Rapporto Alma Laurea. L’identikit del laureato fotografa una situazione di grande crisi e grandi speranze

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di Emiliana De Santis

Presentato durante il Convegno “Scelte, processi, esiti nell’istruzione universitaria” all’Università IULM di Milano, il rapporto vuole essere la più fedele descrizione dei laureati italiani 2012. Il documento va di pari passo con quello sulla situazione occupazionale, esposto a marzo a Venezia, per tracciare un quadro completo e comodamente fruibile su internet. Evidenzia carenze e ritardi svelando al contempo qualche luogo comune, nel rigoroso rispetto di un’analisi accurata e con numerosi spunti di riflessione.

Il rapporto ruota intorno ai più importanti e scottanti temi del dibattito sulla formazione superiore: le caratteristiche dei laureati al loro ingresso in università e le conseguenti disparità regionali, il lavoro durante gli studi e la frequenza alle lezioni, stage, tirocini ed esperienze all’estero, regolarità del percorso di studi e sbocchi occupazionali, ma anche diritto allo studio, condizione degli studenti nelle città universitarie e immatricolazioni in età adulta. E lo fa analizzando un campione che corrisponde a quasi l’80 percento dei laureati delle 63 (su 64) facoltà aderenti al consorzio Alma Laurea, attraverso un’indagine statistica con elevatissimi tassi di risposta.

Il combinato disposto di calo demografico, deterioramento della condizione occupazionale dei laureati, crisi economica – con conseguente inferiore disponibilità di mezzi materiali – e riforma dell’ordinamento universitario ha prodotto secondo Alma Laurea un vistoso calo delle immatricolazioni che sono diminuite di 17 punti percentuali in 7 anni, di pari passo con l’innalzamento del numero di disoccupati – solo nell’ultimo anno un più 5 percento. Da non sottovalutare inoltre il dato sociale, che riporta al centro il tema della meritocrazia e di una sfiducia sempre maggiore nei confronti delle istituzioni e dei valori, allontanando i giovani dall’idea che il conseguimento di un titolo universitario sia indispensabile per avere successo nella vita. Eppure, nonostante i laureati italiani impieghino più tempo rispetto ai colleghi europei a trovare lavoro, la disoccupazione si riduce notevolmente a cinque anni dalla laurea rispetto ai pari età con il solo diploma. È infatti strutturale la carenza di manager: Eurostat segnala che ben il 37 percento degli occupati italiani classificati come tali nel 2010 aveva completato tutt’al più la scuola dell’obbligo contro i 19 punti della media europea, il tutto agente ed esito di un mercato vincolato dalla miopia strategica e dalla forzata ridotta dimensione delle imprese, oltre che dallo scarso livello di investimenti in capitale fisso (beni strumentali durevoli) e dal credit crunch. Meno investimento, meno innovazione, meno produttività.

Altro dato che non ha mancato di suscitare polemiche è la netta controtendenza del Bel Paese rispetto al resto del continente in materia di professioni. Mentre infatti gli omologhi europei hanno visto aumentare il numero di impiegati nei settori professionali ad alta specializzazione, seppur nella più ampia e generale contrazione del mercato del lavoro, in Italia si è proceduto a passo di gambero: i laureati stanno al momento svolgendo le mansioni che prima erano dei diplomati lasciando altresì posti vuoti in taluni settori ai quali non riescono ad accedere o a cui arrivano con estremo ritardo e tanta fatica in più rispetto, ad esempio, ai colleghi di Gran Bretagna, Germania, Francia e Spagna. Eppure la riforma sta avendo effetti positivi sulla regolarità del corso di studi, favorendo una maggiore frequenza alle lezioni, in specie nei corsi di laurea magistrale e a ciclo unico, e un abbassamento dell’età di laurea che si attesta a 25,6 anni, 23,5 se il numero è epurato del tardivo ingresso degli studenti italiani all’università.

La riforma non ha avuto altrettanto successo nel favorire le immatricolazioni. Rispetto alla fascia di età 15 – 29 anni, solo il 41,5 percento è iscritto all’università e il numero scende ancor più se si considera la fascia tra i 25 e i 34 anni. Preoccupante il numero dei Neet, un giovane su 4 in Italia, che non studia né lavora. È contemporaneamente sceso anche il tasso delle iscrizioni in età adulta poiché sempre meno solo coloro che decidono di intraprendere un corso di studi mentre lavorano, segno di tempi in cui la sicurezza del posto di lavoro è divenuta più importante di qualsiasi aspirazione o velleità rispetto ad un futuro percepito come incerto e ingiusto. Exploit invece per stage, internship ed esperienze all’estero, favoriti gli uni dal maggior raccordo tra università e impresa e dalla necessità di professionalizzazione di un sistema universitario ancora troppo distante dalle necessità del mercato, le altre dalla diminuzione dei costi di viaggio e da programmi ad hoc come l’Erasmus.

Peraltro il nostro Paese, in cui la spesa per istruzione superiore e ricerca era già inferiore alle media Ocse, è stato tra i pochissimi a ridurla ulteriormente negli ultimi anni decidendo così di condannarsi all’inferiorità, alla provincializzazione e ad una recessione, quella sì invece, che non accenna ad arrestarsi.

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