Brasile 2014: dieci anni dopo la vittoria agli Europei, la Grecia tenta un nuovo miracolo

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Bandiera-Greciadi Marco Milan

Sono passati dieci anni esatti da quella serata di Lisbona quando la Grecia di Otto Rehhagel si prese tutto il banco dopo aver puntato una misera fiche al tavolo europeo.

Si gridò al miracolo, all’impresa irripetibile e forse incomprensibile. Capirai, la Grecia campione d’Europa chi se la sarebbe mai aspettata? Una nazionale mai nell’èlite del pallone, una rosa appena sufficiente, di fronte carri armati in grado di schiacciare chiunque. E invece la patria della mitologia, passo dopo passo, si issò sul tetto d’Europa fra lo stupore di tutti e le critiche degli appassionati pallonari dal palato fine, sbigottiti, quasi schifati dalla vittoria di una squadra che meglio non avrebbe potuto interpretare il vecchio catenaccio all’italiana di un Ascoli o un Padova qualsiasi.

Dieci anni dopo, la storia ellenica aggiunge un nuovo capitolo glorioso. L’approdo ai mondiali brasiliani poteva anche starci, il secondo posto nel girone di qualificazione dietro alla Bosnia, pure. Il biglietto per Rio è stato staccato dopo lo spareggio contro la Romania, il sorteggio appariva proibitivo: gruppo con Colombia, Costa d’Avorio e Giappone; si diceva: il gruppo è pessimo per la Grecia, squadra vecchia, lenta ed involuta, mentre i tre avversari mondiali sono freschi ed atleticamente più preparati. Ipotesi rafforzata dopo lo 0-3 all’esordio contro gli scatenati colombiani. Ma già nella seconda gara contro i giapponesi, la Grecia dimostra di essere il solito gruppo compatto ed ordinato: in dieci uomini dalla fine del primo tempo, la nazionale ellenica resiste agli attacchi (sterili) dei nipponici e porta a casa un punto che ai più sembra inutile.

E invece nella gara decisiva contro la Costa d’Avorio, la Grecia sovverte ogni pronostico, strappa al 92′ una qualificazione meritata perché contro i centroafricani domina la partita, prende tre legni e mostra solidità ed ordine tattico, l’esatto opposto degli ivoriani, molto più dotati tecnicamente ed atleticamente, ma col solito difetto di non giocare da squadra, di  non avere il famigerato soldo per arrivare alla lira. La Grecia continua a non essere una nazionale di rango, ha poca qualità e pochi ricambi, eppure rende, fa il massimo di ciò che può, ed ha cuore, carattere, quegli elementi che spesso e volentieri risultano determinanti. E’ stato bravo, ovviamente, anche il ct, il portoghese Fernando Santos, intelligente nel capire qualità e limiti dei suoi uomini, scaltro nel motivarli e far credere loro che gli ottavi di finale del campionato del mondo non erano un miraggio. C’è ancora il vecchio capitano Karagounis, sempre perno e uomo d’ordine della mediana, c’è il centrale difensivo Manolas, un ventiduenne che presto o tardi finirà a guidare la retroguardia di un grande club europeo, c’è il solito Samaras là davanti, uno che magari non farà caterve di gol, ma prende (e restituisce) botte, apre spazi per i compagni, svaria per l’intera zona d’attacco, è il leader di questa nazionale; ci sono gli italiani Kone e Christodoulopoulos, freschi di retrocessione in serie B col Bologna e in grado nelle tre uscite mondiali di dar dinamismo alla propria squadra, pericolosi col tiro dalla distanza, preziosi rifornimenti per le punte. La Grecia ottiene così, comunque vada la sfida agli ottavi contro l’altra sorpresa Costa Rica, il suo miglior risultato ai mondiali dopo le due eliminazioni al primo turno negli altri due unici appuntamenti mondiali a cui aveva partecipato, 1994 e 2010.

Ora la sfida ai centroamericani, per continuare un sogno che dieci anni dopo torna ad affacciarsi all’ombra del Partenone. Si fermerà prima o poi la Grecia, si sente dire un po’ ovunque. Già, lo stesso ritornello che echeggiava in Portogallo due lustri fa.

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