricchi potranno permettersi uno stile di vita simile a quello che oggi consideriamo “occidentale medio”, mentre per gli altri saranno probabilmente dolori. Esistono invece vie di uscita “morbide” a questa situazione che possono permettere a chi vive in un contesto non cittadino – ossia la stragrande maggioranza degli italiani – di iniziare a fare i conti con il tempo che verrà, traendone anche gli immediati benefici che il cambiamento porterà con sè.

Eh già, perché non è tutto brutto, anzi… la fine della civiltà petrolifera, specie nella sua variante “serena” e “assistita”, porta con sé meravigliosi frutti, come un deciso ritorno alla relazione diretta tra le persone. L’individualismo del consumatore solo di fronte allo scaffale non funzionerà più, non sarà più sostenibile anche solo economicamente, e a farla da padrona sarà nuovamente lo scambio con il vicino, la nascita della comunità, il mutuo soccorso. Ossia una forma sana di “popolo”, parola oggi tetramente sostituita dallo stuolo di “clienti”, “consumatori” e “utenti” con cui ci sentiamo chiamati ogni giorno.

Terra, energie rinnovabili, autoproduzione, riuso, riciclo, popolo e dimensione comune saranno le parole dell’unico domani che potrà e dovrà esistere. Da qualche parte, nelle vallate alpine, qualcuno sta già muovendo i primi passi. Quando torneremo di qui, ne siamo certi, saranno senz’altro di più.

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