“Pazzo io?”, Renato Fedi sa già la risposta. La raccolta di poesie del poeta romano

di Lucia Varasano

“Non li vedete questi uomini tetri, dediti agli studi filosofici o a faccende serie e impegnative, che per lo più sono diventati vecchi prima ancora di essere giovani, certo perché i pensieri e la continua e tesa attività mentale hanno gradualmente consumato gli spiriti e il succo vitale? I miei giullari invece sono grassottelli, lucenti e con la pelle ben curata, proprio come porci di Acarnania”.

Così scriveva Erasmo da Rotterdam in “L’elogio della follia” esaltandola come una virtù. Perché la follia è così, quella toppa segreta dove ognuno inserisce le proprie chiavi d’interpretazione del mondo. È un esercizio in cui tutti ci siamo cimentati nella fanciullezza, quando eravamo in grado di guardare il mondo per la prima volta, di riempirlo d’interrogativi, un esercizio cui forse abbiamo fornito una soluzione indiscutibile, avvolgendolo nell’aura del cinismo dell’età adulta. Renato Fedi rappresenta invece un eccezione. «Renato Fedi è, sì, poeta ma anzitutto uomo del suo-nostro tempo e, vivendone le ansie, cerca di interpretarlo grazie al grimaldello poetico» commenta Raimondo Venturiello, critico letterario.

Romano, classe 1943, Renato scrive poesie in lingua e dialetto da quando aveva tredici anni. Gran parte della sua opera letteraria è stata pubblicata con Lulu: “Tra le mie emozioni”, “Dialettando”, “Pensieri liberi”. Ultima e avvincente raccolta di poesie, “Pazzo io?” è fresca di stampa, presentata dalle Edizioni “Il Faro”, dell’omonima associazione culturale romana. Il titolo è accompagnato da un punto interrogativo, ma molti dei suoi amici scommetterebbero che lui, la risposta, la conosce perfettamente.

Sarebbe riduttivo elencare le tematiche affrontate nel libro, ogni pagina scorre tra le dita con il desiderio di conoscere le parole che verranno in quella dopo, e solo quando arrivi all’ultima poesia ti accorgi di averlo letto tutto d’un fiato. Il tempo sembra scandire tutta l’opera, il tempo che “penetra come droga nelle vene e dello sfinimento riempie i giorni” così come la necessità di “Vivere tra i sogni” “una vita ricca di sogni è un castello senza levatoio con un fossato privo delle acque e pieno fino al bordo di petali di rose”. Sembra quasi di veder camminare per strada il protagonista di “Muore un barbone”, “il suo muoversi non è andare, é violar di nascosto la terra di altri ad ogni scandire di passo” . Si parla dello tsunami “Tra le crepe di Haiti” dove il “dolore si alza dalla terra al colore del sangue, fattasi all’improvviso l’urlo del mondo”, e della mafia poi, la “fede che porta morte unirsi nell’ignominia d’un patto tra inanimati, quello scambiarsi di sangue tagliato per dare odio, quel cedere una promessa per crescere disperati” in “Nenia” dedicata a Giovanni Falcone.

Prendono vita gli occhi di una donna “rari spicchi di luce ceduti come doni alle pareti di quella stanza che amava il buio” in “Caleidoscopio”, e la storia di “Giovanna la rossa” che ha sfidato il banco nella “certezza che fosse sempre un dodici, la curva dei seni puntati contro gli occhi dei perdenti” e  la serenità di un uomo “quando s’abbatte il corpo sgretolato a sabbia” riposto nella moglie e nella poesia  “Mi sei compagna”.

Renato Fedi, è l’occhio dello stupore e della meraviglia. Difficile disegnarne un profilo, ma è possibile ritagliarlo dalle sue stesse parole. Renato è un uomo inquieto che avrebbe bisogno di spostare il mondo, che avrebbe voluto suonare il sax e avere una soffitta, un uomo a cui non importa della notte “un equilibrista che non ritrova il circo e senza fune gira tra le idee”, un uomo che cede al canto della vita, un uomo che ha “il sole nelle tasche”. In sintesi, un pazzo.

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