Durban 2011: ennesimo fallimento?

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di Roberto D’Amico

La 17^conferenza Onu sui cambiamenti climatici, andata in scena a Durban (Sud Africa) dal 28 novembre al 9 dicembre scorso, è stato un altro (l’ennesimo) mezzo passo in avanti dei nostri governi in materia di ambiente e surriscaldamento globale.Da una parte infatti si è arrivati al tanto desiderato Kyoto 2, dall’altra bisognerà attendere il 2020 per vederlo entrare in vigore. Tanto di tempo ne abbiamo…
I Governi dei 190 paesi chiamati a rispondere del futuro del Pianeta nonostante divergenze e contrasti storici, si sono impegnati entro il 2015 a sottoscrivere un nuovo accordo globale da applicare a partire dal 2020. Il vero problema è che il Protocollo di Kyoto scadrà a fine 2012 e questi anni di “purgatorio” potrebbero essere fatali per lo stato di salute del nostro Pianeta. Con ogni probabilità infatti, nel 2020, ci troveremo a parlare di “mantenimento dell’innalzamento della temperatura media globale” sotto i 4° anzichè sotto i 2°, come vivamente consigliato dalla scienza per scongiurare una catastrofe ambientale.

CRONISTORIA DI UN FALLIMENTO – Nel lontano 1992, con la “Convenzione sui Cambiamenti Climatici” si aprì una lunga serie di trattati, mezzi accordi, conferenze e patti che a 10 anni di distanza non hanno portato da nessuna parte. L’obiettivo comune è quello del contenimento dell’aumento della temperatura media superficiale rispetto ai livelli preindustriali di 2 °C. Le divergenze sono tra paesi industrializzati e nuove potenze in via di sviluppo. Il famoso Protocollo di Kyoto, firmato l’11 dicembre 1997 dall’Unione Europea e da 37 paesi industrializzati, ha imposto la riduzione, tra il 2008 e il 2012, di almeno il 5% delle emissioni di gas serra globali rispetto al 1990. Fatto sta che gli Usa, principale paese produttore di emissioni nocive in quegli anni, non aderì al Protocollo, vanificando in sostanza gli sforzi di tutti gli altri governi. Alla base del rifiuto, le norme non vincolanti previste per i paesi in via di sviluppo.
Dal ’97 ad oggi è stato un continuo rincorrere un’unità di intenti da un lato e dall’altro un nuovo protocollo post-Kyoto. Bali (2007), Copenaghen (2009) e Cancun (2010), sono solo gli ultimi fallimentari tentativi di raggiungere questi ambiziosi ma necessari obiettivi.
A Durban è stata trovata una precaria stabilità politica, grazie soprattutto al lavoro di mediazione dell’Europa, ma gli obiettivi sono troppo poco “a breve termine” per lo stato attuale del nostro pianeta. Un lusso che non possiamo permetterci.

LE PRESE DI POSIZIONE – Il mondo degli ambientalisti non è parso particolarmente soddisfatto dei risultati della Cop 17.
«I governi hanno raggiunto un accordo debole, – è la posizione del WWF – che ha istituito un Fondo Verde per il Clima con ancora pochi soldi, hanno rimandato le decisioni più importanti sui contenuti del Protocollo di Kyoto e hanno preso un impegno poco chiaro per raggiungere nel 2020 un accordo globale che potrebbe lasciarci legalmente vincolati a un aumento della temperatura globale di 4° C, ben oltre i 2° C raccomandati dalla scienza per evitare un cambiamento climatico catastrofico».

«In questo momento il regime climatico globale ammonta a niente più che un accordo volontario – è l’opinione di Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International  – Questo potrebbe portarci oltre la soglia dei due gradi in cui si passa dal pericolo alla potenziale catastrofe. La possibilità di evitare cambiamenti climatici catastrofici sta scivolando attraverso le nostre mani ogni anno che passa mentre le nazioni perdono la possibilità di concordare un piano di salvataggio per il pianeta».

Più moderato ed ottimista il commento di Legambiente: «A Durban dopo lunghi e difficili negoziati si é riuscito ad evitare il fallimento e rinnovare il Protocollo di Kyoto come regime di transizione verso un nuovo accordo globale che dovrà coinvolgere anche le maggiori economie del pianeta superando l’attuale contrapposizione tra paesi industrializzati e in via di sviluppo».

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