I luoghi più umili per ritrovare sé stessi, l’avventura di Federico nel Centro America

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di Mario Mormile

“Prima di partire ero spaesato, avevo perso l’orizzonte, ora ho ripreso a guardarmi intorno e sento di riconoscere gli sguardi di chi mi vuole bene.”

Commenta così Federico Mazzoli, con una forte dose di semplicità ritrovata nel suo percorso ciò che ha appreso nel corso del suo viaggio, non solo fisico ma se vogliamo anche metaforico. Neolaureato in economia all’Università di Bologna, un recente passato come stagista alla commissione economia del Parlamento Europeo e una passione per le culture del Centro America. Federico è uno di quelli che hanno scelto di prendere parte al progetto co-finanziato dall’Unione Europea per la“Gestione integrale dei rifiuti solidi urbani e risanamento ambientale di quattro municipi del Guatemala e Nicaragua”. L’evento promosso da Africa ’70, una ONG di  Monza che si occupa delle problematiche di Africa e America Centrale, puntava a sensibilizzare le comunità locali sul tema dei rifiuti promuovendo azioni di educazione al riciclaggio.

Sulle rive dello splendido lago di Atitlàn, uno delle più grandi riserve d’acqua del Guatemale sorge Santiago Atitlàn attorniata da due vulcani e con una maggioranza di abitanti indigeni di diretta discendenza Maya, cultura non del tutto sparita che dà vita ad oltre venti lingue diverse riconosciute e diffuse lungo tutta la nazione.

L’alloggio situato nella foresteria messa a disposizione dell’associazione è il punto di partenza delle attività di organizzazione delle giornate di eventi ed attività in programma, come l’impegno nel costruire compostiere artigianali nelle scuole con il produttivo coinvolgimento delle famiglie degli alunni, occasione rara di entrare in contatto con le realtà locali e di condividerne i bisogni e le esperienze.

Federico racconta come in tali contesti ancora semi-civilizzati si riesca a percepire meglio come il nostro benessere sia costituito in gran parte da oggetti inutili e superflui ma in modo maggiore di come i nostri modi consumistici esportati in questi luoghi finiscano con l’intaccare la cultura locale producendo scompensi ed illusioni.

Non è scontato riuscire ad apprezzare il modo con cui proprio in questi luoghi si riesca a scoprire la consapevolezza che i contesti umili spesso sono quelli più ricchi di emozioni, vero e proprio viatico per la scoperta di un ritorno all’essenzialità.

La seconda parte del viaggio si svolge all’interno del dipartimento di Chinandega, sulla costa pacifica del Nicaragua verso la Cordigliera dei Maribios anch’essa caratterizzata da splendidi paesaggi naturalistici, la presenza di vulcani e immense spiagge sconosciute al grande turismo di massa, qui la principale attività economica si basa sulla semplice agricoltura e sui prodotti che storicamente caratterizzano le Americhe: cotone, caffè, mais e canna da zucchero sono tra i più diffusi.

Quello che purtroppo si nota è che la giustizia sociale è ben lontana da questi luoghi, l’economia di queste aree non consente alle fasce più deboli di vivere una vita serena e pacifica, in particolare è molto diffuso lo sfruttamento delle donne e dei bambini che tengono in piedi buona parte dell’economia locale. I loro problemi si accentuano nel caso delle popolazioni indigene di discendenza Maya che rappresentano il 5% delle etnie presenti e che vivono il dramma di essere una delle parti sociali più povere di tutte le Americhe, accontentandosi di vivere con meno di un dollaro al giorno; aspetto che fa del Nicaragua uno dei paesi con la più alta denutrizione del continente.

Non resta che constatare come ci sia ancora tanto da fare in queste aree, un supporto esterno da parte degli organismi internazionali e delle organizzazioni non governative impegnate nei progetti di sviluppo è fondamentale per accompagnare il paese verso un progresso sociale e politico. In conclusione Federico si lascia andare ad una riflessione molto spontanea: se i protagonisti di questo sfruttamento, ovvero le donne e bambini, sono tanto importanti per l’economia di questo paese allora perché non possono avere voce in capitolo, perché non lasciare a loro l’onere di gestire tutto? Forse sarebbe l’inizio di un periodo di benessere e progresso civile per queste nazioni.

 

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