Tensioni sociali, le istituzioni tengano alta la guardia

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Vi scrivo solo ora che i fumi della retorica si stanno diradando. Provo a lanciare alcuni spunti di riflessione a pochi giorni dall’omicidio di Paola Labriola, psichiatra ammazzata a Bari con 28 coltellate nell’esercizio del proprio dovere professionale, morta per lavoro. “Non si può morire di lavoro” ha urlato disperatamente il marito di Paola. 

Ed è da questo grido disperato che voglio partire rivolgendo alcuni quesiti alle istituzioni della mia città, ai cittadini troppo spesso distratti: i nostri uffici pubblici sono sicuri? I nostri funzionari possono esercitare in totale serenità e, con un saldo scudo istituzionale dietro cui ripararsi, le proprie prerogative professionali? Non sono domande retoriche le mie che invitino genericamente a riflettere su ciò che è stato a pochi chilometri da Bisceglie perché a Bisceglie, appunto, non accada. Sgombro subito il campo dalle sterili riflessioni sui massimi sistemi e mi lancio nella concretissima realtà cittadina. 

Porgo queste domande perché ho notizia di atti vandalici, di minacce verbali, di intimidazioni ai danni di alcuni funzionari del Comune, in particolare ai danni del personale di alcuni servizi della Ripartizione socioculturale comunale. Mi giungono notizie di atti di intimidazione, denunciati dagli stessi funzionari e dalle rappresentanze sindacali sia alle forze dell’ordine sia agli organi amministrativi dirigenziali e di vertice. 

Auto incendiate sotto le abitazioni private da ignoti, aggressioni verbali e minacce di aggressioni fisiche in orari di lavoro e non, furti (sempre a opera di ignoti) avvenuti negli uffici di via Mauro Terlizzi.

Denunce, quelle sporte, a cui non mi sembra sia seguita risposta da parte delle istituzioni cittadine. Atti che esprimono sicuramente il dilagare del disagio sociale e della disperazione da parte di tanti biscegliesi che per vari motivi (richieste di contributi e sussidi, provvedimenti riguardanti il disagio minorile, interventi socioassistenziali in senso ampio) si trovano a dover interfacciarsi con i servizi sociali cittadini. Atti che, pur contestualizzati, non devono essere però né giustificati né tollerati e anzi devono essere contrastati soprattutto per le modalità violente con cui si manifestano. Riflettiamo anche sul fatto che queste azioni si manifestino nei confronti di chi opera sul campo, del funzionario pubblico che rappresenta le istituzioni e batte il territorio nell’esercizio delle proprie funzioni. 

Al sindaco, all’assessore al ramo e agli amministratori più in generale chiedo: non sarebbe il caso di approfondire seriamente queste vicende, fra l’altro già segnalate agli organi dirigenziali competenti, e successivamente prendere provvedimenti con l’adozione di un adeguato servizio di vigilanza presso gli uffici più esposti?

Alla prevenzione a tutela fisica degli uffici, non sarebbe il caso di affiancare procedure di spersonalizzazione dei procedimenti amministrativi più delicati, così da evitare che determinatati funzionari diventino bersaglio facile da individuare e colpire? A questi quesiti, si affianca la speranza che la trasparenza dei procedimenti, il rifiuto di ogni forma di clientela e connivenza siano pilastri dell’azione amministrativa anche e soprattutto in un campo così delicato come quello dell’assistenza sociale. 

Agli amministratori tutti, ai consiglieri comunali di maggioranza e di opposizione, chiedo di tener alta la guardia su queste vicende, di utilizzare qualsiasi forma prevista dallo statuto comunale, dal Tuel e dal buon senso per stimolare e sollecitare opportuni interventi delle istituzioni a riguardo.

Infine, agli organi di informazione e ai miei concittadini, a tutti i funzionari pubblici chiedo di non girar la testa dall’altra parte, di non essere culturalmente conniventi con certi metodi e di denunciare, di parlare di questi fatti.

Spero di sollecitare con questa lettera aperta risposte e azioni concrete. Non mi interessa sollevare vespai di dibattiti politici fini a se stessi, proclami di buone intenzioni cui non seguono i fatti. Paola Labriola – ricordava Repubblica Bari giorni fa – denunciava da tempo con altri colleghi l’abbandono dei servizi pubblici, era preoccupata ed esasperata “per l’organizzazione del suo servizio, minato nelle risorse e nel personale, privo di vigilanza, con presenza di solo personale femminile. In preda allo sconforto Paola minacciava e meditava il trasferimento in un’altra struttura sanitaria”. 

Siamo sicuri che a Bisceglie non stia accadendo qualcosa di simile? Per i nostri migliori funzionari l’unica scelta è cambiare ufficio o città? E se i nostri migliori funzionari volessero continuare semplicemente – che rivoluzione! – a fare il proprio dovere, potrebbero farlo in tutta sicurezza e con le istituzioni, i cittadini davvero a far da scorta? Aspetto risposte, la città aspetta risposte… concrete!

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