Erdogan e il blocco dei social network: la Rete fa paura alla politica

di Azzurra Petrungaro

Distopica, quasi orwelliana. È la condizione in cui versano i Paesi in cui il sistema politico si impone di dover fronteggiare il flusso delle informazioni trasportato dalla Rete. Se Internet per molti è sinonimo di libertà, per altri può esserlo di anarchia. E spesso, con un limite tendente al sempre, questi altri coincidono con i depositari del potere.

L’ultimo in ordine di tempo a lanciarsi in questa lotta donchisciottiana è il Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan. La premessa necessaria per la comprensione dell’intera vicenda è il recente coinvolgimento del premier in questione in un grave scandalo di corruzione e le elezioni amministrative turche che si sono svolte la scorsa domenica. Ora: come rimediare a delle scomode registrazioni caricate sul web in cui è possibile ascoltare Erdogan che nell’ufficio del Ministro degli Esteri, propone un’azione militare in Siria che riesca a distogliere l’attenzione dalle fastidiose vicende interne? Semplice, ordinando nel giro di una settimana il blocco dei maggiori social media, come Twitter e delle piattaforme di condivisione, come YouTube.

Peccato che in poche ore gli utenti, anche grazie alle istruzioni fornite dalle stesse aziende di social networking, siano riusciti ad aggirare il divieto e a gettare nel ridicolo il goffo tentativo di Erdogan.

Ma il premier turco è ottima compagnia. Nella lista dei “Nemici di Internet” redatta da Reporters sans frontières (RSF) e aggiornata al mese di Marzo 2013, figurano il Bahrain, il Vietnam, l’Iran, la Siria e la Cina. Nel paese di Xi Jinping vige una delle censure della Rete tra le più severe al mondo, basti pensare che l’accesso a siti stranieri, come Facebook, Twitter o YouTube non è consentito. Per non parlare del blocco attivato sulle pagine che trattano le varie indipendenze interne, i fatti storici fondamentali per la storia del popolo cinese come le proteste del 1989 in Piazza Tiananmen e la dura repressione praticata verso i cyber dissidenti. L’intero assetto coercitivo non ha inciso sull’aumento esponenziale dei social network cinesi che contano all’attivo 200 milioni di utenti. Qui i cittadini della Repubblica Popolare riescono a esprimere opinioni e a sfidare i limiti ufficiali che gravano sulla libertà di parola.

Un diretto predecessorre di Erdogan è invece Hosni Mubarak, che al culmine della rivolta contro la dittatura (gennaio 2011), impose il blocco dell’accesso alla Rete nel tentativo di fermare l’organizzazione e la diffusione della rivolta, con i risultati ormai noti.

(Secondo Reporters sans frontières in Italia è in vigore una censura di Internet definita “selettiva”, ovvero che blocca un esiguo numero di siti specifici e filtra un altrettanto esiguo numero di categorie. Sarebbe interessante osservare nello specifico di cosa si tratta, se le misure di controllo siano effettivamente messe in atto esclusivamente per la salvaguardia dell’utente e secondo fini etici).

I pochi esempi citati mettono in luce quanto utopico sia pretendere di bloccare qualcosa di immateriale, istantaneo, inafferrabile come il web. Utopico come ancora una volta il potere politico si illuda di potersi opporre a qualcosa che è ormai già accaduto da tempo e da tempo fa parte della quotidianità dei singoli. Anacronismo cieco e ridicolo, come quello che caratterizza l’azione di Erdogan e dei suoi precursori.

Questi avvenimenti non fanno altro che confermare quanto la maggior parte della classe politica mondiale viva in un profondo gap che la separa dalle generazioni successive. Questi grotteschi tentativi denotano una profonda incomprensione dello strumento della Rete. L’opposizione al suo utilizzo e il divieto della possibilità di accedervi, causano regolarmente pesanti contraccolpi ai loro fautori. Mubarak ne è forse l’esempio più evidente, Erdogan si prepara forse a seguire le sue orme.

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