Warhol: Headlines, in mostra i titoli di giornale

di Laura Guadalupi

Dici Andy Warhol e pensi subito ai divi di Hollywood, ai beni di consumo, agli eroi dei fumetti da lui trasformati in icone e consacrati nell’Olimpo della cultura pop. Dici Warhol e pensi a opere come la Campbell’s Soup, o ai ritratti di Marilyn Monroe, meccanicamente riprodotti in serie con la tecnica serigrafica, dipinti con colori che li privano di ogni connotazione realistica.
Nato come grafico pubblicitario, l’artista passò agevolmente alla pittura, alla fotografia, al cinema, alla televisione, all’editoria, alla discografia. Se dici Andy Warhol, non puoi non dire anche mass media. I mezzi di comunicazione di massa furono strumenti attraverso i quali manifestò la propria creatività in diversi prodotti, su differenti canali. Da strumenti quali erano, i media divennero fonte d’ispirazione, soggetto dell’opera artistica e in certi casi oggetto dal quale prendere le distanze. Come disse nel 1964 Marshall McLuhan ne Gli strumenti del comunicare, <<Il medium è il messaggio>>.

Uno dei filoni forse meno noti delle opere di Warhol è quello in cui il suo rapporto con i media passa attraverso i segni linguistici, ovvero i titoli di giornali che quotidianamente leggeva, selezionava, ritagliava, rielaborava in headline paintings. Oggi ottanta di questi lavori tra dipinti, disegni, stampe, fotografie, materiale audiovisivo, è in mostra a Roma. La Galleria Nazionale d’Arte Moderna ospita fino al 9 settembre Warhol: Headlines, la prima esposizione dedicata alle opere dell’artista americano sul tema dei titoli giornalistici.

Warhol considerava le notizie come dei beni di consumo. Al pari di altri oggetti-culto della cultura di massa, anche la notizia è elevata a forma d’arte. Essa è solo quello che rimane di un fatto già accaduto, ne è la forma, non il contenuto. A sua volta, il fatto non diventa notizia se prima non si trasforma in titolo, cioè se prima non assume una forma anche grafica.
L’artista era attratto da tabloid come il Daily News e il New York Post. Sceglieva le notizie e creava la propria “narrativa”, spesso esagerando storie già di per sé sensazionali, di cui diventava redattore e autore. Gossip ed eventi catastrofici erano i suoi argomenti prediletti. Li poneva sullo stesso piano e rivelava, così, un fenomeno a cui spesso capita di assistere tuttora: la mercificazione delle passioni e delle catastrofi ad opera della cronaca.
Nella mostra è esposto il primo dipinto in cui compare un titolo giornalistico, A boy for Meg. Risale al New York Post del 3 novembre 1961 e riguarda la nascita del figlio di Margaret, Principessa di Gran Bretagna. Un’ampia sezione è dedicata alla notizia dell’assassinio di John F. Kennedy, di cui Warhol si occupò solo nel 1968, così da dare un’immagine postuma della tragedia. Sono esposte anche delle tele frutto della collaborazione con Jean-Michel Basquiat e altre realizzate con Keith Haring.
Particolarmente interessante per il pubblico italiano, è il trittico Fate Presto, il più grande lavoro sui titoli mai realizzato da Warhol e l’unico non in inglese. Sono tre serigrafie provenienti dalla Reggia di Caserta, che riproducono la prima pagina de Il Mattino di Napoli del 26 novembre 1980. Il titolo non è stato rielaborato, ma varia solo nei toni di colore. Il formato, monumentale, richiama la grandezza del disastro del terremoto in Irpinia e l’urgenza di prestare soccorso.

Warhol fu anche “notizia”, nel senso letterale del termine. All’indomani della sua morte, avvenuta il 22 febbraio 1987, fu protagonista dei titoli giornalistici di tutto il mondo. Ciò era avvenuto già anni prima, nel 1968, quando la scrittrice Valerie Solanas gli sparò. Su un pannello della mostra si legge una frase che Warhol disse a proposito di quell’episodio: “ […] A volte la gente dice che nei film le cose accadono in modo irreale, ma a dire il vero è nella vita che accadono in modo irreale […]”.

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