Bologna, laurea a Napolitano: Marrone del collettivo Paneka spiega perché contestarla

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di Pietro Falco

Il 2012 a Bologna non è cominciato serenamente, tanto che lo scorso 30 gennaio la visita del Presidente della Repubblica Napolitano, in città per ritirare una laurea honoris causa in relazioni internazionali, ha fornito il pretesto ad alcuni gruppi consiliari di battagliare ferocemente sulla condizione dei muri lungo il percorso del corteo presidenziale. Proprio al Presidente erano indirizzate le scritte apparse in città già prima di Natale e che incitavano a contestare la cerimonia. Abbiamo chiesto a Marco Marrone, leader del circolo Panenka le ragioni della loro protesta. 

La protesta per la visita di Napolitano a Bologna ha preso due vie separate, da una parte Santa insolvenza ed altri centri sociali sotto il nome collettivo Occupy Bologna che si son resi protagonisti di alcuni scontri con le forze di polizia, dall’altra il centro sociale Tpo ed i collettivi Sadir e Panenka. Già a novembre questi nuclei di protesta avevano scelto di non incrociare i propri percorsi occupando a pochi metri di distanza due differenti spazi cittadini abbandonati.

Napolitano all’Università di Bologna proprio nel momento in cui il governo Monti ed il ministro Profumo pare stiano picconando il titolo di studio universitario. Quanto è reale questo tentativo di svilire a “pezzo di carta” la laurea?

La coincidenza è perfetta per quanto riguarda la tempistica dei due eventi, e questo di certo non ci lascia indifferenti. Infatti, solo qualche giorno prima avevamo appreso che nel “decreto semplificazioni” vi era una norma che prevedeva l’abolizione del valore legale del titolo di studio: questo significa, di fatto, abolire i criteri di omogeneità che il Ministero oggi garantisce. I rischi di un provvedimento del genere sono evidenti: svalutazione del proprio percorso di studi e accensione di un meccanismo di concorrenza fra gli Atenei italiani che nel contesto dei tagli porterebbe a lottare per la sopravvivenza e non per l’eccellenza. È evidente anche come un provvedimento di questo genere sia propedeutico alla liberalizzazione delle rette universitarie. La nostra battaglia non finisce qui semplicemente perché il Governo ha ritirato il provvedimento e il Ministro Profumo ha promesso di ascoltare gli studenti. Due i motivi del nostro dissenso: il primo è che le nostre lauree non valgono più nulla sul mercato del lavoro, il secondo è che leggiamo in questo provvedimento il tentativo di trasformare quello che è per tutti un diritto a studiare in un prodotto riservato alle dirigenze di aziende, banche e imprese. Per questo eravamo da Napolitano: a dirgli che proprio mentre lui si sentiva gratificato dalla consegna di una laurea, noi ci sentiamo sempre di più sviliti dal modo in cui la politica tratta le nostre lauree.

Sembra di capire che le vostre posizioni vadano in direzione opposta a quella del Governo. Si esce dalla crisi investendo sul capitale dei saperi. Quali sono dunque le parole d’ordine che portate avanti? Su quale terreno dovrà camminare l’Italia?

Camminiamo in direzione ostinata e contraria, per citare De Andrè. Sembra che all’improvviso tutto quel dibattito sui festini di Arcore e sulla corruzione della classe dirigente si sia chiuso per lasciare spazio a Monti, “alfiere della sobrietà”. Sembra che i partiti che sostengono Monti lo facciano per lavar via quello che la politica ci ha offerto negli ultimi vent’anni. Da questo deriva il tentativo di appiattire il dibattito su come uscire dalla crisi, dividendo il paese in due fazioni, i “responsabili” che accettano il verbo dei professionisti della Bocconi, e gli “incoscienti” che senza pudore alcuno si permettono di dire: «guardate che si può fare altrimenti». A far le spese di tutto ciò non è solo la possibilità di costruire un’alternativa politica, ma anche il diritto ad esprimerla ed attuarla. La nostra parola d’ordine è “democrazia”: quello che sta accadendo in Fiat, nella gestione dell’acqua e nel campo dell’informazione ci fanno dire che un primo dato di questa crisi è che la salute della nostra democrazia peggiora giorno dopo giorno. L’accessibilità ai saperi, i diritti sul lavoro, le condizioni dei migranti e il controllo sui beni comuni non sono semplici parole d’ordine: sono un termometro che ci permette di giudicare la qualità della democrazia di un Paese e di certo il nostro non segna valori alti.

Il 30 gennaio il collettivo di cui fai parte non è entrato in contatto con le forze di polizia, eppure in un modo o nell’altro è finito nel calderone della “protesta violenta”. Esiste una barriera comunicativa che filtra i messaggi che volete mettere sul piatto del dialogo?

Di certo non è una novità dire che il giornalismo tende a semplificare e a ridurre la complessità dei fenomeni reali. Oggi però accade qualcosa di più. In Italia, all’indignazione dell’era Berlusconi è succeduta in maniera sorprendentemente immediata la paura: di perdere il lavoro, di non riuscire a pagare l’università o addirittura di non riuscire più a permettersi un tetto sopra la testa. Questa è la quotidianità per migliaia di persone ed il cambio del governo non ha prodotto risultati diversi. Certi racconti trovano sempre meno spazio nei mass media, impegnati a raccontare la crescita di credibilità del nostro Paese e questo semplicemente perché sono racconti che non possono convivere. Ci si accorge dei dissensi solo quando il Presidente della Repubblica viene a visitare la città, così le proteste, seppur radicali, se non possono essere nascoste vengono descritte come ingiustificate e irresponsabili quando non violente. Prendiamo ad esempio il silenzio giornalistico che sta avvolgendo la vicenda Fiat, alle prese con il tentativo di cancellare dalla fabbrica non un semplice sindacato ma piuttosto il diritto di migliaia di lavoratori ad associarsi. Cosa diranno i giornali allora quando i lavoratori, gli studenti, i precari e i migranti scenderanno in piazza l’11 Febbraio? In quale pagina del giornale verrà messa questa notizia?

Fonte foto: www.grr.rai.it

 

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