“Far Web”, oltre la vulnerabilità delle parole

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Da giornalista a scrittore di monologhi con il rapper Fedez. Quello che conta per Matteo Grandi è il messaggio che si comunica.

Una tastiera deformata a forma di bomba a mano. A rappresentare le forti potenzialità della rete e dei social network che, se usati male, possono trasformarsi in armi di distruzione. Questa l’immagine di copertina di “Far Web”, ultimo lavoro di Matteo Grandi, giornalista e autore televisivo, che venerdì 22 dicembre ha incontrato i giovani e la comunità di Palese (Bari). Insieme con l’autore ci siamo chiesti perché in rete circoli così tanto odio, tanta frustrazione. La risposta ad ogni nostra ipotesi è da ricondursi alla mancanza di una vera cultura digitale, quella che secondo Matteo Grandi consiste nella «capacità di comprendere che quello che facciamo o scriviamo in rete è uguale a quello che facciamo fuori dalla rete». Punto di partenza e di arrivo di un problema più “sociale” che “social”.

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Il web come un limbo in cui tutto è concesso. Proprio qui le nostre inascoltate pulsioni incrociano quelle di perfetti sconosciuti. E dall’incontro frenetico e disinvolto hanno origine discriminazioni, omofobia, fake news dal retrogusto razzista e anti scientifico, cyberbullismo, revenge porn. Non semplice rabbia o frustrazione ma una vera e propria macchina dell’odio dai risvolti inquietanti, spesso alimentata da sedicenti agenzie di comunicazione che comprano e vendono attenzione a suon di click. Un gioco delle parti in cui tutti, alla fine, diventiamo comunicatori di vulnerabilità.

Da una chiacchierata con Matteo Grandi sul presente e futuro della scrittura, poco prima della presentazione di “Far Web”, è nata una breve intervista.

Com’è avvenuto il passaggio dal giornalismo “tradizionale” alla scrittura per la televisione?

Il passaggio è avvenuto per caso, grazie ad un incontro su twitter con il cantante Fedez. Lui mi ha proposto di collaborare all’album “Pop-Hoolitsta” per cui ho scritto dei monologhi. Poi a lui hanno proposto di diventare giudice nel programma “X-Factor” e mi ha chiesto se me la sentissi di seguirlo in questa nuova avventura. Poi da lì ti fai conoscere, crei nuovi contatti…

I social quindi rappresentano oggi un’opportunità di lavoro.

Assolutamente sì, per me è stato così.

Giornalismo, social network, televisione. Qual è il futuro della scrittura?

Il futuro della scrittura è la scrittura. Non credo che conti tanto il mezzo quanto l’atto. Credo che la scrittura sia oggi il modo migliore per esprimersi. Si è passati da Gutenberg a Zuckerberg ma l’uomo continua ad affidarsi alle parole, alle frasi e a quel modo di comunicare. Per cui sono convinto che la scrittura abbia ancora lunga vita. Nonostante i social oggi ci dicono che i giovani sono più legati alle immagini che al testo scritto, basti pensare che Instagram sta spopolando soprattutto tra gli under 14, soppiantando di fatto facebook e twitter non pervenuto.

 È cambiato il tuo modo di comunicare da quando è cambiato il tuo lavoro?

Il mio modo di comunicare è cambiato molto con l’aumento dei followers. Con il crescere della platea, twitter è passato da essere un gioco a uno strumento di comunicazione più serioso.

Qual è il tuo libro preferito?

Direi “La strada” di Cormac McCarthy, anche se mi piace molto Tom Robbins, autore statunitense non molto conosciuto in Italia che ha scritto “Natura morta con picchio”, “Beati come rane su una foglia di ninfea”. Lo trovo un visionario che ha scritto delle cose straordinarie.

Il peggior libro in circolazione.

Non lo so, forse i libri di cucina di Benedetta Parodi. Ho delle fitte al cuore quando li vedo nelle classifiche al top dei libri tradizionali!

(di Anna Piscopo)

 

 

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