Rohingya: i migranti che cercano salvezza nel Sud-est asiatico

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VT-IT-ART-41210-rohingya_ansaUn paio di settimane fa sono stati soccorsi 1.400 migranti al largo delle coste dell’Indonesia e della Malesia. Provenivano dalla Birmania e dal Bangladesh. Siamo lontani dalle rive del Mediterraneo, dalle sue tragedie, dai suoi morti affogati che non si contano più. Eppure questa parte lontana di mondo è attraversata dalla stessa disperazione e dalle stesse rotte della speranza. A ricordare a tutti che gli uomini si spostano, da sempre, ovunque, spesso (sempre) per scelte imposte, come soluzione ultima a cause di forza estremamente maggiore. Fame, guerre, persecuzioni. E il Mare delle Andamane, a sudest del Golfo del Bengala e parte dell’Oceano Indiano non fa purtroppo eccezione. Ad avere la peggio da queste parti è la minoranza musulmana rohingya. Secondo le ultime stime dell’Onu, sarebbero oltre 6000 i rohingya in viaggio dalla Birmania e qui altri 120.000 sono costretti da tre anni nei campi di sfollati, venutisi a creare in seguito alla discriminazione di questa minoranza da parte della maggioranza buddista, vengono definiti con disprezzo “bengalesi musulmani”.

I rohingya. Il fenomeno migratorio dei rohingya in seguito alle persecuzioni assume una connotazione rilevante dal 2012, ma l’interesse mondiale per questa minoranza è notoriamente scarso e di conseguenza l’attenzione della stampa e dell’opinione pubblica internazionale è stata pressoché inesistente. Dal 2012, si sono imbarcati circa centomila rohingya e resta ignoto il numero dei naufragi. La minoranza è stanziata a cavallo dell’attuale confine tra Birmania e Bangladesh. La discriminazione da parte della maggioranza buddista ha antichi natali e si inasprì ulteriormente dopo la seconda guerra mondiale, che vide la Birmania, allora possedimento britannico, protagonista dello storico scontro fra Gran Bretagna e Giappone. In quella circostanza i rohingiya vennero armati dagli inglesi e oltre a combattere i giapponesi, ne approfittarono per fronteggiarsi anche con i loro connazionali buddisti. Dopo la conquista dell’indipendenza birmana nel 1947, quest’episodio non contribuì a far convivere pacificamente i due gruppi, né a favorire il pacifico stanziamento della minoranza musulmana. Oggi in Birmania i rohingya vengono considerati degli stranieri, retaggio della dominazione britannica. A questo è dovuta la loro sistematica assenza di documenti e il loro vivere per lo più in aree segregate. Nel 2014 ci fu un tentativo di porre la questione nell’agenda dell’annuale incontro dell’Associazione dei Paesi del Sudest asiatico (Asean), ma, in quanto presidente di turno, la Birmania lo impedì.

Thailandia, Malesia, Indonesia. Sono le mete dell’emigrazione dei rohingya. Molto spesso attraversando la Thailandia durante la fuga, vengono fatti prigionieri. Per questo motivo proprio la Thailandia è accusata di complicità con i trafficanti. In linea generale non accoglie la minoranza, essendo un paese buddista, al più rifornisce le imbarcazioni di viveri, ma non le lascia approdare. La Malesia, paese musulmano, si regola tuttavia in maniera simile. L’Indonesia, il più popoloso paese a maggioranza musulmana del mondo, ha di norma sempre accolto i rohingya, ma sta rivedendo le sue posizioni in vista delle dimensioni che sta assumendo il fenomeno e sempre più spesso non lascia sbarcare i migranti, abbandonandole nelle acque aperte.

Ma è proprio notizia di questi giorni che l’Indonesia e la Malesia hanno raggiunto un accordo con il fine di ospitare in modalità temporanea i migliaia di rohingya bloccati in mare. Ad annunciarlo, il Minisitro degli Esteri malese, Anifah Aman, dopo un incontro con le sue controparti indonesiana e thailandese.

La mattina del 20 maggio scorso sono stati 330 i migranti tratti in salvo da pescatori al largo delle coste indonesiane, che si erano aggiunti ad un altro centinaio soccorso qualche ora prima nella provincia di Aceh, che navigavano senza poter approdare, da circa quattro mesi. L’Agenzia di ricerca e soccorso di Langsa ha dichiarato “Erano disidratati, deboli e affamati”. E vivi, si potrebbe aggiungere. Questa volta almeno.

(di Azzurra Petrungaro)

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