Un giro intorno al mondo con Steve McCurry, in mostra al MACRO di Roma

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di Laura Guadalupi

Finalmente. Finalmente una mostra dove le opere sono a loro agio in un ambiente che le accoglie senza invaderle e le dispone secondo criteri lontani dalle solite convenzioni. Finalmente. Finalmente niente pannelli enormi e illeggibili che distolgono l’attenzione, niente più opere in prevedibile ordine cronologico, inchiodate al muro. La staticità cede ora il passo al dinamismo, semplice ma efficace.

Nella ridondanza di messaggi che ci bombardano ogni giorno può capitare di dimenticare la saggezza del detto less is more. La rassegna che il Museo d’Arte Contemporanea MACRO di Roma dedica al fotografo Steve McCurry fino al 29 aprile 2012 sembra nata apposta per ricordarci l’importanza dell’essenziale.

Curata da Fabio Novembre, la mostra è un villaggio nomade di cupole metalliche, igloo stilizzati in cui vivono microcosmi di uomini dai gesti più o meno inconsapevoli che raccontano le sfaccettature della vita: la nascita e l’infanzia, il gioco, i sorrisi, le lacrime, la guerra, la morte e la distruzione dell’uomo come della natura. Ciascuna capanna è un giro intorno al mondo. Il visitatore stesso vi partecipa muovendosi per la circonferenza di queste gabbie che trasudano umanità, essenze di vita degli uomini di ogni latitudine, qualunque abito indossino su qualsiasi colore della pelle.

È un vagabondare sotto luci discrete che valorizzano la nitidezza delle stampe Epson, finestre su realtà apparentemente lontane, ma che intessono tra loro simmetrie inedite a volte ironiche, altre volte drammatiche, che compongono una sorta di gioco delle analogie e dei contrasti a cui il visitatore è chiamato a partecipare.

Le fotografie di McCurry sono spettacolari, sia quando riproducono le colline del verde Tibet, sia quando colgono l’attimo in cui pescatori lottano nel mare agitato, l’effetto è sempre tale da togliere il respiro. Bastano, però, un gabbiano nero di petrolio e un’immagine del Grand Canyon posizionata di fronte a Ground Zero per ricordarci che l’uomo può trasformare l’armonia della natura in dissonanza, in urla senza voce negli occhi di chi è già senza voce: morti e mutilati di guerra, clochard, vittime delle ingiustizie umane.

È, questa rassegna, un biglietto di andata e ritorno con posto prenotato accanto a Steve McCurry nei suoi lunghi viaggi dall’Afganistan all’Irlanda, passando per la Cambogia e New York, alla quale sono dedicati alcuni scatti sull’attentato dell’11 settembre 2001, proprio accanto alle immagini dei pozzi di petrolio in fiamme nel Kuwait del 1991.

Nel viaggio con McCurry abbiamo l’occasione di conoscere la famosa ragazza afgana dagli occhi verdi e possiamo persino vedere come lui vede il nostro Paese, grazie a una selezione delle “fotografie italiane”, omaggio al 150° anniversario dell’Unità d’Italia che è anche un omaggio all’Italia autentica, lontana dagli stereotipi. Finalmente.

Fonte foto: stevemccurryroma.it

 

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