Centri storici, torna l’incubo dei crolli. Svendere le case, perché no?

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di Lucia Varasano

Matera piange oggi la giovane Antonella la ragazza di 31 anni deceduta nel collasso di una palazzina di tre piani a ridosso del rione sassi. Ieri nuovo cedimento di una palazzina abbandonata nel centro storico della città di Agrigento.

Si torna a parlare dell’abbandono e del pericolo crolli nei centri storici italiani. Fatti di cronaca di cui la stampa è ormai satura. Non sembra essere il caso- stando ai primi accertamenti- dello stabile materano che si trova sì in pieno centro storico ma, come ha riferito il sindaco della città, non in una zona degradata. Da alcune fonti sembra che vi erano in corso dei lavori a pian terreno ma diversi abitanti del luogo pare avessero notato la presenza di alcune crepe e chiesto un sopralluogo dei vigili del fuoco che non avevano riscontrato un pericolo tale da richiedere lo sgombero della palazzina.

Crolli spontanei. Di chi è la responsabilità? Le cause dei crolli spontanei degli edifici possono essere ricercate nella durabilità dei materiali e nella robustezza strutturale, nella mancata valutazione delle caratteristiche geotecniche e della progettazione ingegneristica, bisogna poi considerare che tanti sono i manufatti costruiti prima della legge antisismica. A Matera dovranno ora essere accertate le relative cause e le eventuali colpe ma ad ogni crollo torna martellante una domanda: di chi è la responsabilità?

Dipende sì dalla zona, dall’edificio e dalla proprietà dello stesso ma quando sono i piccoli borghi a crollare una riflessione è d’obbligo. Tanti sono gli esempi italiani di una politica edilizia che porterà man mano allo sbriciolamento dei centri storici. Scelte urbanistiche che favoriscono l’abbandono e il degrado, la scellerata cementificazione nelle campagne piuttosto che il risanamento degli edifici, la mancata messa in sicurezza del patrimonio edilizio esistente, la carenza di fondi, sono tutti gli ingredienti dell’Italia che crolla.

L’attività edilizia tra scelte urbanistiche e inadempienze politiche. L’attività edilizia è di competenza delle Regioni -nel rispetto dei principi fondamentali della legislazione statale desumibili dalle disposizioni contenute nel testo unico e regolamenti in materia- e dei Comuni nell’ambito della propria autonomia statutaria e normativa.

Sulla base dell’ultimo Censimento generale Istat e dei dati prodotti dal Cresme (Centro ricerche economiche e sociali sull’edilizia) più del 20% dell’intero patrimonio abitativo nazionale risulta in condizioni di pessimo o mediocre stato di conservazione. Il Governo investe poco nel recupero delle abitazioni a rischio crollo, le Regioni spesso non riescono ad intercettare i fondi comunitari o ad impegnarli adeguatamente, molti Comuni sono sull’orlo del dissesto mentre ai tanti privati manca la forza economica per sobbarcarsi i costi di una ristrutturazione.

Tra l’altro il risanamento delle abitazioni nei centri storici non può essere affidato solo ai privati che dovrebbero spesso affrontare vere e proprie opere di demolizione e ricostruzione. Spesso, chi non può permettersi la ristrutturazione o una nuova costruzione decide di continuare a vivere in alloggi fatiscenti mettendo a rischio la propria sicurezza e quella altrui, i più facoltosi invece preferiscono abbandonare le case degradate dei centri storici e investire nelle periferie o nelle campagne.

Ecco allora che le politiche edilizie cominciano a far rima con “consumo del suolo”. Se è vero che da un lato le regioni hanno emanato leggi che mirano alla rigenerazione urbana nell’ottica di una maggiore sostenibilità ambientale ed energetica, è vero anche che dall’altro si preferisce costruire e cementificare nelle campagne. Una pratica questa più fruttifera e meno onerosa basti pensare alla storia del famigerato “fascicolo fabbricato” bocciato a più riprese e osteggiato anche dalla Confedilizia. Le politiche del governo poi hanno alimentato la corsa al cemento basti pensare al Piano case di stampo berlusconiano a cui il più recente Decreto Sviluppo ha cercato di porre rimedio, un iter proseguito poi a livello locale dai singoli enti.

Il consumo del suolo. A ciò bisogna aggiungere fattori quali la forte urbanizzazione pro-capite che ha portato ad una riconversione  dei terreni agricoli a scopi edili con ripercussioni anche sull’approvvigionamento alimentare e sull’aumento del rischio idrogeologico. Quasi un terzo del territorio agricolo è scomparso negli ultimi 40 anni come denunciano, da tempo e a più riprese, Coldiretti e WWF. L’associazione ambientalista ha anche lanciato un appello on-line No al consumo di suolo, SÌ al riuso dell’Italia” chiedendo una riforma normativa nazionale nell’ottica di una più oculata tutela del paesaggio storico e naturalistico.

La necessità di monitorare lo stato dei centri storici. Esistono in Italia esempi di buone pratiche per la tutela dei centri storici (o ciò che ne resta) come quelle messe in campo dall’Amministrazione comunale di Agrigento quando tre anni fa la vicenda dei crolli apriva le pagine delle cronache nazionali. Cosa possono fare gli amministratori locali? Ogni comune cui il centro abitato risulti a rischio dovrebbe essere continuamente monitorato avvalendosi di un osservatorio dell’Ufficio di Protezione civile comunale direttamente in contatto con quella nazionale. Lavorare sulla sicurezza è possibile ma sono ancora pochi i comuni ad aver compiuto quest’operazione affiancandola poi a politiche di rilancio della parte antica delle città.

Svendere, perché’ no? Per non restare immobili nell’attesa dei fondi per il recupero delle abitazioni e nella babele burocratica le amministrazioni comunali potrebbero svendere le case nei centri storici. L’idea è balenata qualche anno fa a Vittorio Sgarbi e Oliviero Toscani per salvare le abitazioni della cittadina sicula di Salemi (di cui Sgarbi era sindaco) danneggiate dal terremoto del Belice nel 1968. Consiste nel vendere le case ai vip o a personaggi politici facoltosi al prezzo simbolico di 1 euro a patto che vengano restaurate seguendo i criteri architettonici originari. Si tratta spesso di una vera e propria opera di demolizione e ricostruzione per finalità abitative e perché no anche turistico-ricettive.

Cosa ci guadagna il Comune? Gli investimenti di privati porterebbero buone opportunità occupazionali nel settore dell’edilizia, un salvataggio dei centri storici dallo spopolamento e un generale ritorno per l’economia dell’intero abitato. Si tratta di una scelta difficile ma coraggiosa che andrebbe supportata da politiche di rilancio oltre che da una buona stesura del “regolamento per la disciplina delle alienazioni degli immobili acquisiti al patrimonio del comune” con precise clausole che portino benefici economici di lunga durata. C’è da dire che il progetto di Salemi fa fatica a decollare ma replicato nel comune di Gangi (Palermo) ha portato qualche buon risultato.

Insomma che sia una provocazione o un reale progetto è sempre meglio che veder crollare piccoli pezzi di storia sotto i colpi dell’inerzia politica e dell’abbandono generale.

foto gentilmente concessa da www.sassilive.it

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