Diario da Taranto – L’ultimo caffè

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di Greta Marraffa

“Anche se voi, vi credete assolti, siete per sempre coinvolti”(F.De Andrè)

Sono le cinque del mattino, la città dorme. Le mogli e le mamme sono già sveglie. L’odore del caffè inebria le stanze ancora buie e sigillate. Come ogni mattina, Lucia, moglie di un operaio, prepara la colazione. Suo marito, “monterà” alle 6.00, quando ancora il sole, impigrito ed annoiato, faticherà a tramontare.

Lui, indossa la sua tuta blu e con lo zaino in spalla, si accinge a superare i tornelli. E’ un tecnico, un operaio modello. Né va fiero, entra nello spogliatoio a testa alta e osservandosi per un’ultima volta alla specchio, si accorge di come il tempo, si sia manifestato ferocemente sul suo volto. Ma ogni ruga è un ricordo.

Quella vicina l’occhio destro, quella a cui è tanto affezionato, gli fa tornare in mente gli attimi di scalpore e trepidazione durante  la discussione della tesi di laurea, di suo figlio Matteo, ormai dottore, quella laurea così tanto sudata ed attesa.

Entra nell’inferno, dove i bei ricordi svaniscono e dove la realtà diviene grigia e fredda, come la macchina che fa su e giù incessantemente.

I camini dell’acciaieria sprigionano nell’aria fumo rosso, intenso e corposo.  La nube tossica si stagna sui tetti dei palazzi dei quartieri limitrofi. Oggi è un giorno di lutto. E quel rosso che tramuta le lapidi del cimitero di un rosa spento, annuncia la morte di un altro operaio, Ciro Moccia, 42 anni. E’ stato definito lavoratore “modello”, un riconoscimento che non attenua il dolore e la sofferenza indescrivibile. Il cantiere aperto, diviene trincea, ed ogni passo falso, può risultare fatale.

Si, perché sopra quel ponteggio, Ciro Moccia e Antonio Liddi non dovevano esserci: un incidente evitabile, una sciagura preannunciata.

“La batteria numero 9 era in fase di rifacimento, alta all’incirca 10 metri. A copertura del forno, erano state depositate delle lamiere, assolutamente non adatte ad esser percorribili. Su questo piano superiore, era presente una macchina che si spostava avanti ed indietro. A Ciro Moccia era stato affidato l’incarico di ripristinare il binario della macchina caricatrice della cokeria, proprio dove si trovava la batteria numero 9. Il tetto di lamiera, avendo come funzionalità la sola copertura, ha ceduto,  facendo precipitare nel vuoto Ciro Moccia e l’altro operaio, Antonio Liddi, di 46 anni dipendente della ditta MR”- sostiene Francesco, lavoratore Ilva che cerca di trattenere l’emozione.

Per Moccia, non c’è stato nulla da fare, Liddi invece versa in condizioni gravi, ma non è in fin di vita.

Un bollettino di guerra, uno scenario tetro e carico di lati oscuri. Unica certezza: la rabbia degli operai giunti dinanzi i cancelli dell’azienda, avente quest’ultima   specifiche responsabilità.

Essi sostengono che l’azienda,  non abbia adeguatamente e preventivamente adoperato, efficienti misure di tutela e di prevenzione, ordinando un controllo ed una manutenzione in un cantiere, all’interno del quale scarseggiano le illuminazioni e le indicazioni di pericolo sulla cartellonistica.

La disperazione dei parenti all’interno dello stabilimento, è la stessa che si manifesta all’interno delle aule di un tribunale, a Torino. “Il rogo alla Thyssen non fu un omicidio volontario, ma omicidio colposo, con colpa cosciente”. La storica condanna per dolo eventuale all’amministratore delegato Harald Espenhahn, al quale in primo grado furono inflitti 16 anni e mezzo di carcere, è stata modificata e la pena ridotta  a 10 anni. Sconforto e disperazione tra i famigliari a cui mai più, sarà concessa la possibilità di riabbracciare i propri cari.

La stessa rassegnazione che regna all’interno del siderurgico, anello fondamentale, del mercato nazionale ed europeo.  La morte non fa più paura.

Essa, assume un ruolo attivo e decisivo, all’interno di questa narrazione. La si assume in piccole dosi e perciò non fa più scalpore. Nessun presidente o alto funzionario, verrà a consolarti, al massimo dovrai accontentarti di una medaglia, d’acciaio, arrugginito. E a quella tavola non ti ci siederai mai più e mai più potrai assaporare quel buon caffè a prima mattina. Mai più apprezzerai i primi bagliori mattutini, ma ritornerai a far parte di una triste statistica, di una stupidissima percentuale. Ti definiranno sfortunato e dichiareranno di aver fatto tutto il possibile, al fine di evitare quella morte orribile.

Sarebbe bello immaginare, che da quei 10 metri di altezza, Ciro ed Antonio, abbiano avuto la possibilità, di apprezzare un bellissimo panorama: il mare, i gabbiani, e verso l’orizzonte, i monti della Calabria. Che abbiano avuto il tempo di parlare dei propri cari e di come sia splendido, nonostante tutto, vivere in una terra come questa, così colma di paradossi e contraddizioni. E che quel volo, abbia dato loro la possibilità di provare, anche per qualche istante, quella leggerezza, che caratterizza l’apertura alare dei gabbiani.

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