Discorso di fine anno. Napolitano: “Forti motivi di fiducia nel futuro dell’Italia”

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di Emiliana De Santis

«Innanzitutto grazie». Comincia così Napolitano, alle 20.31, cravatta rossa e tono austero. Non tira mai il fiato, sembra alieno. Parte e mai si posa, la sua parola, con enfasi cadenzata – a tratti severa – raramente altisonante. Dice la verità il nostro Presidente e interpreta con rigore quirinalizio il pensiero che tutti abbiamo. Gli italiani aspettavano di sentire questo discorso, ma forse aspettavano di più il cenone di Capodanno, perché dopo l’abbuffata c’è il rituale scocco della mezzanotte e con essa uno sfogo di scaramanzia plateale più che in passato. Scacciare la crisi, il senso di vuoto, l’ansia per il 2012.

IL DISCORSO – «Possibile che si ricorda tutte le parole a memoria?!», «Non sembra che legga». Brusio di fondo mentre il classico scccccccc cerca di zittire in maniera ancor più rumorosa un uditorio in parte disattento e in parte affamato. Le parole di Napolitano, misurate, piombano come macigni sulla coscienza di chi sta seriamente ascoltando. Lui non mente, non dice bugie: i sacrifici ci sono e ci saranno, saranno duri, in alcuni casi insopportabili, ma servono, sono inevitabili. «L’Italia può e deve farcela» come ce l’ha fatta, anno dopo anno, grazie alla sua storia, alle sue capacità, al suo spirito forte e caparbio. I festeggiamenti per il 150° anniversario dello Stato italiano hanno dato prova dell’entusiasmo popolare verso un sentimento patriottico ingiustamente demonizzato e spesso lasciato dietro l’angolo della memoria storica. Si prosegue con un affondo verso lo Stato spendaccione, verso «l’anomalia distorsiva» della criminalità e dell’evasione fiscale. Quindi la manovra, pesante ma indispensabile. Il gravoso peso che ipoteca il futuro delle nuove generazioni.

IL MONITO – «L’Italia ha bisogno di riscoprirsi coesa, di ritrovare i suoi valori». Il Presidente sta parlando a cuore aperto, vorrebbe che gli Italiani riscoprissero il valore della solidarietà e della sobrietà, per far in modo che una nuova crescita economica – quando arriverà – non ci trovi spossati, lacerati, angustiati. Con la società si rigeneri anche e soprattutto la politica, i partiti, il dialogo civile. Un accenno anche per i sindacati che, chiamati in causa, non potranno più sottrarsi a quell’avviso gentile, arricchito dall’esperienza personale: «In passato sono stato molto a contatto con la realtà delle fabbriche nella mia Napoli, e ogni volta che incontro le maestranze cerco di comprenderle..ne sento le rimostranze». Napolitano sta sottolineando che la strada percorsa dal governo Monti era inevitabile, che lamentarsi inutilmente non produce risultato. Che ci siano le proposte, che il dibattito sia aperto e leale. Il seme è lanciato, a chi di dovere coglierne i frutti.

L’EUROPA –«Rigore finanziario e crescita», investimento in ricerca e in innovazione, più occupazione qualificata per i giovani e per le donne. Il Presidente coglie il nocciolo della questione quando dice che la preoccupazione maggiore dei cittadini è quella di assicurare il futuro ai figli e ai giovani e che questa preoccupazione è in grado di motivare i loro sacrifici. «Ma se non si muove tutta l’Europa – aggiunge Napolitano – non ce la potremo mai fare: l’Europa è fondamentale per la crescita, se non ci fosse stata staremmo peggio. Oggi, più che cinquanta anni fa, potremmo contare solo se uniti». Sempre avanti, le chiusure nazionali sono anacronistiche. Il bersaglio è l’Europa ed europea dovrà essere la risposta. Un’eco alle parole del Premier Monti, il suo professor prediletto. È grazie a lui, sembra suggerire il Presidente, se «ora l’Italia può sedersi con dignità al tavolo della concertazione europea» per rinegoziare e accreditare la sua immagine dileggiata.

CONCLUSIONE – Niente di sconvolgente. Il Presidente della Repubblica ha tenuto discorsi molto più emozionanti. Il piglio appare indurito dalle sorti della sua amata creatura, fermo quanto basta per dare l’idea di ciò che ci aspetta. Niente fronzoli, parole più dirette, sguardo fisso nella telecamera come un navigato attore solista. Napolitano non sfonda lo schermo, gli spettatori sono troppo presi dall’arrosto che cuoce sul fuoco. Ma sfonda il senso civile cui sa di far appello in questa fine d’anno che chiude tanta dolorosa storia per aprire le porte di un futuro ancor più faticoso. “Italiani, rimbocchiamoci le maniche”, il cenone dovrà aspettare.

Foto http://www.corriereinformazione.it/images/stories/giorgio-napolitano-discorso-2012.jpg

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