Sceicchi arabi e oligarchi russi: il calcio europeo è sotto scacco e l’Uefa resta a guardare

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L’acquisto di Edinson Cavani da parte del Paris Saint Germain per 64,5 milioni di euro e quello di Radamel Falcao ad opera del Monaco per 60 milioni di euro sono solamente gli ultimi due esempi di un calcio folle, senza controllo e che si infischia della regole del fair play finanziario, pronte ad entrare in vigore. La stagnazione economica, invece di innescare un processo di riequilibrio e moderazione nell’intero calcio europeo,  ha incentivato l’ingresso nel mondo dorato del pallone dei nuovi “supericchi”, magnati, oligarchi, sceicchi che a suon di quattrini  stanno  saccheggiando le rose dei top-club per ingaggiare i migliori giocatori del momento.  Con cifre improponibili per i vecchi proprietari, questi “parvenu” del gioco del calcio stanno drogando il mercato, destabilizzando i parametri di compravendita e portando forse ad un punto di non ritorno il gioco più bello del mondo.  Troppa differenza tra club ricchi e poveri (o perlomeno “normali”) tra gli ingaggi ipermilionari di pochi eletti, che ormai non si accontentano e chiedono sempre di più – basti vedere le recenti richieste di rinnovo di contratto di Messi e C. Ronaldo, malgrado figurassero già nella speciale top 10 dei calciatori più pagati al mondo –  e gli “spiccioli”, che poi in realtà spiccioli non sono,  del resto del mondo.

Impossibile o quasi dunque per i colonizzati competere con i colonizzatori: in Italia, a parte la Juventus che gode dei benefici dello stadio di proprietà, tutte le altre big sono costrette a cedere i loro pezzi pregiati per poter operare in entrata; in Spagna, solo Barcellona e Real Madrid, recentemente finite nel mirino dell’Unione Europea per gli sgravi fiscali di cui godrebbero possono permettersi di acquistare giocatori degni della loro storia, mentre società blasonate come Valencia e Atletico Madrid sono costrette a vendere i loro campioni; in Olanda sono anni ormai che l’Ajax, squadra tra le più titolate d’Europa con quattro Coppe Campioni nella sua bacheca, si è rassegnata al ruolo di scout per i grandi club. L’unico modello che sembra reggere il confronto è quello tedesco, con il Bayern Monaco che già oggi è in linea con i parametri del fair play finanziario voluto dall’Uefa, ma senza un‘imposizione dall’alto che fissa dei limiti ben precisi il suo esempio non può bastare.

Il fair play finanziario, cavallo di battaglia di Platini durante la campagna per la sua elezione alla presidenza del massimo organismo calcistico europeo,  infatti, è ancora ben lontano da essere applicato. Esso  sancisce una regola ben precisa: investimenti proporzionali  e mai superiori ai ricavi, ma possiede una grave falla: non  proferisce parola sulle sponsorizzazioni interne. Così il Paris Saint Germain per farsi trovare pronto alle verifiche dell’Uefa ha rimesso a posto le proprie casse – dissanguate da campagne acquisti fuori mercato – attraverso un accordo commerciale con una società che rappresenta i quartieri generali di Dubai e il Qatar stesso, la Qatar Tourism Authority. Un Ente statale che ha chiuso un contratto di circa 700 milioni in quattro anni, di cui 150 subito e poi un crescendo fino a 250 milioni, dal valore retroattivo (ovvero dal 2011). Tutto ciò per dimostrare che – come vuole Platini e – malgrado un calciomercato in cui i giocatori sono stati pagati a peso d’oro e hanno ingaggi più alti d’Europa, il club parigino non spende più di quanto incassa. L’unica vittima del fair play finanziario è stato al momento solo il piccolo Malaga che paga le bizze dello sceicco Al Thani, il quale, dopo aver speso 100 milioni di euro in due anni, ha gettato la spugna lasciando il club andaluso nei guai. Perché ai nuovi ricchi del calcio poco importa della storia e della tradizione dei club: comprano, acquistano, poi come se nulla fosse,  quando si stufano del giocattolo lo abbandonano, lasciando terra bruciata dietro di sé. L’augurio è che si annoino tutti presto: il calcio perderà finanze e risorse ma riacquisterà quel sapore antico, quando dagli spalti non piovevano diamanti, ma solo applausi o fischi.

di Giuliano Corridori

 

 

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