Scontri, feriti e morti. La situazione del Brasile tra Confederations Cup e manifestazioni

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di Cristiano Checchi 

Una manifestazione della portata di quella di questi giorni in Brasile non si vedeva dal 1992, dai tempi delle proteste contro il Presidente Fernando Collor de Mello. Sono passati 23 anni e il Brasile sembra tornato quello di quel tempo. Non si gioca solo a calcio, come la Confederations Cup vorrebbe, ma si manifesta, si lotta e si muore anche.

Le proteste, quelle di piazza, quelle seguite con maggiore interesse dal mondo dei media, sono cominciate il 6 giugno a San Paolo, quando la Confederations Cup era alle porte e la cassa di risonanza mediatica pronta a mettersi in moto. Il Brasile si affacciava a quest’estate come il polo sportivo per eccellenza: la Confederations Cup, i Mondiali di calcio della prossima estate fino a chiudere con le Olimpiadi del 2016, un percorso che l’avrebbe dovuto portare sul tetto del mondo. Ma di pari passo con l’organizzazione di questi eventi sportivi, importanti per il prestigio internazionale, ma pericolosi per le spese pubbliche (vedere Olimpiadi in Grecia del 2004 e Mondiali Sud Africa 2010), si sono mosse proteste, manifestazioni e scontri. Come due strade parallele destinate a non incontrarsi mai: il viscerale amore brasiliano per il pallone da una parte, dentro gli stadi a festeggiare per una giocata di Neymar o un salvataggio di Thiago Silva (anche se non mancano striscioni di supporto alla rivolta), dall’altra invece, fuori in strada, la lotta per cambiare quello che non va, sfruttando, come negarlo, tutto il giro di media e notorietà che un evento calcistico del genere porta in dote.

Le manifestazioni – A dare un forte input agli eventi è stato il Movimento Passe Livre.  Movimento sociale, nato nel 2005, che si batte per il passaggio da un sistema di trasporto privato a pubblico. La goccia che ha fatto poi traboccare il vaso è stato l’aumento del prezzo dei mezzi di trasporto (20 centesimi di reais, circa 7 centesimi di Euro), in vigore dal primo di giugno, in pieno clima Confederations. Ecco quindi il via delle manifestazioni: “Noi non vogliamo la Coppa del Mondo”, “Abbiamo bisogno di soldi per le scuole”, sono solo alcuni degli striscioni e degli slogan che hanno campeggiato già dalle prime manifestazioni tenutesi nei primi giorni soprattutto a San Paolo e a Rio de Janeiro.

In giorni di manifestazioni, più o meno pacifiche, c’è voluto poco prima che la situazione degenerasse. Nei giorni scorsi le discese in piazza hanno toccato il numero di un milione di persone, dislocate in circa 100 città del Brasile (fonte BBC). A l’ideale di manifestazione pacifica si è però presto accostata la violenza e il disordine. Situazioni di tensione che hanno portato alla morte, il 20 giugno, di un ragazzo di 18 anni, investito da una macchina che cercava di passare tra i manifestanti a Ribeirao Preto. Il tutto a poche ore dall’inizio di Italia – Giappone, senza che comunque si pensasse a uno stop, si è andati avanti come se nulla fosse (la Fifa cercherà in ogni di modo di portare a termine il torneo). La cronaca di queste ore intanto continua a parlare di feriti e scontri, senza che un freno si affacci all’orizzonte.

Il calcio così è nel frattempo diventato la valvola di sfogo dei manifestanti, i quali ci hanno messo poco a trasferire le proteste anche fuori dagli stadi, essendo proprio le spese per quegli impianti un altro dei motivi del malumore della piazza. Calcio e mezzi pubblici, ma anche la forte frustrazione per il grado crescente di corruzione, l’evasione fiscale e il rallentamento negli ultimi due anni della crescita economica, sono le altre cause della situazione brasiliana. Ultima, ma non per importanza, l’accusa direttamente legata agli organizzatori: attraverso Confederations e Mondiali la Fifa si arricchirebbe sulle spalle dei brasiliani.

Rimedi – Dove possibile qualcosa è stato fatto, le autorità di San Paolo e Rio de Janeiro infatti si sono adeguate a quelle di Porto Alegre, Blumenau, Recife, Cuiabá e João Pessoa e già dal 19 giugno hanno tolto l’aumento del prezzo dei mezzi pubblici. Un tentativo per placare la situazione che comunque non ha ancora sortito gli effetti sperati. Le manifestazioni dal 20 di giugno infatti sono proseguite più o meno forti per tutto il Brasile. Come se non bastasse è anche salito il numero dei morti, infatti, oltre al ragazzo di 18 anni, si è aggiunta una donna di 54 anni morta per un infarto durante le manifestazioni a Belem do Par. Dilma Rousseff, presidente del Brasile, in un discorso pubblico ha anche ammesso che le richieste provenienti dalle strade sono legittime, esortando tutti a lavorare per “scuole migliori, ospedali, mezzi di trasporto pubblico di qualità e ad un prezzo equo”.

C’è quindi la consapevolezza di valorizzare e di scindere tra violenza e richiesta di giusti diritti, una demarcazione che comunque in alcune manifestazioni è rimasta ben chiara mentre in altre no, come ad esempio gli assalti ad alcuni ministeri a Brasilia. Alla fine dei conti, tutti contro la violenza, e tutti o quasi a favore della manifestazione per migliorare il Paese, come ad esempio Pelè e Romario, più o meno delle istituzioni per i carioca.

Intanto la Confederations Cup va avanti, il Brasile viaggia a vele spiegate verso la finale, mentre fuori, per strada, regna ancora il caos e l’incertezza.

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