Tra mustacchi e orologi Dalì conquista Roma

di Eloisa De Felice

Con un mix mortale tra il compianto Totò e un bambino monello all’ennesimo potenza, nella Città Eterna è arrivato Salvator Dalì. Ad accoglierlo, le sale del complesso del Vittoriano, fino al primo luglio 2012. Per gli appassionati visitatori romani e non, tele, documenti, foto, giornali e interviste, in bianco e nero, rispolverate per l’occasione dalle teche Rai. Ci permettono di ripercorrere la sua storia, umana e artistica, persino alcune gigantografie a lui dedicate e tratte dai fumetti del maestro Federico Fellini. Con lo spagnolo sembra così completarsi una fantasmagorica e inconsueta tripletta artistica, nel cuore della Capitale, partita due anni fa con Giotto e proseguita l’anno scorso con Van Gogh.

Dalì, uno dei più celebri artisti di tutti i tempi, “surrealista totale”, aveva un rapporto eccentrico e intensissimo con la vita e con l’arte. Le fa come “rincorrere” a vicenda, aggrovigliandosi in modo indissolubile. Lui stesso intende “trascinarle” l’una nell’altra e viceversa. Sa come liberare la mente dagli schemi raziocinanti. L’arte ha, per lui e per sua natura, gli stessi meccanismi del sogno. Dalì evoca, rimanda, invoca e produce libere associazioni mentali, lasciando andare la fantasia, a briglie totalmente sciolte.

Anni prima di Andy Warhol, ha fatto di se stesso, del suo volto e dei suoi mustacchi, oggetti di una impareggiabile e interminabile, immensa, opera d’arte. La sua pittura è fatta di sogni, incubi e ossessioni, quali le formiche  e le stampelle, che tornano spesso nelle sue opere. Nel percorso dell’esposizione, poi, trova spazio sia la sua ricerca costante di quel “meraviglioso” che Andrè Breton, il teorico del Surrealismo, considerava «il fine dell’arte» sia il suo amore per l’Italia e per la nostra arte.

Eccentrico quasi fino all’inverosimile, non solo amava travestirsi, ma sapeva come far volutamente irritare e infastidire moltissimi fra i suoi contemporanei. A tal proposito celeberrima una frase del suo Diario: «gli asini vorrebbero che io seguissi gli stessi consigli che dispenso agli altri. È impossibile! Io sono completamente diverso!».

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