Economia ancora in crisi, meglio possedere o condividere?

di Eloisa De Felice

In ogni negozio dove entravi, dietro il commesso, una targa ti ammoniva: “Se i soldi non fanno la felicità, figuriamoci la miseria!” Non so a voi, ma a me lasciava sempre quel mezzo amarognolo in bocca, con un certo retrogusto di stizza. Bei tempi quelli, però! Chi più chi meno, tutti alla fine, sembravano voler e poter fare la morale agli altri. Ma oggi? La crisi sta cambiando anche la nostra consolidata e secolarizzata percezione di cosa è la felicità? I più risponderebbero senza dubbio di sì. Anche le famose targhe, dietro ai commessi, sono andate in pensione. E anche qui qualche buontempone avrebbe da rincarare: “beate loro! Io la pensione non la vedrò mai! Con questi chiari di luna!”.

Di crisi s’è parlato, molto approfonditamente, con l’ausilio di Pier Giorgio Gawronski, economista, e di Leonardo Becchetti, docente di Economia all’Università di Roma Tor Vergata. Un pomeriggio di lavori, voluto e organizzato da PuntoLab, Laboratorio Civico di Comunicazione, nato in Roma da una costola di NetOne, una rete internazionale di operatori dei media. Durante l’incontro si è voluto ragionare insieme su questo evidente scollamento tra economia reale e finanza. Sembra oggi, infatti, giunta al capolinea, l’esperienza della società dei consumi, o di massa che dir si voglia, alla quale, negli anni, le multinazionali e il mercato ci avevano così ben abituato. «Negli ultimi 30 anni ci siamo trasformati da Homo a Homo consumens, tentando di riempire la grande insoddisfazione che ciascuno prova consumando e consumando, ma non solo», ha ammonito Giovanna Cosenza, docente di Semiotica all’Università di Bologna, giunta a Roma per l’occasione.

La crisi così diffusa potrebbe essere proprio l’inizio del crollo di un “mito”, ovvero, quello del capitalismo? Del resto, poi, è evidente che il PIL non tiene conto, ad esempio, della gioia e misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. La nostra economia è totalmente sganciata dalla persona: nessun prigioniero e così facendo fa solo vittime. Ciò è evidente, secondo la Cosenza, negli spot pubblicitari dove i corpi sono isolati ed estetizzati, fino ai massimi livelli, senza curarsi minimamente del fatto che l’uomo è un animale sociale e che è tale solo se messo in relazione agli altri. Diceva Thomas Merton: «No man is an island» (nessun uomo è un’isola) proprio per indicare che ogni uomo è una componente integrante dell’umanità, una parte di un tutto, e che da solo nessuno può essere del tutto completo.

E proprio da queste considerazioni, mix tra economia e comunicazione cross-mediale, con studio di filmati, blog e pubblicità, si è giunti ad una ipotesi rivoluzionaria: e se invece di possedere e possedere si rispondesse alla crisi con la condivisione? Sembra impossibile, ma si può fare. Se solo si vuole, si può condividere qualsiasi cosa, come dimostrano alcune idee concrete. Si può condividere amore, con progetti quali quello di Equiverso www.equiverso.it, ma non solo. Si possono condividere conoscenze, mettendole al servizio degli altri, come stanno facendo quelli del progetto “Risparmio e Finanza” di Romaamor www.romaamor.it/wp/?p=3260 che con la loro newsletter mettono in comune ciò che sanno di economia e finanza.

La condivisione sembra un’idea innovativa con la quale rispondere colpo su colpo all’imperante crisi. Con questa proposta si riscoprono valori umani, oltre ad uno stile di vita un po’ più sobrio che, forse, non abbiamo del tutto perso, ma solo accantonato per un periodo nel quale, invece, la globalizzazione e la massificazione ha dominato. Le conseguenza negative dell’economia finora perpetrata sembrano evidenti, quindi: cosa altro abbiamo ancora da perdere? Perché non tentare? Del resto, in fin dei conti, se i Maya avessero veramente ragione, cioè che il mondo sta per finire, almeno proviamoci a condividere con gli altri qualcosa, piuttosto, che continuare con il grigiore di questa crisi.

Fonte foto:

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