Diario da Taranto – Le tre città più belle del mondo

di Pierfrancesco Demilito

Mia nonna si chiamava Stella e mai nome fu più azzeccato. Aveva due occhi che brillavano come grandi stelle in un cielo scuro e una risata travolgente e irresistibile. E’ andata via presto e i ricordi che mi legano a lei sono quelli della mia infanzia. La ricordo sempre con un bel sorriso e spesso mi torna in mente quando, mettendo le mani sopra i fianchi, mi domandava seria, come un’insegnante che interroga un alunno, “quali sono le tre città più belle del mondo?”. La risposta mi era stata insegnata in precedenza da lei stessa e io a menadito ripetevo: “Budapest, Bucarest e Tarde nuestr”. Taranto nostra. Una città che sentiva davvero sua e che amava intensamente. Ne amava il mare, i suoi riti durante la settimana santa, i suoi sapori e il suo dialetto.

Se amo così tanto Taranto è anche grazie a lei. Ormai vivo lontano da Taranto da dodici anni e in questi anni non ho mai smesso di sentirla la mia terra, l’ho amata visceralmente anche se a distanza, anzi soffrendone la distanza. E così, per sentirla ancora un po’ vicina, nel corso della mia attività giornalistica, soprattutto grazie a Mediapolitika, ho cercato sempre di continuare a seguire, raccontare e analizzare quanto stava accadendo a Taranto. Sì, grazie a Mediapolitika, perché questo giornale è sempre stato molto attento alle vicende tarantine e non è un caso se già nel 2009 pubblicò un articolo dedicato al problema della diossina in terra jonica firmato da Valentina Verdini, una giovane giornalista romana. Nel tempo abbiamo raccontato e seguito l’esperienza del Clororosso, l’arresto del cittadino curdo Alì Orgen, la tendopoli di Manduria durante l’emergenza migranti del 2011, le mobilitazioni dei lavoratori di Teleperformance, la nascita del movimento Ammazza che piazza, l’iniziativa “Dioxin free” promossa dalle associazioni Altamarea e Pacelink, l’occupazione di Archeotower, e poi le recenti indagini della magistratura sull’inquinamento prodotto dall’Ilva, la protesta della città e la nascita del Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti.

E quando, lo scorso luglio, il bubbone Taranto è finalmente esploso e la città intera ha visto gli occhi del Paese puntati addosso, ho pensato che fosse davvero arrivato un momento nuovo per la mia terra, che si stesse scrivendo una pagina importante della storia cittadina e che la stessero scrivendo i cittadini svegliatisi di colpo dopo decenni di colpevole torpore. Oggi però, dopo sei mesi, ho paura di aver preso un abbaglio.

Dopo il decreto legge varato dal Governo a dicembre, quando l’attenzione dei media nazionali è calata vertiginosamente, la città ha ripreso lentamente ad assopirsi. Limitarsi ad additare il disinteresse dei grandi network non è sufficiente, bisogna continuare a cercare nuove pratiche e metodi che tengano alta l’attenzione della città, prima, e della stampa, dopo. Nei prossimi anni Taranto dovrà affrontare una significativa bonifica ambientale, un periodo delicato e molto pericoloso. Non bisogna, infatti, correre il rischio di diventare una nuova Bagnoli. Per scongiurare questo rischio serve che la città continui a seguire attentamente la vicenda. E questo non basterà se intorno a Taranto non nascerà anche un movimento d’interesse nazionale, ma perché ciò accada sarà necessario mettere da parte i protagonismi e i provincialismi. Altrimenti tenere il passo di Budapest e Bucarest non sarà affatto semplice.

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