La comunicazione e il Concilio Vaticano II, presentazione del nuovo libro di Viganò

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di Laura Guadalupi

Il Vaticano II e la comunicazione. Una rinnovata storia tra Vangelo e società è il titolo dell’ultimo libro di Dario Edoardo Viganò, direttore generale del CTV, Centro Televisivo Vaticano.
Il volume è stato presentato lo scorso 6 marzo presso la Libreria Paoline Multimedia, a Roma, dove il giornalista Rai Rosario Carello ha intervistato l’autore.

Il tema della comunicazione è stato centrale durante il Concilio Vaticano II e lo è tutt’oggi, il che rende questo libro di grande attualità. Partendo dalla descrizione del contesto storico in cui si inserisce l’annuncio del Vaticano II, si arriva a profilare una delle caratteristiche dei giorni nostri: l’erosione del sacro. Nelle parole dell’autore, ciò avviene nelle produzioni mediali quando linguaggio e simboli della fede, presi di mira dalla pubblicità, vengono “fagocitati” da una “girandola mediatica che utilizza tutto ma, utilizzandolo, lo svuota di significato”. Eroso, privato del suo contenuto, il sacro subisce una “riappropriazione differente dal punto di vista semantico”. Come mai un lavoro storico sulla comunicazione si chiude con questo discorso? Perché tra le eredità del Concilio, risponde Viganò, c’è “la responsabilità di trovare le parole, oggi, per raccontare la verità della fede, verità che non è argomentativa, è testimoniale”.

L’autore parla di come lo sviluppo dei media abbia portato il Vaticano II a doversi confrontare con un modello di comunicazione a cui si era poco abituati.  Il rapporto con i giornalisti è descritto come difficile, all’inizio. In seguito, però, conclusa la prima sessione, i padri conciliari si rendono conto della necessità di dover comunicare anche all’esterno le questioni centrali del dibattito. Verranno quindi approvate l’Inter mirifica e altri documenti di grande interesse come la Gaudium et spes.
Dopo il Concilio, la comunicazione della Chiesa è diventata dipendente dal carisma personale del Papa? A questa bella domanda l’autore risponde distinguendo tra comunicazione del Papa e comunicazione della Chiesa: non esiste una chiesa di Giovanni XXIII, una di Paolo VI, un’altra di Giovanni Paolo II. La chiesa è una sola. Un papa contribuisce a quest’unico, grande progetto con se stesso, la sua storia e le sue capacità. In questo senso, quindi, nella comunicazione del pontefice, fa molto il carisma personale. Altro è la comunicazione della Chiesa, gestita da suoi media propri, organismi che con la stessa capacità professionale e la medesima passione si mettono al servizio di chiunque sia il Papa.

In piena sintonia con il concetto di universalità della Chiesa, che non appartiene a nessuno, se non a Dio, vogliamo concludere con le parole di Benedetto XVI pronunciate durante la sua ultima Udienza Generale. È un modo per riportare il focus sull’attualità, pur astenendoci dal prendere parte alla ridda di voci sollevatesi da ogni dove. Riportiamo uno stralcio dell’unica vera fonte di informazione che, da sola, basterebbe a sfatare tutte le interpretazioni fantasiose ascoltate in queste settimane.

Sono parole che vengono dal cuore di un uomo di fede. Umile, coraggioso, libero. Colto e carismatico. Di un carisma delicato, che trasforma il cuore senza passare dalla pancia, ma con gli strumenti sottili del ragionamento, dove fede e ragione sono gli emisferi della stessa anima.
Forse troppe qualità, troppo incomprensibili per i nostri tempi, così spesso accelerati ed epidermici.

<<[…] E otto anni dopo posso dire che il Signore mi ha guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza. E’ stato un tratto di cammino della Chiesa che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa, e il Signore sembrava dormire. Ma ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare. Ed è per questo che oggi il mio cuore è colmo di ringraziamento a Dio perché non ha fatto mai mancare a tutta la Chiesa e anche a me la sua consolazione, la sua luce, il suo amore […]>>  (fonte: www.vatican.va)

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