Grand Budapest Hotel – Wes Anderson delle meraviglie

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di Annalisa Gambino

Wes Anderson, con Grand Budapest Hotel, riconferma la sua straordinaria abilità nel creare fantastici microcosmi, popolati da personaggi fantasiosi e rocamboleschi. Dopo la casa dei Tenenbaum, la nave di Steve Zissou, il treno per Darjeeling e l’isola di Moonrise Kingdom, è la volta del Grand Hotel di Budapest.

L’aspetto che accomuna tutta la cinematografia di Anderson è la minuziosa ricerca di una singolare collocazione spaziale e sociale in cui far vivere le sue storie. Le vicende si svolgono, infatti, sempre in luoghi e ambienti circoscritti ed isolati dal mondo esterno.I personaggi in questo modo risultano decontestualizzati dalla realtà e per questo elevati a un livello    onirico e decadente. Il connubio di questi elementi, insieme alle tinte pastello e alla minuziosa attenzione per il dettaglio diventa la cifra stilistica riconoscibile a colpo d’occhio tipica del regista texano.

Dal punto di vista della caratterizzazione dei personaggi, lo “stile Anderson” è diverso in ogni opera ma segue uno schema ricorrente. Ogni accessorio è funzionale alla costruzione dell’identità del protagonista del film, che è sempre malinconico, stralunato, impacciato, infantile e scosso da complicate relazioni familiari.

Grand Budapest Hotel vanta un cast straordinario, composto dai fedelissimi Bill Murray, Willem Dafoe, Adrien Brody e dalle “new-entry” Ralph Fiennes, Tony Revolori, F. Murray Abraham, Jude Law. Ralph Fiennes interpreta Monsieur Gustave, il proprietario del rinomato Grand Budapest Hotel, che instaura una sincera amicizia con Zero, il proprio lobby-boy.

La storia si srotola rappresentando le avventure goliardiche della coppia in un caleidoscopio di personaggi secondari che, con le loro azioni, aggiungono dinamismo e ironia. In ogni minuto del film si ritrova l’anima andersoniana, dal pignolo delineamento di ogni  personaggio, alla maniacale ricostruzione della location che sfiora la perfezione visiva.

Da un punto di vista narrativo, l’anello che tiene insieme i diversi livelli temporali è il racconto. Il regista si cala nei panni di uno scrittore dei nostri giorni: Tom Wilkinson che diventa l’ultimo erede dei segreti del Budapest Hotel. Anderson gioca molto sulla differenza tra il Grand Budapest degli anni Trenta animato da Monsieur Gustave e Zero e quello del 1985, nel quale Zero ormai anziano racconta le gesta sue e di Gustave al giovane scrittore.  Si alterna lo sfarzo colorato e pacchiano del passato, alla desolazione del presente. Questo procedimento ricorda la stessa amara nostalgia di Jack Torrance che si aggira disperato negli enormi spazi vuoti del più famoso Hotel della storia del cinema, l’Overlook di Kubrick.

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