LONDRA 2012 – La Kirchner snobba i Giochi. Quando politica e sport si mischiano

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di Pierfrancesco Demilito

Sono passati ormai trent’anni dalla guerra delle Falkland ma i fuochi di quel conflitto non sono ancora completamente spenti. Nello scorso gennaio la tensione tra l’Argentina e il Regno Unito è tornata alta. Ad agitare gli animi il rifiuto delle autorità dell’arcipelago di far attraccare una nave da crociera argentina che aveva a bordo un gruppo di persone intenzionate a riporre una targa in memoria delle vittime argentine della guerra del 1982. Poi sono arrivate le dichiarazioni della presidente Cristina Fernandez Kirchner che ha ribadito l’intenzione di pungolare l’Onu per favorire l’apertura di un tavolo di pace. “Insisteremo con rigore giuridico e diplomatico”, ha detto la Kirchner. E infine come benzina sul fuoco è arrivata la decisione britannica di inviare nell’arcipelogo il cacciatorpediniere Hms Dauntless. Una nave equipaggiata con 48 missili Sea Viper e con un radar avanzatissimo.

Il rifiuto della Kirchner – In questo contesto si inserisce il recente rifiuto della Kirchner di partecipare alla cerimonia inaugurale dei giochi di Londra. Ufficialmente la decisione è slegata dalla vicenda Falkland ma certamente non appare come un gesto di cortesia. Anche perché l’Argentina aveva già annunciato iniziative clamorose durante i giochi per riportare l’attenzione del mondo sulla vicende delle isole sudamericane.

Lo spot della discordia – E le Olimpiadi erano diventate terreno di scontro ancor prima dell’inizio dei giochi. La scintilla era stato un spot realizzato dal governo argentino in cui un atleta argentino è ripreso mentre si allena in diversi luoghi simbolo delle isole, incluse le spiagge, le case di Port Stanley, il pub Globe Tavern, la sede del giornale Penguin News e persino il monumento ai caduti britannici della Prima guerra mondiale. Il video, della durata di meno di un minuto e mezzo, si conclude con lo slogan “Per competere sul suolo britannico, ci alleniamo in territorio argentino”. Lo spot ha fatto perdere agli inglesi il loro proverbiale senso dell’humour e da Londra sono arrivate richieste di scuse ufficiali. Richieste che, ovviamente, Buenos Aires ha rispedito al mittente.

Quando politica e sport si mischiano – Non è la prima volta che gli screzi politici tra due nazioni si riflettono sui giochi olimpici. In piena guerra fredda è diventato memorabile un match con protagoniste, manco a dirlo, la nazionale americana e quella sovietica. Si tratta della finale del torneo maschile di basket di Monaco ’72. L’incontro si annunciava già come una delle partite più tese dei giochi e non deluse le aspettative. Con gli americani in vantaggio solo di un punto sui russi e con soli tre secondi da giocare in campo scoppiò la bagarre. La panchina dell’Urss protestò per un time-out non concesso dall’arbitro. Tornata la calma si riprese a giocare ma appena l’URSS rimise la palla in gioco, la sirena suonò generando la gioia degli americani. Era evidente, però, che si trattava di un problema con il tabellone e i tre secondi si dovettero rigiocare nuovamente. E proprio in quei berevi e contestati istanti gli atleti russi riuscirono a trovare il canestro che gli regalava la medaglia d’oro. Una medaglia che gli Stati Uniti nella loro storia non avevano ancora mai perso. Gli americani contestarono questa vittoria ma una giuria della FIBA respinse l’appello con tre voti contro due.  Sulla decisione della giuria ebbe certamente un peso la guerra fredda. La giuria FIBA per quel match era composta dai rappresentanti di Italia, Portorico, Ungheria, Polonia e Cuba. A favore della posizione americana votarono Italia e Portorico, mentre Ungheria, Polonia e Cuba sostennero la posizione dell’Urss. Per protesta, i giocatori statunitensi non si presentarono alla cerimonia di premiazione per ricevere la medaglia d’argento e quelle medaglie non sono mai state ritirate. Il cestista americano Kenny Davis nel proprio testamento scrisse esplicitamente che i propri eredi non avrebbero mai dovuto accettare la medaglia, neanche dopo la sua morte.

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