Cina. I 7 tabù dell’Università imbavagliata.

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di Emiliana De Santis

Se i fatti di Tienanmen originarono nei campus, è comprensibile che il Governo cinese tema ancora oggi  l’Università, luogo di cultura e di diffusione delle idee. Ogni anno oltre la Muraglia sono 7 milioni i ragazzi che si immatricolano e più di 1 milione e mezzo quelli che arrivano al traguardo della laurea, di questi oltre la metà diventando ingegneri. E se la democratizzazione sembra inarrestabile, il Partito cerca affannosamente di metterla a tacere.

La transizione democratica della Cina “è inevitabile ed è già iniziata. Non possiamo aspettare che democrazia, libertà e uguaglianza vengano dall’esterno: l’idea che i valori liberali e i diritti umani non siano adatti al mondo cinese è solo un mito propagandato da un regime autoritario che cerca in ogni modo di tenersi il potere”. A parlare è Chen Guangcheng, dissidente cieco molto famoso nel suo Paese soprattutto per le rocambolesche fughe. Parlando all’Oslo Freedom Forum ha sottolineato: “Non bisogna avere paura di un potere autoritario che ha perso le proprie fondamenta morali, etiche e legali”. Per Chen, il passaggio verso una vera democrazia in Cina “è già in atto. Ogni anno avvengono oltre 200mila proteste sociali nel Paese, e cresce la mobilitazione delle voci dissidenti su internet”.

Tutte le segreterie universitarie hanno ricevuto una telefonata in cui si comunicava una lista di argomenti assolutamente vietati, temi su cui non è permesso proferire parola tra le mura accademiche: gli errori storici del Partito Comunista, i diritti sociali, la società civile, la libertà di stampa, l’indipendenza della magistratura, l’aristocrazia e i valori universali. La notizia è stata inoltre confermata da Wang Jiangsong, docente di filosofia al China Institute of Industrial Relations di Pechino che ha denunciato la lista al South China Morning Post e da Yao Jianfu, per moltissimi anni ricercatore di agronomia al Centro di Ricerca e Sviluppo del Consiglio Statale Cinese. Secondo AsiaNews:  «La resistenza democratica ha ripreso vigore nelle università cinesi, culla della rivoluzione poi schiacciata dai carri armati in piazza Tiananmen nel 1989. Diversi intellettuali, docenti e esperti di diritto si sono con il tempo sempre più esposti per denunciare la dittatura monopartitica e la soppressione dei diritti umani e civili in Cina».

I social network, primo vettore di protesta contro i 7 tabù – vizi capitali di una  democrazia che sta lentamente varcando le porte del Celeste Impero – sono stati immediatamente censurati, così avvalorando quella che all’inizio era sembrata solo una voce nel marasma dell’attualità sinica. La comunicazione alle università è stata infatti orale e non diffusa a mezzo di circolare scritta, come accadeva fino a qualche anno fa. La strategia del Partito Comunista è mutata in conseguenza del mutare di scenario: estremamente diffusi in Cina sono gli weibo, siti di microblogging sullo stile Twitter, i primi ad attivarsi in caso di protesta sociale perché gestiti da giovani studenti di quelle stesse università che il governo vuole imbavagliare. Non a caso un utilizzatore di weibo ha scritto: “i sette silenzi corrispondono ad un’unica verità che non si vuole affrontare”.

Il Governo di Pechino è avvertito.

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