Qui Barcellona. Il cambiamento che ha portato al trionfo, storia del secondo triplete

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barcellona_championsLos toros se ven mejor desde la barrera” ha dichiarato Rafa Benitez, prossimo avversario del Barcellona, nella sua ultima conferenza da allenatore del Napoli. Un modo di dire per intendere quanto sia facile giudicare dall’esterno, “da dietro la barriera”, senza aver di fronte il pericolo incombente. Lo penserà anche Luis Enrique, ascoltando giudizi tranchant su quanto sia relativamente semplice gestire ed allenare una squadra come il Barcellona. Probabilmente si farà una grassa risata, proprio come fece in diretta tv alla fine di un Juventus-Roma di Coppa Italia. Una risata, stavolta, di tutt’altro sapore, da allenatore vincente del “secondo triplete”.

Dopo il successo di sabato sera, risulta inevitabile il paragone di questo Barcellona con quello di Guardiola del primo triplete della stagione 2008-2009. Affidandoci alle statistiche (dati OPTA), il confronto sembra pendere dalla parte del Barça attuale: i gol realizzati (175 a 158), quelli subiti (38 a 55), il numero di vittorie (84 a 67). Affrancandoci, invece, dal mero raffronto numerico, il  Barça di Guardiola è incomparabile con quello attuale per quelle caratteristiche tecnico-tattiche specifiche (più pressing, linea difensiva più alta, più possesso palla), che l’hanno fatto assurgere a modello ineguagliato di calcio totale. Il Barcellona di Luis Enrique, pur mantenendo inevitabilmente qualche linea-guida lasciata in eredità da Guardiola, è meno rigoroso, meno radicale, meno dominante: non è asfissiante nel pressing, non esita ad arretrare la linea difensiva in alcuni tratti delle partite, non disdegna il lancio medio-lungo a prendere d’infilata la difesa avversaria (chiedere a Benatia e Boateng per ulteriori delucidazioni). Una squadra, però, tremendamente efficace, che procede più per strappi di ritmo e per verticalizzazioni insistite. In questo senso, decisivi sono stati gli inserimenti di due giocatori che hanno cambiato il volto del Barcellona, allontanando il ricordo del tiqui-taqa: Rakitic e Suarez.

Il croato, che nel Siviglia era solito giocare sulla trequarti, ha dimostrato una versatilità tattica di notevole rilevanza: ha messo in mostra le sue capacità anche nel gioco orizzontale, continuando ad essere decisivo con il suo marchio di fabbrica, ovvero la verticalizzazione, anche da posizione più arretrata, consentendo alla squadra di accorciare le azioni già in fase di impostazione. Se a tutto ciò aggiungiamo anche gli inserimenti senza palla, si può intuire il motivo per cui Rakitic sia stato preferito all’immortale Xavi per questo tipo di gioco. E poi Suarez, l’uomo della profondità. Chi meglio di lui può sfruttare un gioco sulle improvvise verticalizzazioni (domanda retorica da non rivolgere ai tifosi del Liverpool)? Sfruttando, inoltre, le indecisioni dei difensori avversari nella scelta di raddoppiare Messi o Neymar o mantenere la marcatura su di lui, Suarez diventa ancor più letale di quanto lo sia già normalmente.

Il ritorno in campo dell’uruguaiano, una volta scontata la squalifica di quattro mesi per il morso a Chiellini durante i Mondiali, è stato uno dei turning point della stagione del Barça che, a dispetto del favoloso epilogo, non è stata esattamente tutta rosa e fiori. A partire dal blocco di mercato imposto dalla Fifa a metà agosto per irregolarità nel tesseramento di giocatori minorenni (Rakitic e Suarez sono stati acquistati, per loro fortuna, prima del blocco), fino agli attriti tra Messi e Luis Enrique in seguito alla sconfitta contro la Real Sociedad (1-0) nella prima partita del 2015 (“Marca” nell’edizione del 6 gennaio titolava “El Barça descompone”), col tecnico asturiano che sembrava più fuori che dentro al Barcellona.

A pagare quel momento, per decisione del presidente Bartomeu, fu il d.s. Zubizarreta, legato a Luis Enrique da un profondo rapporto di fiducia ed amicizia. L’ex allenatore di Roma e Celta Vigo ha saputo incassare le critiche dei giocatori (non solo Messi, anche Neymar) e le decisioni dai piani alti, continuando a lavorare secondo le sue idee. E ha avuto ragione, perché una settimana dopo il ko al San Sebastian, il Barça ha battuto 3-1 l’Atletico Madrid di Simeone, iniziando la sua marcia trionfale, guidata dal tridente dei 122 gol (battuto il record dei 118 di Ronaldo-Benzema-Higuain): Messi, una volta risolti i problemi intestinali che lo affliggevano da prima dei Mondiali, ha ripreso a viaggiare con numeri e prestazioni da fenomeno (58 gol, terza migliore stagione realizzativa in assoluto); Suarez, dopo essersi allenato per mesi da solo lontano dal gruppo, con la sola compagnia di un membro dello staff, è riuscito a svolgere alla perfezione un ruolo che nel Barcellona, come nella Spagna, è il più difficile da interpretare; infine Neymar, che Luis Enrique ha trasformato in un giocatore da 24 gol in più rispetto alla stagione passata, dissolvendo le teorie su un’impossibile convivenza con Messi. Certo, giocare con Messi-Suarez-Neymar piuttosto che con Lamela-Totti-Borini o Nolito-Charles-Orellana sposta e non poco. Ma la mano e il contributo di Luis Enrique su questo triplete sono indiscutibili. Con buona pace di chi giudica desde la barrera.

di Emanuele Granelli

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