Cina. Il drago in affanno spaventa il mercato mondiale

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La crisi del mercato azionario di fine agosto altro non è che lo specchio dell’incertezza sul futuro economico della potenza cinese. Un’altalena tra eccesso di interventismo e laissez faire di cui la bolla immobiliare è solo un sintomo. Da qualche mese a questa parte Pechino si sta dimostrando incoerente e strategicamente miope, tanto da spaventare perfino le economie più avanzate. Gli operatori sono disorientati: dapprima un rigonfiamento della bolla speculativa, poi l’uscita di scena del governo e infine il prepotente rientro sui mercati azionari con una svalutazione che nulla ha a che fare con le presunte politiche di internazionalizazzione del renmimbi indicate dal Fondo Monetario Internazionale.

L’eccesso di liquidità derivante dalla strategia delle esportazioni è stato investito in immobili e infrastrutture invece che nel consumo interno. Ora che prezzi degli immobili sono crollati drasticamente, il mercato è esploso ed è noto che i cinesi non sono investitori abituati a gestire lo stress. I capitali privati d’altro canto, anche quelli dei Brics, sono ormai in fuga da oltre un anno con una cifra che ha superato i mille miliardi di dollari in 13 mesi. La volatilità dei mercati azionari ha generato onde d’urto che un sistema politico così rigido non è in grado di assorbire, per cui l’ultima svalutazione dello yuan è olo una maschera che copre l’aiuto dello Stato alle imprese . Si tenga quindi in considerazione che, a parte alcune sacche di imprenditoria familistica privata, come il modello Zheijiang, l’industria cinese è totalmente finanziata dal Partito che incassa come ricavi quelli che mette sul piatto della bilancia come incentivi e sgravi alle imprese. Negli ultimi dieci anni i sussidi alle aziende hanno superato gli 800 miliardi dollari mentre gli utili sono stati di 600 miliardi.

Durante la parata per la sconfitta del nazi-fascismo, la scorsa settimana, Xi Jinping ha ribadito che la Cina è un paese pacifico interessato solo alla stabilità ed infatti ridurrà l’esercito di 300mila unità entro la fine dell’anno a fronte di un Giappone che proclama invece un nuovo riarmo per far fronte alla minaccia jihadista. Tuttavia il conflitto economico latente con gli Stati Uniti e la forte rivalità con l’India, oltre che le guerre territoriali con Tokyo non lasciano presagire un futuro di pace perpetua. La Cina è una vorace consumatrice di materie prime, di cui si approvvigiona sulle stesse piazze di Unione Europea e USA ed allo stesso tempo alla disperata ricerca di mercati in cui smaltire la produzione non assorbita dal consumo interno. Questi fattori spingeranno presto Pechino in rotta di collisione in uno scenario che non sa gestire – specie in Medioriente –  a meno  che non riesca a stabilire con la Russia di Putin, ormai isolata, un’alleanza commerciale. Il rallentamento della Cina sta quindi  contagiando anche i mercati emergenti, perchè le importazioni diminuiscono ancor più velocemente delle esportazioni. Ne risentono non solo i paesi produttori di materie prime ma anche i paesi che producono beni intermedi come Brasile, Nigeria e Thailandia con effetto moltiplicatore in Asia dove Pechino è il perno del sistema delle esportazioni. La popolazione cinese sta inoltre invecchiando. Il tasso di fecondità è a livelli europei ed è probabile che la Cina invecchierà ancor prima di essere diventata ricca. La politica del figlio unico ha fatto si che già nel 2013 l’età media fosse salita a 35 anni dai 22 del 1980 e crescerà ancora fino ad arrivare a 46 nel 2050, secondo quanto calcolato dalla Nazioni Unite. Questo significa meno forza lavoro, come già è accaduto quest’anno, e più pensioni: un quarto della popolazione anziana mondiale nel 2025 abiterà in Cina.

Sebbene il governo abbia fatto di tutto per non discostarsi dai circa 700 dollari annui dei primi anni ’90, gli operai cinesi hanno ormai un salario annuo pari a circa 7000 dollari, un aumento sconosciuto a qualsiasi stato oltre la muraglia. Soldi che peraltro non vengono investiti nè nell’educazione dei figli nè nei consumi e quindi si accumulamo in poderose riserve monetarie che arricchiscono le casse del Partito. I lavoratori hanno iniziato a protestare fortemente e a chiedere maggiori tutele sul posto di lavoro, specie in materia ambientale in cui la Cina difetta abbondantemente rispetto a tutti gli standard internazionali. Ma le proteste coinvolgono anche il sistema politico e l’informazione. Xi mantiene sul Partito uno strettissimo controllo grazie alle epurazioni degli scorsi mesi ma i focolai dissidenti sono alimentati dalla stessa popolazione che riesce con facilità ad aggirare la censura grazie ai social network. L’incendio di Tianjin ha dimostrato come il Governo non sia più in grado di controllare il flusso informativo dei 550 milioni di cinesi che si connettono alla rete da dispositivi mobili nè di influenzare più di tanto la crescente opinione pubblica.

Eppure nel breve periodo Pechino continuerà a crescere aiutata dal dimezzamento del prezzo del petrolio e dai suoi 4miliardi di dollari in riserve di valuta estera, da usare per alimentare organizzazioni internazionali che prestano soldi ai paesi in via di sviluppo senza criteri di condizionalità, come invece impone l’Unione Europea. Sono in forte ascesa la Nuova Banca di Sviluppo creata con i Brics, la Banca asiatica di Investimento per le infrastrutture che ha, tra i fondatori, anche Regno Unito e Germania, e la Nuova via della Seta per la stabilizzazione delle rotte commerciali con il Vecchio Continente. Far crescere queste organizzazioni significa far crescere l’influenza cinese nel mondo. Xi Jinping ha un enorme consenso, si parla di lui come il leader cinese più influente dopo Mao ed il partito è compatto sotto la sua egida specie dopo le ultime epurazioni. Questo potere gli consente di usare le riserve in valuta estera come ponte per le aziende di Stato cinesi così da farle uscire dal perimento nazionale e portarle sui mercati internazionali. Nessun altro Stato al mondo ha questa forza.

Nel 2014 il 38% della crescita mondiale è arrivato dalla Cina. Sono più di 120 le nazioni che commerciano maggiormente con la Cina che con gli Stati Uniti. Se si facesse il calcolo con tassi di cambio parametrati in parità di potere d’acquisto, la Cina avrebbe superato il Pil statunitense già nel 2014. Questo implica che il crollo della Cina porterebbe ad un crollo tale dell’economia che il resto del mondo non potrebbe ermettersi. Anche l’ufficio brevetti di Pechino è ormai il primo al mondo con oltre 526mila richieste, un quarto del totale con uno storico sorpasso sugli Stati Uniti. Il numero è in verità fuorviante poichè frutto di una politica statalista di incentivo alla ricerca ma rende molto bene l’idea della quota di mercato controllata dai cinesi.  Nel 2009, il governo di Pechino ha lanciato l’ambizioso “Piano nazionale di medio-lungo termine per lo sviluppo della scienza e della tecnologia”, che si propone di fare del Paese una superpotenza tecnologica entro il 2020 e il leader mondiale entro il 2050. Un progetto che si innesta sul grande sogno cinese di Xi e che attira miliardi di yuan in ricerca&sviluppo. Questa strategia top-down prevede tra le altre cose anche facilitazioni nelle stesse procedure per depositare i brevetti che quindi si moltiplicano.

Eppure nel lungo periodo rischia non solo di rallentare ma addirittura di implodere, Il New Normal, il tasso di crescita al 7% non dovrà essere solo una bandiera, ma un faro verso cui orientare una piano di serie riforme quali la stabilizzazione dei salari, l’incentivo al consumo interno, la scolarizzazione, l’evoluzione verso un’economia terziaria, la specializzazione della forza lavoro e l’apertura graduale e reale dell’economia agli investitori privati nazionali ed esteri oltre che una maggiore democratizzazione. Se la legittimità del Governo di Pechino si basa sull’assunto che il Partito è la migliore garanzia per lo sviluppo economico, gli attuali dati rappresentano la più grande minaccia per la stabilità del Governo stesso e per il futuro del Paese che rischia di fare la stessa fine di Giappone, Corea del Sud e Taiwan.

(di Emiliana De Santis)

Fonte foto: investireoggi.it

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