Tensione in Cina. Lo spettro del 1989 aleggia sul Regime

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di Emiliana De Santis

Ci sono due eventi che un cinese non dimentica: la Rivoluzione Culturale e i fatti di Tienanmen. Perfino le nuove generazioni, cresciute al ritmo vertiginoso della globalizzazione, ne hanno una memoria storica viva e ne temono il riproporsi. Solo facendo questa premessa si può comprendere il motivo per cui il passivo della bilancia commerciale di Pechino e il siluramento di Bo Xilai, leader del partito nella città di Chongqing, siano in grado di portare a galla paure mai sopite.

Commercio – In febbraio sono state le stesse autorità a dichiarare che le importazioni hanno registrato un aumento del 39,6% rispetto all’anno precedente mentre le esportazioni sono diminuite del 18,4%. Il peggior deficit commerciale dal 1989, sebbene Pechino sia riuscita a tenere il valore dello yuan molto più basso rispetto a quello del dollaro. Gli analisti spiegano la frenata con la crisi dell’Eurozona, uno dei maggiori mercati di sbocco dei prodotti cinesi e con la parallela crescita dell’acquisto di materie prime, in gran parte destinate all’industria bellica e all’aumentato volume degli investimenti interni. Inoltre il governo ha iniziato a ridurre i finanziamenti statali alle imprese, molte delle quali, pur restando in attivo, hanno visto scendere vistosamente gli introiti. La banca d’affari Goldman Sachs parla di dato stagionale e del tutto ovvio in un momento di globale rallentamento degli scambi, in particolare per un’economia export oriented. Resta il fatto che il Pil stimato nel 2012 vede una decrescita di 2,5 punti percentuali rispetto al 10% del 2011: numeri importanti che un Politburo in fermento non può fare a meno di valutare.

Sulla via delle riforme – In un discorso finale che rimarrà negli annali della politica cinese, il premier Wen Jiabao ha annunciato: «senza le riforme politiche adeguate, quelle economiche non potranno essere portate a termine». Era il 14 marzo. Il giorno dopo la stampa ha annunciato l’uscita di scena di Bo Xilai, figlio di un principe rosso della Lunga Marcia e candidato a una rapida ascesa politica. Populista con il pugno di ferro, Bo rappresenta la nostalgia verso gli ideali maoisti di giustizia sociale ed uguaglianza economica che l’attuale governo pare aver chiuso in cantina per attuare le riforme che hanno aperto il gigante asiatico all’economia mondiale. Con un’operazione insolitamente mediatica e ancora oscura nelle motivazioni, Bo è stato rimosso dai vertici del partito e non potrà più competere per diventare membro effettivo del Politburo che si rinnoverà a ottobre. Diversamente da altri e simili precedenti, questa volta non si tratta di una lotta di potere tra prime donne. Bo è stato estromesso poiché rappresenta un passo indietro rispetto a una scelta strategica che è stata effettuata nel 1978 con Deng Xiao Ping e che ora non può più essere riportata entro i margini dell’ideologia.

Economia e politica, nel paese del capitalismo di Stato, non possono prescindere l’una dall’altra nonostante finora la prima abbia prevalso sulla seconda. In ottobre potremo forse assistere a qualcosa di inaspettato anche sotto il profilo politico.

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