Romania: nel silenzio dei media, mesi di proteste contro governo e multinazionali

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di Alessandra Vitullo

È ormai da più di tre mesi che Bucarest e dintorni vengono travolti regolarmente da ondate di protesta. A settembre centinaia di persone sono scese in piazza contro la multinazionale canadese Gabriel Resources Ltd, che tentava di aprire una miniera d’oro nella zona di Roşia Montană, progetto recentemente arenatosi in parlamento; mentre è da ottobre che in migliaia si sono schierati contro il colosso dell’industria petrolifera statunitense, Chevron, che è stato autorizzato dal governo a procedere per l’esplorazione di gas di scisto su 870 mila ettari di terreno della cittadina di Pungesti, villaggio rurale di poco più di 3 mila abitanti, nella parte nord orientale della Romania.

In questi ultimi mesi si sono verificati duri scontri tra forze dell’ordine e manifestanti, sia nel piccolo villaggio che nella capitale, disordini che in molti casi hanno portato all’arresto o al ricovero in ospedale di diverse persone. A provocare la dura reazione dei cittadini sarebbero le modalità e le conseguenze che l’inizio delle trivellazioni porterebbe sulla salute dei cittadini e dell’ambiente.

Il gas di scisto è un gas naturale che si trova all’interno di rocce poco porose ad alte profondità e per la sua estrazione si utilizzano solitamente tecniche di fracking idraulico, ossia iniezione di acqua a pressione che distrugge le rocce che rilasciano i gas. Le ragioni per cui il fracking è altamente rischioso, secondo quanto riportato anche da un rapporto del Parlamento europeo, Impacts of shale gas and shale oil extraction on the environment and on human healt  è che tale tecnica d’estrazione provocherebbe fuoriuscite di metano, etano, propano, elio e radon, che potrebbero causare danni collaterali al terreno (originando scosse di terremoto), all’acqua (inquinando le falde acquifere), alle persone (soprattutto malattie infantili), circostanti alle zone di estrazione.

Una settimana fa si è tenuta a Bucarest l’ultima grande manifestazione. Circa 2 mila persone sono scese in strada, unendo alla solidarietà per gli abitanti di Pungesti, una nuova protesta politica; come ci racconta anche Raluca Besliue, giornalista e avvocato per i diritti umani, tra i pochi ad essersi occupata a livello internazionale di quanto sta accadendo in questi mesi in Romania: “tutti chiedevano le dimissioni del primo ministro Victor Ponta, che ha recentemente introdotto una legge che garantisce l’immunità al presidente, ai parlamentari, ai sindaci e perfino agli avvocati, dall’essere indagati dall’Agenzia nazionale anti corruzione e dalla Agenzia nazionale per l’integrità; legge che comporterà la loro assoluzione da numerosi crimini, primo tra tutti quello di corruzione – e prosegue – senza considerare che la Romania è uno dei paesi europei con il tasso di corruzione più alto e che casualità vuole che lo stesso sindaco di Pungesti sia attualmente investigato dall’Agenzia anti-corruzione.”

Solo due anni fa, quando era ancora all’opposizione a capo del Partito Socialista Democratico, l’attuale primo ministro romeno, Victor Ponta, giocò parte della sua campagna elettorale, su una proposta di legge che intendeva vietare la pratica del fracking, affermando che mancava uno studio legislativo che chiarisse e regolamentasse le tecniche e le condizioni di esplorazione e sfruttamento del gas di scisto. Dopo aver vinto le elezioni, nel 2012, grazie ad un’alleanza di diversi partiti, la USL (Unione social-liberale), lo stesso Ponta ha rigettato lo stesso disegno di legge, affermando che lo sfruttamento del  gas di scisto poteva essere una soluzione per l’indipendenza energetica della Romania dalla Russia.

Come precisa Raluca, anche in uno dei suoi articoli: “ad oggi il problema resta comunque lo stesso: mentre il governo romeno ora supporta la pratica del fracking, da un punto di vista legislativo, il paese non possiede ancora una norma che distingua tra risorse convenzionali e non-convenzionali e non ha procedure che permettano di valutare  l’impatto che  l’esplorazione, o l’estrazione del gas di scisto possa avere sull’ambiente – aggiunge – la Romania attualmente importa dalla Russia, solo un terzo del suo annuale consumo di gas, mentre il resto viene prodotto da risorse locali, possedendo la terza riserva di gas naturale più grande d’Europa e nell’accordo la Chevron prenderebbe il 100% dei guadagni dell’estrazione del gas e il diritto a esportarne tutto il ricavato”.

Dopo aver fermato i lavori per la seconda volta lo scorso 7 dicembre, a causa delle proteste, oggi i cantieri della Chevron sono di nuovo in funzione  sorvegliati da un ingente numero di uomini della polizia, che arrestano o multano chiunque si trovi a manifestare intorno ai 22 mila ettari dove sono all’opera le escavatrici della Chevron. Multe che possono partire anche da 500 euro, la media salariale mensile di un lavoratore romeno.

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