La Gioconda, da opera d’arte a entità

Un viaggio nella storia della Gioconda e di tutto quel processo che l’ha portata ad essere
un’entità inarrivabile che sconfina dal suo status di opera d’arte. 

 

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La Gioconda

L’impercettibilità di un sorriso dalla sfuggente forza sensuale e ironica, l’inquietante intensità dello sguardo, il misterioso paesaggio sullo sfondo,  l’incredibile avvolgimento e la dolcezza dello sfumato. Cosi Leonardo Da Vinci idealizzò con tutta probabilità l’immagine di Monna Lisa Gherardini, moglie di Francesco del Giocondo (da cui il celebre appellativo del quadro “ La Gioconda” ), durante il suo terzo soggiorno fiorentino tra il 1503 e il 1506. Il grande maestro continuerà comunque a ritoccare il quadro fino agli ultimi giorni della sua vita, tanto che, attraverso l’uso dei raggi x, siamo chiaramente in grado di affermare che la versione visibile oggi sia niente poco di meno che la terza sovrapposta alle precedenti due. La sua incredibile fama, che l’ha resa l’opera più conosciuta e copiata al mondo ispirando molti film e romanzi, non risiede esclusivamente nella mirabile esecuzione dell’artista ma anche in una serie di peripezie che la vedono direttamente coinvolta.

L’avventura della Gioconda inizia nel 1516, quando il grande maestro Leonardo Da Vinci viene chiamato alla corte di Francesco I di Francia con il titolo di “premier peintre, architecte, et mecanicien du roi”  dopo il suo periodo di permanenza a Roma (1514-16). Arrivato nel 1517 e alloggiato nel castello di Amboise, continuerà a lavorare al dipinto fino alla morte avvenuta nel 1519. L’opera fu in seguito probabilmente acquistata dal Re e ce ne giunge testimonianza da Cassiano Del Pozzo, accademico e committente d’arte, che nel 1625 ne attesta la presenza nella collezione di Fontainebleau, allora sede della corte. E proprio il trasferimento di quest’ultima a Versailles né decreterà un nuovo spostamento ad opera di Luigi XIV nella seconda metà del XVII secolo. Dopo la Rivoluzione Francese (1789) il ritratto fu portato al nascente Musèe du Louvre (1793) dove si trova tutt’oggi.

Ma questo tipo di spostamenti  erano molto frequenti per le opere d’arte e spesso ancora più frenetici  ed estremi di quelli che coinvolsero la Monna Lisa. Ma allora perché questo dipinto è ricoperto di una tale aura sacrale?  Ebbene, non che non godesse già di una grande fama per il suo rilievo artistico, ma la su leggenda ha origine da un importante evento che la vide protagonista dal 1911 al 1913 : essa fu vittima del primo furto da un museo della storia.

Nella notte tra il 20 e il 21 Agosto del 1911, l’ex custode italiano del Musèe du Louvre, Vincenzo Peruggia, armato solo di fantasia, passa la notte nascondendosi in uno sgabuzzino e alle prime luci dell’alba tenta indisturbato di rimuovere il dipinto dal supporto che lui stesso aveva montato tempo prima. Una volta rimosso, lo infila sotto la giacca e si avvia verso l’ingresso. Non riuscendo ad uscire chiede aiuto ad un manovale che con gentilezza lo aiuta ad aprire la porta. Lasciato il museo, sceglie di tornare comodamente a casa in taxi. Rientrato, mette il quadro in una valigia e pone quest’ultima sotto al letto. Per due anni e mezzo della Gioconda si perde ogni traccia.

Della sparizione si accorse per primo un copista, Louis Beròud, che aveva ottenuto per il 21 Agosto il privilegio di riprodurre il capolavoro durante la giornata di chiusura del museo.

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Titolo quotidiano Le Petit Parisien, 22 agosto 1911

All’inizio si pensò ad una temporanea rimozione, frequenti all’epoca, ma dopo poco fu chiaro ciò che era avvenuto. La notizia fu pubblicata il giorno seguente e il disarmo fu totale. Era il primo furto del genere e la polizia, sotto pressione, mise sotto accusa Guillaume Apollinare, irrequieto ed estroso intellettuale e sostenitore delle Avanguardie, e Pablo Ruiz Picasso. Ovviamente entrambi furono rilasciati, in quanto le loro accuse non si reggevano su nient’altro che calunnie. Si pensò poi ad un “furto di stato” operato dal nemico, l’Impero tedesco, ma il risultato fu semplicemente quello di aumentare le polemiche al riguardo. Per calmare un po’ le acque, il vuoto lasciato dalla Gioconda nella parete del museo fu riempito con un altro capolavoro di un maestro italiano: “Ritratto di Baldassarre Castiglione” di Raffaello. La storia era già diventata un caso internazionale di grande successo.

Vuoto lasciato dal furto del quadro
Vuoto lasciato dal furto del quadro

L’idea di Vincenzo Peruggia, probabilmente influenzata dai crescenti nazionalismi, era di riportare il dipinto nel luogo dove, a suo avviso, avrebbe dovuto essere esposto: in Italia. La sua pretesa si basava sull’errata convinzione che la Monna Lisa fosse stata portata in Francia da Napoleone durante le sue spoliazioni e che quindi, come molte altre opere da lui predate, avrebbe dovuto essere restituita al suo luogo d’origine.

Udienza di Vincenzo Peruggia, 1913
Udienza di Vincenzo Peruggia, 1913

Nel 1913 si recò dunque a Firenze per vendere il quadro all’antiquario fiorentino Alfredo Geri, al quale aveva mandato una lettera scrivendo: ”Il quadro è nelle mie mani, appartiene all’Italia perché Leonardo è italiano”, e chiedendo una somma irrisoria. Geri, insospettitosi,  contattò Giovanni Poggi, all’epoca direttore degli Uffizi e organizzarono un incontro. Questo si tenne all’Hotel Cerretani  (oggi Hotel Gioconda a memoria dell’evento) e accortisi immediatamente che si trattava dell’originale, i due riuscirono ad allontanare Peruggia con la scusa di maggiori accertamenti e allertata la polizia che arrestò immediatamente l’autore del furto. Tuttavia nel processo che si svolse a Dumenza, suo luogo natale, egli fu dichiarato, probabilmente per le simpatie conquistate con il suo patriottismo, “mentalmente minorato” e condannato ad un anno e quindici giorni, per poi scontare sette mesi e quindici giorni.

Titolo quotidiano Le Petit Parisien, 191)
Titolo quotidiano Le Petit Parisien, 1913)

L’avvenuto ritrovamento con annesso colpevole fece grande notizia e subito in Francia si mobilitarono campagne per promuovere il rientro del capolavoro di Leonardo, che non fu mai messo in discussione. Prima dell’imminente rientro al Louvre, i buoni rapporti che in questo periodo, di poco antecedente alla Prima Guerra Mondiale, intercorrevano tra l’Italia e la nazione transalpina favorirono una serie di esposizioni temporanee della Gioconda prima agli Uffizi di Firenze, poi a Palazzo Farnese e in seguito presso la Galleria Borghese a Roma. Nel 1914 la Monna Lisa fece ritorno in Francia, e prima a Modane con un treno speciale allestito dalle ferrovie italiane e poi a Parigi, dove era attesa da un grande corteo di autorità e dal Presidente della Repubblica per riporla al suo posto nel Salon Carrè del Musèe du Louvre.

Il ritorno al Louvre, 1914
Il ritorno al Louvre, 1914

L’incredibile storia del furto contribuì notevolmente alla creazione di un mito che ebbe un’enorme portata  e che consentì alla Gioconda di entrare nell’immaginario collettivo mondiale,  non come un quadro qualunque ma come il quadro per eccellenza. L’aumento di questa tendenza nel corso degli anni l’ha portata ad essere esposta nel 1962 tra Washington e New York, nel 1974 tra Tokyo e Mosca e, nel 1956 gli costò un attacco vandalico con dell’acido e un sasso lanciato, come purtroppo può accadere a tutte quelle opere che subiscono questo tipo di mitizzazione. Paradossalmente al giorno d’oggi, Il più che celeberrimo dipinto si trova nella condizione di non essere più considerato come tale, ma anzi di trascendere la sua natura materica di incredibilmente rara e pregevole rappresentazione pittorica, per assumere le sembianze di un’entità irraggiungibile, intoccabile, un’icona che ormai più che realmente osservata, è semplicemente e distrattamente vista. Le condizioni in cui è possibile ammirare la Monna Lisa parlano chiaro : un piccolo quadro dietro una teca di vetro e migliaia e migliaia di visitatori giornalieri che scattano foto. Non guardano, scattano foto. Non fotografano il capolavoro ma l’entità e il fatto stesso di esserle davanti.

(La Gioconda oggi)È cosi che si uccide un’opera d’arte, non guardandola, ignorando inconsapevolmente l’unico scopo per cui ciò che abbiamo davanti è stato concepito e creato: stupire con le sue immortali rivelazioni. La Gioconda è un capolavoro, è vero, ma perché ? Perché qualcuno l’ha guardata e osservata. E se invece noi ci limitiamo a vederla senza approfondirne la visione, allora abbiamo un problema : potremmo non riconoscere la più incredibile opera d’arte mai concepita, pur avendola sotto i nostri occhi. Per farlo bisogna osservare, emozionarsi.

(di Andrea Checchi)

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