Israele, la vittoria di Netanyahu e la chiamata di Obama

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img1024-700_dettaglio2_Netanyahu-reutersGerusalemme. Le elezioni si concludono con la vittoria schiacciante di Benjamin Netanyahu: il Likud conquista 30 dei 120 seggi della Knesset; i Sionisti uniti (laburisti) più i centristi di Tzipi Livni, 24. Netanyahu conquista il suo quarto mandato, terzo consecutivo, un percorso politico che non ha precedenti in Israele, quest’ultimo successo politico lo porterà a poter formare una maggioranza di destra forte di oltre 60 seggi (su 120). Il nuovo governo secondo le dichiarazioni del neo-rieletto, prenderà forma nelle prossime due settimane.

I partiti arabi, uniti per la prima volta in un’unica lista, si piazzano al terzo posto, ottenendo la medaglia di bronzo come forza parlamentare in Israele.

Qualcuno ha parlato di vittoria “della paura”, per la scelta dello stato tribale ebraico al posto di una società aperta, della mobilitazione permanente basata sull’inquietudine, degli avvertimenti al popolo degli incombenti pericoli nucleari, della conquista degli spazi politici da parte degli arabi.

Intanto Obama non chiama Netanyahu, a congratularsi per la vittoria con il premier israeliano è stato il segretario di stato John Kerry. La telefonata del Presidente americano viene prevista dagli esperti probabilmente nei giorni a venire, quando la coalizione del governo sarà chiara e definita. La continuità del mandato di Netanyahu non era prevista a Washington, si sperava e si credeva in un nuovo corso che consentisse alle due potenze di rilanciare i loro rapporti.

Il leader del Likud prima delle elezioni aveva chiaramente espresso la non possibilità di nascita di uno stato palestinese in concomitanza con una sua nuova leadership del governo israeliano. A Obama spetterebbe il difficile compito di decidere come strutturare il rapporto con Netanyahu, se lavorare per recuperarne uno o se non impegnarsi in tal senso, a fronte delle dichiarazioni nette rilasciate prima del voto.

Poi la svolta. Nella giornata di giovedì, in un’intervista alla Msnbc, il premier israeliano in relazione al conflitto con la Palestina, dichiara di non volere “una soluzione con uno Stato”: «io voglio una soluzione con due Stati pacifica e sostenibile, ma per questo le circostanze devono cambiare».

A questo punto arriva puntuale la chiamata dal Presidente Obama, che ha ribadito «l’impegno Usa di lunga data per la soluzione dei due Stati, che si traduce in un Israele sicuro accanto ad una Palestina sovrana». Lo riferisce la Casa Bianca in un comunicato. Inoltre Obama nel colloquio telefonico con il premier israeliano, ha ricordato «la lunga e profonda amicizia tra i due Paesi» e ha sottolineato «l’importanza della cooperazione con Israele nel campo militare, dell’intelligence e della sicurezza».

I chiaramenti di Netanyahu hanno voluto sottolineare che non c’è stato alcun cambio di politica, ma «cìò che è cambiata è la realtà. Abu Mazen, il leader palestinese, rifiuta di riconoscere lo stato ebraico e si è alleato con Hamas, che invoca la distruzione dello stato ebraico, e ogni territorio che viene lasciato libero in Medio Oriente viene conquistato da forze islamiche» e ha aggiunto il premier israeliano: «noi vogliamo che questo cambi, così che si possa realizzare una visione di pace sostenibile».

Riguardo agli Usa Netanyahu ha tenuto a ribadire come gli Usa non abbiano «un alleato più grande di Israele e Israele non ha un alleato più grande degli Stati Uniti» e ancora: «ci sono davvero tanti settori in cui dobbiamo lavorare assieme, possiamo avere delle differenze, ma ci sono davvero tante cose che ci uniscono. Abbiamo una situazione in Medio Oriente che è molto pericolosa e questo rappresenta una sfida comune».

Staremo a vedere se l’apparente linea comune tra le due potenze si tradurrà in cooperazioni di fatto e se il gelo che ha spesso contraddistinto i rapporti tra Obama e Netanyahu si sia effettivamente avviato verso lo scioglimento.

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