Quando il terrorismo entra nello sport. Da Boston al Togo, passando per Monaco 1972 e Atlanta 1996

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Il terrorismo che entra a gamba tesa nello sport, è questo quello che la maratona di Boston lascia tristemente in eredità al mondo. Doveva essere una giornata di festa quella del 15 aprile, ma la mente folle guidata dalla matrice del terrorismo lo ha impedito. L’immagine simbolo della maratona non apparterrà a nessun corridore, ma sarà per sempre quella del terrorista che cammina nella folla passando dietro al piccolo Martin, vittima di soli 8 anni. Resterà vivo insieme a questo ricordo anche lo stupore e lo sgomento, misto a dolore e rabbia. Boston ora deve cercare di andare avanti dopo aver saputo che anche la caccia all’uomo al secondo autore di tale brutalità è finita; l’altro autore dell’esplosione era morto negli scontri poche ore dopo l’attentato. Ma la maratona di Boston non è sola in questa triste lista. Ci sono altri avvenimenti che hanno unito indelebilmente l’evento sportivo con la politica del terrore.

Il più celebre: lo spirito olimpico, basato anticamente sulla neutralità, brutalmente violentato la notte del 5 settembre 1972. Erano le Olimpiadi di Monaco 1972, la Germania voleva e doveva dare i primi segnali di tranquillità nazionale, ma alla fine a vincere fu la violenza dell’organizzazione palestinese “Settembre nero” che fece irruzione in alcuni alloggi di atleti israeliani. Il bilancio dopo il sequestro e gli scontri all’aeroporto è tremendo: 11 ostaggi e un poliziotto tedesco morti, più 5 del gruppo dei terroristi. Dopo una lezione del genere, basata su odio e intolleranza, lo show come troppo spesso accade è andato avanti ugualmente. Terrorismo e sport, quello che succede ancora una volta alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996, quando nel “Centennial Olympic Park” nella notte del 27 luglio esplode una bomba che provoca la morte di due persone, una per infarto e una per colpa di alcune schegge. Il responsabile, Eric Rudolph, voleva “confondere, far arrabbiare e imbarazzare il governo di Washington agli occhi del mondo per il suo abominevole ruolo nella somministrazione dell’aborto su richiesta”. L’ultimo, prima dei fatti di Boston, è l’attentato che ha visto tristemente protagonista la Coppa d’Africa. Era l’8 gennaio del 2010, quando il pullman del Togo, in Angola appunto per la competizione continentale, viene attaccato da un gruppo di separatisti. Nel corso del folle attacco perderanno la vita tre persone, Stan Ocloo addetto stampa, l’autista e Hubert Velud, il secondo dell’Ct della nazionale. A nulla servì la richiesta della federazione togolese di rinviare la competizione, d’altronde the show must go on. Per il Togo no, quella volta la Coppa d’Africa si fermò lì.

Cristiano Checchi 

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