Champions League. Allegri e la finale persa: ma non chiamatelo perdente

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Massimiliano Allegri
Massimiliano Allegri

Allenatore perdente? No forse non è la serata per definire così Massimiliano Allegri. Dobbiamo riportare l’orologio al 16 Luglio del 2014. L’Italia è stata eliminata dai mondiali e di lì a poco ci saranno le elezioni del nuovo presidente della FIGC, perché dopo il secondo fallimento consecutivo degli azzurri ad un campionato del Mondo Giancarlo Abete si dimette. La sfida alla poltrona più importante del calcio italiano si gioca tra Carlo Tavecchio e Demetrio Albertini, entrambi hanno bisogno di un nome forte per sostituire Cesare Prandelli alla guida della nazionale italiana. Ci sarebbe Mancini libero, ma soprattutto si è inclinato qualcosa nel rapporto tra l’allenatore per tre volte campione d’Italia e dello scudetto del record di 102 punti con la Juventus, Antonio Conte e la dirigenza.

Il leccese proprio non tollera il mancato acquisto di Manuel Iturbe e se ne esce con una frase destinata a rimanere nella sua storia personale ed in quella recente della Juventus: “Con 10€ non si mangia in un ristorante da 100.” Così Antonio Conte si dimette, ad attenderlo c’è la panchina della prima nazionale dell’era Tavecchio, una squadra ad oggi ancora imbattuta. Marotta ha allora poco tempo per decidere il futuro allenatore della Juventus, un allenatore in grado di non far rimpiangere chi oltre che ad essere stato una guida tecnica è stato un vero e proprio capopopolo per gli juventini. Si opta per Massimiliano Allegri, che ha vinto uno scudetto alla guida del Milan, ma viene da due stagioni sfortunate alla guida dei rossoneri.

Non è accolto bene, i tifosi non sopportano di trovarsi in panchina Allegri al posto di Conte, lui chiede solo di lavorare con tranquillità, ma sa bene che se dovesse iniziare male la stagione, non ci sarà mai questa tranquillità richiesta. Il livornese entra subito in sintonia con lo spogliatoio pieno di campioni della Juventus, in realtà alcuni di loro non hanno preso bene le reazioni mediatiche all’addio di Conte, come se la Vecchia Signora non possa essere grande senza quello che prima era stato il leader carismatico in campo e poi in panchina e così dà piena fiducia a Max Allegri.

I suoi modi di fare sono diversi da quelli di Conte, non si cura più spasmodicamente la preparazione fisica, i giocatori hanno più libertà d’inventiva, non sono più automi ingabbiati nei rigidi schemi dell’allenatore, obbligati a correre 90 minuti per non essere sostituiti e con questa nuova fiducia, molti giocatori compiono il percorso di crescita forse rallentato dal pragmadismo di Conte. Bonucci si attesta come uno dei migliori difensori d’Europa, ora non è più semplicemente un difensore con i piedi buoni, ma qualcosa di più; Pogba dopo il mondiale da protagonista si attesta su livelli da pallone d’oro; Marchisio è più che un’alternativa ad un Pirlo forse arrivato al capo linea di una carriera grandiosa.

Al ristorante da 100€ si entra senza Iturbe, ma con Evra, Coman, Pereyra, Morata e Romulo, tutti a parte l’ex Verona impegnati in questa finale di Champions League. Pereyra e Morata cresciuti al punto da essere convocati da Argentina e Spagna. In inverno poi rientrano alla base De Ceglie (utilizzato pochissimo), più Sturaro e Matri, il centrocampista italiano ha subito dimostrato di poter essere il futuro, l’attaccante ex Cagliari è stato decisivo nella vittoria della Coppa Italia. I bianconeri hanno vinto tutto in Italia anche in questa stagione, ma la prova del 9 era quella europea. Se qualcosa è sempre stato rimproverato a Conte era proprio questo, l’essere tanto grandi in Italia, quanto piccoli in Europa. Non è stato così quest’anno, il cammino nel girone è stato più difficile del previsto, con una qualificazione messa in difficoltà con l’Olympiacos.

Poi però molti segni del destino sembravano girare dalla parte di Allegri, sorteggi fortunati fino alla finale, con il Dortmund prima ed il Monaco poi. La partita della vita con il Real, con Tevez, forse mancato proprio in finale, in versione pallone d’oro a far ammattire le merengues. La storia la fanno sicuramente i vincitori, tra qualche decennio solo chi è scritto nell’albo d’oro verrà ricordato, ma non date del perdente ad Allegri, non solo perché ha vinto Campionato e Coppa Italia, ma perché anche in questa finale ha preparato la partita meglio di come ci si poteva aspettare da un allenatore sicuramente troppo sotto valutato.

I media nel presentare questa finale hanno ricordato come in campo ci fossero tre giocatori (Buffon, Barzagli e Pirlo) che in quello stadio avevano vinto la coppa più importante. Ma tutti dopo il goal a freddo di Rakitic, più che alla vincente Italia del 2006, avevamo pensato alla finalista perdente del 2012, che veniva spazzata via da una Spagna ricca di giocatori che oggi vestono la maglia azulgrana (Piquè, Jordi Alba, Iniesta, Xavi, Busquets e Pedro). Invece i bianconeri non hanno difettato di carattere, hanno contenuto i colpi del Barca e sono riusciti addirittura a pareggiare, tenendo sotto scacco la squadra più forte del mondo per almeno un quarto d’ora. Alla lunga la maggior classe degli spagnoli è stata decisiva, ma queste saranno solo le basi per la Juventus di Allegri, un allenatore che con 10€ ha mangiato al tavolo dei grandi dove tutti spendevano 100€, lo ha fatto senza sfigurare ed uscendo a testa alta.

Forse per lui il premio più dolce è la riconoscenza dimostrata proprio da quei tifosi che lo volevano ripudiare prima ancora di fargli indossare la maglia bianconera e che a Berlino lo hanno applaudito nonostante la sconfitta, una sconfitta si, ma con l’onore delle armi.

di Francesco De Felice

 

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