Platzspitz, i dannati di Zurigo

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Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è probabilmente il romanzo legato alla tossicodipendenza più famoso del mondo, in cui il termine zoo fa riferimento alla stazione della metropolitana Bahnhof Zoo, ritrovo dei drogati berlinesi degli anni settanta ed ottanta. Il Platzspitz di Zurigo, invece, è stato uno zoo vero e proprio, nelle cui gabbie transitavano e sostavano fra sporcizia, indifferenza e rovina gli eroinomani di mezza Europa.

Il parco pubblico Platzspitz, nel pieno centro di Zurigo, incastonato fra la stazione centrale ed il museo nazionale cittadino, posto in mezzo ai due fiumi Sihl e Limmat, si trasforma in una triste landa desolata nella seconda metà degli anni ottanta, quando la Svizzera detiene il poco invidiabile primato di nazione europea con più malati di A.I.D.S., un dato in netto contrasto con l’andamento economico solido e vigoroso del paese elvetico. Non c’è spazio nella pulita ed ordinata Svizzera per i tossicodipendenti all’ultimo stadio, per quei poveri diavoli che si trascinano da un marciapiede all’altro alla ricerca di una dose e di qualche spicciolo per acquistarla; non sta bene vedere sulla stessa strada e alla stessa ora un banchiere in giacca, cravatta e valigetta ventiquattrore, ed un eroinomane con l’occhio spento e la bocca sdentata. Il ghetto della droga a Zurigo va così pian piano realizzandosi ed i poveri diavoli nel 1987 vengono confinati nel Platzspitz che ben presto è rinominato “Needle Park”, ovvero “Parco degli Aghi”, a cui viene posto un recinto virtuale, all’esterno del quale c’è la vita bene del centro zurighese e all’interno si spalancano le porte di un inferno silenzioso ma inesorabilmente spietato, un punto di non ritorno per ragazzi allo stesso tempo indifferenti ma disperati.

E se i gironi dell’Inferno dantesco erano agitati dalle fiamme e dalle forche dei diavoli, quello del Platzspitz è un quieto antro della devastazione; leggenda vuole che avvicinandosi al parco si sentisse odore di morte, in realtà ciò che le narici avvertivano era un nefasto tanfo di spazzatura, vomito, feci, urina, cibo inscatolato ormai avariato e sudore, quello delle crisi di astinenza che nel mondo degli eroinomani definiscono rota. Alla fine degli anni ottanta nel “Needle Park” si contano in media fra i 3 e i 5 mila ragazzi al giorno, taciturni, barcollanti, un esercito di dannati che vagano da un capo all’altro del giardino, inciampando sui loro colleghi privi di forze, svenuti o in preda a collassi, accalcandosi verso banchetti di fortuna che gli avidi spacciatori costruiscono alla bene e meglio, trovando la loro cuccagna economica in quell’angolo di desolazione della Svizzera, stipato da tossicodipendenti cronici provenienti da tutta la nazione e spesso dal resto d’Europa (Austria, Germania ed Italia soprattutto). Nei filmati più celebri dell’epoca si nota il degrado e lo squallore di chi, incurante ormai del mondo circostante, si inietta dosi di eroina, buttato per terra o appoggiato ad un albero, cercando fra lividi, trombosi e piaghe gli ultimi rimasugli di vene nelle braccia, nelle gambe o nel collo, nonché vecchie automobili popolate da venditori di morte che percorrono il perimetro del Platzspitz con andatura lenta e glaciale, in attesa di essere circondati da quelle prede bramanti il loro palliativo quotidiano.

Zurigo e la Svizzera autorizzano silenziosamente la distesa di miseria del “Needle Park”, lontano dalle luci di una delle più belle città europee che si presenta così agli occhi dei turisti col suo vestito più bello, nascondendo il problema dell’eroina come quando si spazza la polvere sotto i tappeti. La politica cittadina si lava la coscienza con sporadici controlli della polizia che di tanto in tanto entra nel parco con furgoni blindati da cui gli agenti difficilmente scendono, anche perché non autorizzati dal governo ad eseguire fermi o arresti, limitandosi a verificare solo che non si appicchino incendi o scoppino risse, chiamando le ambulanze quando qualche ragazzo cade a terra dopo una dose di troppo o quando i più sfortunati muoiono soli dietro qualche cespuglio, abbandonati anche dai compagni che non hanno il tempo, la forza e la lucidità di preoccuparsi per loro. Ogni mattina un pullmino (definito Blitzbus) circola per il Platzspitz dalle 7:30 alle 9, pronto a caricare i volontari che accettino di lavorare come traslocatori, muratori o facchini, guadagnando così i soldi per l’eroina senza dover ricorrere a furti, scippi e prostituzione, mentre dalle 9 alle 10 obiettori di coscienza ed anime buone distribuiscono una tazza di latte caldo e qualche siringa ai più bisognosi. Ciò che più devasta e sconvolge del Platzspitz è il silenzio: tutto si muove nella calma generale, pochi schiamazzi, qualche flebile lamento, come se i dannati di Zurigo sapessero già a quale destino andassero incontro, come se l’accesso in quel parco funesto fosse l’ultimo capitolo del libro della loro esistenza. Ragazzi ventenni pieni di rughe, lacerazioni ed occhiaie da essere tranquillamente scambiati per i loro nonni, ormai stanchi di vivere, rassegnati ad una fine pressoché prossima. Volti scavati, emaciati e indifferenti, sguardi remissivi, occhi che brillano soltanto quando l’eroina entra nel loro corpo, ravvivando per qualche minuto un ritmo già stanco.

Nel 1991 l’allora ministro per le politiche sociali, Emilie Lieberherr, propone la somministrazione legale di eroina, morfina e metadone ai tossicomani all’ultimo stadio e ai malati di A.I.D.S., mozione accettata un anno dopo e definita “Eroina di Stato”, per la quale il politico svizzero (già assessore a Zurigo) verrà aspramente criticato anche all’interno del suo stesso partito, quello socialista. Il 5 febbraio 1992, dopo che le immagini del Platzspitz hanno fatto il giro del mondo e dopo che le faide interne tra spacciatori sono ormai insostenibili, il parco viene sgomberato, chiuso al pubblico e ripulito completamente, lasciando i suoi frequentatori a vagare sui binari del Letten, stazione in disuso, alla deriva proprio come loro, fino all’evacuazione (nel 1995) anche dell’ultima area a cielo aperto dei tossicodipendenti di Zurigo, dissipati all’improvviso qua e là negli angoli della città, come i rifiuti dopo lo spruzzo di un idrante. Il vecchio Platzspitz ha portato con sé la scia di 21 decessi accertati fra il 1987 ed il 1992, oltre a quasi 4 mila richieste di soccorso per malori, svenimenti e denutrizione, e ad un colossale aumento del contagio di epatite e A.I.D.S., anche perché spesso i più disperati raccoglievano da terra le siringhe già usate da altri riciclandole per sé stessi.

Oggi il Platzspitz è un curato e pulito giardino pubblico, i bambini vi lasciano correre i loro palloni, le loro biciclette ed i loro pattini o skateboard, inconsapevoli che su quello stesso suolo appena qualche anno prima un lungo tappeto di siringhe bloccava e recideva ogni sogno. Questa la storia del parco della disperazione di Zurigo, ormai solo un ricordo, sempre però vivo nelle menti dei pochi sopravvissuti di allora, dei testimoni e di chiunque chiudendo gli occhi può ancora vedere quell’immenso sciame di condannati barcollanti, artefici del proprio destino già tristemente scritto.

di Marco Milan

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