XVIII Congresso del Partito Comunista Cinese. Visioni di lungo periodo.

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Emiliana De Santis

Nessun ritardo, diversamente da quanto annunciato dalla Reuters lo scorso maggio. Puntuale come un orologio, ormai non più svizzero ma made in China, si è aperto l’8 ottobre il XVIII Congresso del Partito Comunista Cinese, appuntamento decennale della politica asiatica e mondiale. Porte blindate, scelte pianificate e risultati attesi: la strategia dell’armonia continua a governare, almeno nominalmente, il grande impero, che guarda al futuro con una presa salda sul presente.

La nomina di Xi Jingping è stata questione di formalità così come del suo vice, Li Keqiang. Sono già cinque anni che nei corridoi di Zhongnanhai si fa il loro nome. Il Politburo cinese è di sicuro uno degli organi più potenti del mondo, non di certo il più snello e sta già programmando la leadership post 2022. Si perché se Xi e Li prendono il posto di Hu Jintao e Wen Jabao (Hu ha ceduto il passo sulla carica di capo della Commissione militare) per la prossima decade, circola già il nome di Hu Chunhua – segretario del partito in Mongolia – come candidato papabile nel 2032. La dirigenza comunista non si aspetta sorprese e non vuole sorprese, come la strategia economica mette bene in evidenza: la pianificazione parossistica e millimetrica è alla base di una società votata al capitalismo ma con radici profonde nelle idee confuciane. È questa la chiave che apre le porte dell’enigma cinese, una continuità di forma a sostegno dello sviluppo economico, della visione imperialistica in politica estera e della quiescenza sociale. Tasselli che stanno pian piano scomponendosi nel mosaico della modernità e del benessere e che pure non intaccano la solidità – almeno apparente – del credo comunista.

Il futuro leader è stato nominato a Pechino dopo una serie di passaggi delicati. I 2270 delegati riuniti nella capitale hanno eletto il Politburo, composto da 25 membri, che ha a sua volta scelto il Comitato Permanente. Il Cp, leva di comando del potentissimo Comitato Centrale, è passato da 9 a 7 poltrone – e non per questioni di spending review. Al di là della muraglia ne sappiamo ben poco ma, passata quella soglia, Jingping è l’uomo delle riforme: sposato in seconde nozze con una pop star, un conto corrente da capogiro, colui che siederà accanto a Obama e con lui deciderà le sorti di questo mondo, mai come ora vastissimo e insieme microscopico, è da oggi Segretario Generale del Partito e Capo della Commissione militare centrale, per ereditare a marzo 2013 da Hu Jintao la carica di Presidente della Repubblica Popolare Cinese. Prevedibile, pragmatico, di grande spessore culturale, il principe rosso è stato vittima della rivoluzione culturale che ha preso di mira il padre e fatto cadere la famiglia in disgrazia. Si è fatto le ossa in Province difficili e povere come l’Hebei e il Fujian ma ora è ricchissimo e una delle sue figlie studia sotto falso nome ad Harvard.  Questo tara il metro del cambiamento, lento ma non vano, che avviene all’interno di equilibri in bilico. “Tutto deve cambiare per restare com’è”.

Xi ha davanti sfide cruciali, al pari di quelle che suo padre aveva cercato di affrontare all’epoca di Deng Xiaoping. Il rapporto con gli Stati Uniti di Obama e la Russia di Putin, il posizionamento nello scacchiere Mediorientale e la colonizzazione africana. La plausibile riunificazione con Taiwan e la contesa marittima con il Giappone, con annesso rischio di terza guerra mondiale. E, in particolare, la gestione del dissidio tra i conservatori del partito e le prime non più timide anime riformatrici. L’economia è in sofferenza a causa della crisi globale e del rallentamento dei consumi in Occidente mentre il modello di sviluppo si appresta a essere revisionato per evitare di continuare a marginalizzare grosse fette di popolazione senza accesso ad acqua, luce, cure sanitarie e istruzione. Le imprese di Stato, pur alimentando il gran carrozzone dei fondi sovrani, bloccano l’accesso alla liquidità delle aziende private mentre la parola democrazia di fa sempre più conosciuta e masticata nelle strade delle metropoli. Per non parlare della corruzione interna, materia in cui la Cina non è seconda a nessuno. I firewall internet e il monopolio del sistema di informazione non potranno chiudere per sempre le porte dell’Impero. I giovani cinesi viaggiano, studiano all’estero, rompono le rigidità sociali e l’ortodossia comunista.

È stato un breve dispaccio dell’agenzia Nuova Cina a divulgare i nomi di Jingping e Keqiang. Stile asciutto e conciso, lo stesso che immobilizza le diplomazie mondiali quando sono sedute al tavolo con le delegazioni cinesi. Parole che simboleggiano in pochi ideogrammi un lungo, complesso cammino verso il futuro di ognuno di noi.

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