Amarcord: Augusto Dener, il mancato erede di Pelè

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Dei paragoni fra calciatori di epoche diverse è pieno il mondo e spesso è un esrcizio forzato che a nulla porta se non a stucchevoli dibattiti fra appassionati. E allora Maradona è stato meglio di Messi (o viceversa), Baggio di Del Piero e chi più ne ha più ne metta. In Brasile, però, c’è un confronto che unanimemente ha unito l’intera nazione senza dar luogo a scontri verbali o litigi: dopo Pelè, il più grande talento brasiliano è stato Augusto Dener.

Augusto Dener de Souza nasce a San Paolo il 2 aprile 1971 in un quartiere povero e in una famiglia modesta che perde troppo presto il capostipite. Il piccolo Dener ha soltanto 8 anni quando vede morire il suo papà e sin da subito capisce che non c’è spazio per troppe lacrime, c’è invece da aiutare sua madre col lavoro, perché di soldi a casa ne entrano pochi e le bocche da sfamare tante. Dener cresce in fretta, dividendosi fra qualche ora di scuola e tanto lavoro, specie di notte, subito dopo aver cenato ed aver tirato due calci al pallone, la sua passione, forse la sua ossessione, di certo l’evasione da una vita da adulto che spesso risulta troppo pesante per un bambino. I suoi allenatori diranno che sul suo volto era stampato perennemente un velo di malinconia e che l’unico modo per spazzarlo via era avere il pallone fra i piedi; con la sfera di cuoio, infatti, Dener appare immediatamente un predestinato: baricentro basso, agilità, furbizia ed una tecnica di base purissima, tanto da far ammattire gli avversari che, ancor più delle semplici partite, si incaponiscono nel voler marcare quel ragazzino all’apparenza triste e indifeso, accordandosi per andargli addosso in tre o quattro e vedersi poi puntualmente saltati dall’abilità di quello che a tutti gli effetti sembra un talento naturale mai visto.

Nel 1988, quando Dener non ha neppure diciotto anni, nei sobborghi di San Paolo le voci sulla sua bravura le conoscono in molti, così viene precettato per un provino con un paio di società locali che tuttavia il talento emergente non passa a causa di qualche problema alla caviglia, determinato dalle partitelle giocate su campi improbabili e dalle entrate assassine di qualche difensore a cui delle qualità di Dener poco importa e che si sente offeso dai dribbling e dalle giocate del piccolo fenomeno. Ma nello sport la meritocrazia a volte conta ancora, specie se ci si trova di fronte a qualcosa di atipico, come del resto è questo ragazzo che palla al piede mostra qualità impressionanti e le sue prodezze appaiono naturali, sembra che in campo sia teletrasportato, che insomma tutto gli riesca senza alcuno sforzo, a dispetto anche di una statura non elevata e di una magrezza del corpo che a molti appare inadatta per un calciatore. A notarlo è il Portuguesa che intuisce di essere di fronte ad un talento eccezionale e lo mette subito sotto contratto, lasciandolo inizialmente nel settore giovanile dove, più che la tecnica, dovrà apprendere movimenti, disciplina tattica e metodi di comportamento. Ma Dener è troppo più bravo degli altri e, nonostante nello spogliatoio sia un po’ chiuso rispetto ai compagni che cantano e ballano nei ritiri e sotto la doccia, diventa immediatamente il simbolo della squadra, il leader tecnico di fronte a cui gli avversari strabuzzano gli occhi, un po’ ammirati e un po’ invidiosi per un diamante grezzo di rara bellezza. Grazie ai suoi gol e ai suoi assist, la squadra giovanile del Portuguesa vince la Copa Sao Paulo, la più importante manifestazione giovanile del Brasile e della quale Dener viene eletto miglior giocatore.

E’ il 1991 e già da un anno Dener partecipa assiduamente anche agli allenamenti della prima squadra, guidata da Josè Macia, per tutti Pepe, campione del mondo da giocatore con la nazionale brasiliana nel 1958 e nel 1962. Pepe, all’epoca compagno di squadra di Pelè, non riesce a trattenere l’entusiasmo quando parla di Dener, così come oggi non riesce a trattenere l’emozione nel suo ricordo: “Vi assicuro – afferma Macia – che dopo Pelè il Brasile ha celebrato fuoriclasse come Ronaldo, Ronaldinho, poi Neymar, ma nessuno ha mai posseduto il talento che aveva Dener. Era triste e malinconico, ma con la palla al piede si ribellava alla tristezza, aveva un tocco divino, un’eleganza che nella mia vita ho visto solo a Pelè“. Il 27 marzo 1991 Dener viene convocato da Paulo Roberto Falcao (all’epoca commissario tecnico della Selecao) per Brasile-Argentina dove il talento di San Paolo esordisce in nazionale, mentre due mesi più tardi (il 28 maggio) gioca la sua seconda gara con la maglia verdeoro in un’amichevole contro la Bulgaria. Il tempo passa e in Brasile il nome di Dener si fa sempre più importante, dal momento che la sua bravura non passa inosservata nè alla vista degli addetti ai lavori e nè a quella dei tifosi che lo ammirano allo stadio o in televisione e che già sognano di vederlo duettare con Romario e Bebeto ai mondiali americani del 1994. In patria ne sono certi: se la nazionale carioca vorrà avere qualche possibilità di vincere ad Usa ’94 dovrà affidarsi al talento di Dener, il più fulgido del calcio brasiliano almeno in quel frangente.

Nel 1993 Dener lascia il Portuguesa e si trasferisce al Gremio dove vince subito il Campionato Gaùcho, proprio nello stesso periodo in cui dall’Europa diversi osservatori di numerosi club prenotano biglietti aerei per il Brasile, quasi esclusivamente per ammirare le gesta in campo del nuovo fenomeno, stendere realazioni e provare ad anticipare la concorrenza nel caso in cui il ragazzo dovesse realmente confermare quanto di buono si dica di lui. Osservatori che, nonostante siano del mestiere, restano ammaliati dal talento di Dener, qualcuno dirà che gli stessi difensori che andavano a contrasto spesso rimanevano inebetiti di fronte alla bellezza e alla naturalezza dei gesti di un calciatore che, sono quasi tutti pronti a scommetterci, diventerà un fuoriclasse assoluto. C’è pure qualche pignolo che gli contesta una scarsa vena realizzativa e in effetti anche nei suoi anni al Portuguesa, Dener ha siglato appena 7 reti in quasi 50 presenze; potrebbe fare più gol, certamente, ma è pur vero che punta pura non è, forse non è neanche il classico trequartista alla brasiliana, è una sorta di misto fra ala e centrocampista d’attacco, sforna assist a ripetizione, dribbla in continuazione creando quasi sempre superiorità numerica per la sua squadra, a conti fatti forse poco importa che non sia un bomber infallibile. A fine ’93 passa in prestito al Vasco da Gama, pronto a prendersi la ribalta in quel 1994 che sta per iniziare e che condurrà ai campionati del mondo, quella vetrina che per Augusto Dener potrebbe e dovrebbe essere il trampolino di lancio verso la definitiva consacrazione e che invece il talento di San Paolo non vedrà mai.

L’apporto nella nuova squadra è devastante, i tifosi del Vasco non credono ai propri occhi di fronte a giocate che probabilmente non sognavano neanche di notte, così come il Brasile intero non aspetta altro che l’inizio dei mondiali per vedere all’opera il ragazzo prodigio contro le grandi potenze europee che da sempre sguinzagliano i loro club per strappare i talenti al Brasile, salvo poi ritrovarseli contro ai campionati del mondo che diventano così una sorta di rivincita sociale del paese sudamericano. E in effetti, la dirigenza dello Stoccarda ha strappato il sì al calciatore che è dunque pronto a confrontarsi con un campionato e con un mondo diverso. Ma il destino decide che quel talento non lo dovrà ammirare nessuno. E’ sera quando Augusto Dener ed un suo amico, Oto Gomes de Miranda, si mettono in viaggio a bordo della sportiva Mitsubishi Eclipse di proprietà del calciatore. I due partono da San Paolo per raggiungere la costa di Rio de Janeiro, decidono di viaggiare tutta la notte senza fermarsi: 400 chilometri senza soste, magari alternandosi alla guida, un po’ di incoscienza giovanile, di spirito libertino che ogni ragazzo ha avuto nella propria vita. Al volante c’è de Miranda quando poco prima dell’alba l’autovettura sbanda, scivola, rotola e conclude la sua corsa impazzita contro un albero sul ciglio della strada che costeggia la laguna Rodrigo de Freitas, una delle riviere più belle del Brasile. Dener è sul sedile del passeggero, forse dorme, forse ha soltanto gli occhi chiusi e sta sognando l’inizio dei mondiali negli Stati Uniti, la Torcida brasiliana che urla il suo nome. Non vedrà nulla di tutto questo, invece, perché lo schianto è violentissimo e la cintura di sicurezza, che serve a salvare la vita, null’altro può fare che operare da resistenza sulla gola di Dener, morto nell’impatto, strangolato proprio dalla cintura.

L’arrivo dei soccorsi può solo constatare il decesso del calciatore, mentre l’amico viene estratto a fatica dalle lamiere dell’auto, sopravviverà ma perderà entrambe le gambe. E’ il 18 aprile 1994, Dener ha compiuto 23 anni da due settimane, mancano due mesi all’inizio dei mondiali e il Brasile si risveglia con una notizia che gela il sangue degli appassionati e che ancora oggi lascia sgomenti. “Voi non vi rendete neanche conto di quanto fosse forte Dener“, dicono coloro che l’hanno ammirato, tristi per un epilogo troppo drammatico per essere dimenticato ed immalinconiti nel vedere che di Dener resta qualche foto e qualche sbiadito video reperibile in rete da cui qualcosa si evince ma che risulta palesemente incompleto. Il 1 maggio 1994, ad appena 13 giorni dalla morte di Augusto Dener, il Brasile perde un altro talento dello sport, certamente molto più affermato di lui, ovvero Ayrton Senna, campione di Formula 1, morto in pista ad Imola durante il Gran Premio di San Marino. Un lutto nazionale che sconvolge l’intera nazione e che in tante menti e in tanti cuori riporta alla freschissima tragedia di Dener; due talenti diversi, due carriere opposte, ma due destini simili per Senna e Dener, morti a neanche due settimane di distanza l’uno dall’altro e rimasti tristemente vicini nel ricordo del Brasile che dedicherà proprio al campione automobilistico la vittoria ai mondiali americani, gli stessi che sognava di vivere da protagonista anche Dener.

23 anni sono pochi per morire, a prescindere dalla fama, dal mestiere e da quanto fatto o non fatto. Certo è che Augusto Dener è oggi uno dei potenziali fuoriclasse più acclamati e rimpianti in Brasile, tanto che in molti affermano senza remore che l’unico vero erede di Pelè fosse proprio lui. Il destino ha deciso però diversamente e Dener negli anni è stato dimenticato dal calcio, rimpiazzato da altri talenti brasiliani che hanno avuto più fortuna di lui. Il Brasile del pallone lo piange ancora, però, e la sua anima resta indissolubilmente incastrata nella malinconia di ciò che poteva essere e che purtroppo non è stato.

di Marco Milan

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