Amarcord: Peter Ducke, il fuoriclasse invisibile

Parlassimo del calcio di oggi, questa storia rischierebbe di sfiorare il ridicolo, i più giovani probabilmente non la capirebbero a fondo se non si sforzassero di calarsi un pochino nel mondo degli anni sessanta-settanta, quando la televisione c’era ma trasmetteva poco e quando i postumi della Seconda Guerra Mondiale avevano diviso politicamente (e non soltanto) l’Europa in due.

Ecco, calarsi in quel mondo non è semplice per chi vive oggi, perchè semplice non è comprendere come si vivesse quando era in piedi il Muro di Berlino, una suddivisione fisica, politica ed economica che spaccava l’Europa e soprattutto la Germania, frammentata in due con la parte Ovest più ricca e potente, e con la parte Est a vivere nell’oscurità di un mondo assestante. Peter Ducke, nato proprio nella Germania Est il 14 ottobre 1941, rappresenta uno degli esempi più fulgidi, chiari e lampanti di una parte d’Europa rimasta per tanto, troppo tempo sconosciuta, accrescendo attorno a sè un alone di mistero che rende le storie ancora più affascinanti. Peter Ducke, il calciatore forse più bravo della vecchia DDR, è probabilmente il paladino numero uno di una Germania nascosta e purtroppo mal calcolata dal resto d’Europa.

Nascere e vivere nella Germania dell’Est non era facile per i ragazzi cresciuti nel dopoguerra tedesco: la ricchezza e la fascinazione della parte Ovest del paese sfiorava appena quel mondo, passandogli accanto come l’eco di un treno che scorre veloce in lontananza senza fermarsi. Peter Ducke è un ragazzino sveglio ed intelligente, alto, atletico, con la grande passione per il calcio; fa l’attaccante e lo fa pure molto bene perchè vede la porta con un talento innato che solo i più grandi possiedono. A posteriori è possibile affermare che Ducke fosse tutto tranne che tedesco: elegante, dotato di tecnica sopraffina, capace anche di esprimersi con giocate di fino che cozzavano di gran lunga con il ferreo concetto della Germania pragmatica, tutta difesa, forza fisica, zero fronzoli e tanta concretezza. Ad appena 18 anni, Ducke viene ingaggiato da quella che negli anni sarà considerata la squadra più forte della Germania Est, ovvero il Carl Zeiss Jena che ne coglie le doti tecniche e il gran fiuto del gol. Il sogno del ragazzino si sta per compiere: diventare grande, ricco e famoso giocando a pallone; sarà così solo in parte.

Il campionato della DDR è certamente meno competitivo di quello della parte ovest della Germania, così come anche la nazionale. Il Carl Zeiss Jena si accorge ben presto che affermarsi e vincere non è poi così complicato, specie se si hanno a disposizione buoni mezzi economici ed una discreta programmazione; il difficile, semmai, è fare tutto in casa perchè dalla Germania Est non entra e non esce nulla, eccezion fatta per i viaggi in giro per l’Europa durante le partite di coppa. Quello di calciatore, poi, non è considerato un mestiere, il professionismo è vietato per i club della DDR, per cui ogni giocatore di calcio deve avere anche una sua professione, un semplice pro forma che bisogna però assolvere; Peter Ducke viene così assunto dal Carl Zeiss Jena e gli viene affidato il mestiere di apprendista saldatore, nonostante il suo compito sia in fondo solo quello di fare gol.

A Jena gli allenamenti sono una sorta di addestramento militare, del resto in tutta la Germania Est si vogliono creare non uomini ma robot in grado di non sentire fatica, cavie da laboratorio ancor prima che atleti. E così, sveglia all’alba, ritmi insostenibili per qualsiasi essere umano, lavori a metà fra il Rugby, il Football Americano e la Lotta, col pallone ad entrare in scena solo a metà giornata e con sembianze diverse rispetto al resto del mondo; quelli utilizzati a Jena, infatti, sono palloni più pesanti di quelli normalmente utilizzati, in modo che i calciatori possano rinforzare ulteriormente i muscoli delle gambe, imparando a calciare con forza anche “attrezzi” non regolamentari. Le cosce di Ducke, che esordisce in campionato l’8 maggio 1960, sembrano di marmo, mentre il ragazzo appare indiscutibilmente il talento con maggiori prospettive del suo paese: la sua tecnica è eccellente, i suoi tempi di gioco anticipano regolarmente quelli degli altri e il suo istinto lo manda verso la palla con incredibile e costante regolarità. Il Carl Zeiss Jena vince la coppa nazionale nel 1960 e il suo primo scudetto nel 1963, Ducke segna ed è il grande protagonista della squadra, capocannoniere del campionato proprio nell’anno del titolo vinto.

Il problema è che nel resto d’Europa nessuno sa chi sia questo Peter Ducke. Lui segna, gioca, regala sprazzi di grande calcio da fuoriclasse indiscusso, ma al di là della Germania Est nessuno si accorge che esista. E neanche quando nel 1966 un gravissimo infortunio occorso durante un’amichevole della nazionale della DDR contro la Cecoslovacchia disputata in Messico, gli pregiudica la carriera, ci sono grandi menzioni a riguardo. Peter Ducke si fa male seriamente, qualche medico gli dice che difficilmente tornerà a giocare, qualcun altro lo sconsiglia di rimettere piede in campo anche perchè la sua gamba malata resta più corta di un centimetro rispetto all’altra; ma l’attaccante tedesco è testardo e determinato: altro che ritiro, dopo un anno di inattività, Ducke torna a giocare e regala coi suoi gol un altro titolo al Carl Zeiss Jena nel 1968, poi un altro ancora nel 1970, anno nel quale la compagine tedesca affronta l’Ajax di Cruyff in una gara valevole per la Coppa delle Fiere (l’antenata della Coppa Uefa) e che resta nella leggenda: Ducke è protagonista di un intervento da codice penale sull’olandese Suurbier, complice anche il terreno infangato e scivoloso. Il fallo è talmente duro che fa scoprire ai calciatori dell’Ajax che i tacchetti montati sulle scarpe dei tedeschi sono tutt’altro che regolamentari, anzi, sono dei veri e propri proiettili, più simili a chiodi da ferramenta che a bulloni da calcio.

L’Ajax, sconfitto per 3-1 a Jena, presenta ricorso ma avrà torto, prendendosi poi la rivincita nella gara di ritorno ad Amsterdam quando vincerà 5-1 passando il turno, non prima però di aver ammirato le prodezze di Peter Ducke, autore della rete dell’illusorio vantaggio tedesco. Avrebbe fatto comodo anche al grande Ajax il talento di Ducke, un calciatore dalla tecnica sopraffina, dalla visione di gioco ad ampio raggio e da un’intelligenza tattica tipica della storica formazione olandese. Ma la bravura dell’attaccante resta attaccata alla sola Germania Est (di cui è eletto miglior calciatore nel 1971) e a quel Carl Zeiss Jena che vincerà ancora due coppe nazionali nel 1972 e 1974, prima che la carriera di Ducke prenda la piega inevitabile del declino che già lo aveva portato ad arretrare il suo raggio d’azione, passando progressivamente dall’essere un centravanti puro al diventare una sorta di rifinitore, giocando una decina di metri lontano dall’area di rigore avversaria. Troppo poche le comparse in Europa durante le trasferte di coppa, anche se molti tifosi dell’Atletico Madrid, ad esempio, hanno tenuto ben impresse nella mente le gesta di quell’attaccante della Germania Est che aveva fatto venire il mal di testa ai difensori della squadra di casa.

Peter Ducke dice addio al calcio giocato nel 1977 dopo aver giocato tutta la sua carriera nel Carl Zeiss Jena con 153 reti in 352 partite disputate con la maglia gialloblu. 15 le marcature in nazionale ed il riconoscimento dell’intera Germania Est, in pratica un paese ai piedi del miglior calciatore della sua storia. Georg Buschner, suo allenatore sia a Jena che in nazionale, ne è stato a conti fatti non solo tecnico, ma anche mentore e quasi secondo padre. Intuire il talento di Ducke non era certo complicato, fargli capire che ogni sua prodezza sarebbe rimasta circoscritta alla sola Germania Est certamente più difficile. Proprio Buschner, poche settimane prima di morire nel 2007, risponde seraficamente a chi gli domanda se non avesse rimpianti per non aver allenato campioni del calibro di Maradona o Zidane nella sua carriera in panchina: “Rimpianti? E per quale motivo? Io ho allenato Peter Ducke”.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, negli archivi della Stasi uscì anche il nome di Ducke, assai ben visto dal governo per aver gettato discredito sulla concezione socialista del calcio quando nel 1965 aveva rimediato 10 turni di squalifica al termine della finale di coppa persa contro il Magdeburgo quando aveva invitato l’arbitro a portarsi a casa il trofeo che, in fondo, aveva vinto lui. Una storia divenuta famosa oltre vent’anni dopo il suo accaduto, come del resto è stato per l’intera carriera di Peter Ducke, un calciatore che se nato nella Germania Ovest (o in un’altra epoca) sarebbe salito agli onori della cronaca calcistica, vincendo e giocando forse in grandissimi club. Il suo talento, invece, è rimasto oscurato, sconosciuto, praticamente invisibile al resto del mondo. Nell’Europa divisa in due, forse, non lo avrebbe aiutato neanche internet.

di Marco Milan

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