Il contro golpe in Turchia: la vendetta del sultano

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A poco più di una settimana dal tentato golpe, la Turchia cerca di tornare alla normalità, ma il presidente Erdoğan sta portando avanti un serrato programma di epurazioni, arresti e aggiustamenti “democratici”

Istanbul
Istanbul

Solo una settimana fa, il golpe dei militari sul Bosforo aveva fatto sì che il mondo intero si interrogasse sul dopo Erdoğan. In particolare erano in molti quelli che si chiedevano quanto avrebbe resistito il presidente turco prima di arrendersi ai “cospiratori”, scrivendo la parola fine per quello che ormai è considerato un vero e proprio sultanato. E invece lui, Recep Erdoğan, il sultano di Ankara, non solo è rimasto in sella, non solo ha sconfitto i golpisti, ma probabilmente è uscito da questo tentativo di colpo di stato più forte di prima.

Inutile girarci intorno. Sono molti quelli che in quel venerdì notte di follia, hanno intravisto la mano del presidente turco o quanto meno un gran colpo di fortuna a suo favore. Pur non essendoci prove certe a sostegno della tesi complottista, quel che è palese è che adesso Erdoğan sta usando il fallito golpe come un scusa perfetta per stringere ancora di più le maglie della democrazia, della libertà e dei diritti. Se si pensa che fino a pochi mesi fa la Turchia era uno dei Paesi che aveva aperto trattative con l’Unione Europea per un’eventuale adesione, mentre adesso le autorità di Ankara ipotizzano anche la reintroduzione della pena di morte per punire i colpevoli, ci si rende conto di quanto il panorama sia profondamente cambiato. E anche i numeri parlano chiaro: dopo il fallito colpo di stato del 15 luglio scorso, sono stati oltre tredicimila gli arresti compiuti dalla polizia. Una cifra esorbitante.

Il presidente turco Erdogan
Il presidente turco Erdogan

Dal giorno del golpe, la Turchia sembra piombata in un vero e proprio clima di terrore o comunque sembra essere tornata indietro di almeno mezzo secolo. Tutti sono sospettabili, chiunque è un potenziale sostenitore dei golpisti o un possibile simpatizzante delle opposizioni contrarie alla politica troppo autoritaria di Erdoğan e dei suoi fedelissimi. I numerosi arresti, le sospensioni, gli allontanamenti e le epurazioni di altra natura non hanno risparmiato nessuna classe sociale e nessuna categoria professionale. I più colpiti sono stati i giornalisti, gli insegnati, i giudici e ovviamente i militari, figure queste che, in un modo o nell’altro, sono state associate facilmente alla cospirazione anti Erdoğan e che dunque adesso stanno pagando il prezzo più alto. Larga parte dell’élite culturale turca contraria alla politica presidenziale sta interpretando, suo malgrado, il ruolo di perfetto capro espiatorio.

Il tutto accompagnato nel pressoché totale e imbarazzate silenzio della comunità internazionale e dell’Unione Europea. Erdoğan, oltre alle epurazioni e alla punizione dei colpevoli ha pensato di procedere a un aggiustamento al ribasso delle libertà e ai diritti garantiti dalla costituzione, che da sempre avevano fatto della Turchia uno straordinario esempio fra tutti i Paesi musulmani. Ora invece il regime ha deciso di annacquare quella laicità di cui il Paese sembrava essere un portatore sano. Fra i provvedimenti più discutibili vanno evidenziati senza dubbio l’estensione del fermo di polizia senza convalida da parte del giudice, che ora può raggiungere i trenta giorni, la chiusura di una lunga serie di enti, associazioni e sindacati sospettati di aver appoggiato il golpe per il quale è stato accusato l’imam Fethullah Gülen, la soppressione o la depenalizzazione di alcuni reati sessuali o collegati al tema della violenza sulle donne e al loro status. Peraltro questa drastica stretta sui diritti, sui principi fondanti la stessa democrazia e la laicità dello stato sta avvenendo sotto l’ombrello dello stato di emergenza, dichiarato dopo il 15 luglio scorso e mai revocato.

Quale sarà dunque il futuro della democrazia turca o, per meglio dire, del poco che ne resta?

Molti osservatori temono, probabilmente a ragione, che Erdoğan approfitti del fallito golpe, così come già è avvenuto in passato con i vari attentati terroristici che hanno scosso il Paese, per dare l’ennesima e forse definitiva sterzata verso la creazione di uno stato islamico. Probabilmente lo scopo di Erdoğan non è tanto quello di creare uno stato teocratico, quanto piuttosto di poter utilizzare la religione come strumento per rafforzare il suo potere e limitare in modo sistematico l’opposizione nei suoi confronti. Di fatto, questa non sarebbe nient’altro che una semplice sfumatura fra i numerosi ed esecrabili modi in cui la religione può essere distorta e utilizzata per fini politici.

Quel che è peggio è che una parte considerevole del popolo turco, complice la terribile situazione siriana che preme ai confini orientali, i rapporti tesi con Bruxelles e la paura dilagante accentuata dall’ultimo attentato all’aeroporto di Istanbul e dal fallito golpe, sembra appoggiare la politica di Erdoğan. Per contro, gli oppositori del regime non mancano, ma non è dato sapere per quanto riusciranno ancora a far sentire la propria voce prima di essere fagocitati dalla repressione governativa. Quel che è certo è che per i piani autoritari di Erdoğan, le ultime due settimane, i fatti che hanno scosso il Paese e il silenzio internazionale hanno rappresentato, se non un disegno ben congegnato, una vera e propria manna dal cielo.

(di Christopher Rovetti)

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