Digital Diplomacy, conferenza sull’uso dei social media

La diplomazia digitale nell’era dei social media è il tema dell’incontro ospitato il 15 marzo al Centro Studi Americani di Roma. Al centro della tavola rotonda il ruolo delle  piattaforme digitali nelle relazioni internazionali e nella diplomazia

 

Un momento della conferenza “Digital Diplomacy nell’era dei social media”

Il ruolo dei social media nelle relazioni diplomatiche è il tema al centro della conferenza “Digital Diplomacy nell’era dei social media”, promossa dal Centro Studi Americani (CSA) di Roma e dal Master in Cultural Diplomacy dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – ALMED, che ha visto confrontarsi nella prestigiosa sede del Palazzo Mattei di Giove, esperti provenienti dal settore della diplomazia e dal mondo accademico.

Dopo i saluti introduttivi del Direttore del CSA, Paolo Messa, ha aperto i lavori Federica Olivares, Direttrice del Master in Cultural Diplomacy, che ha illustrato il percorso formativo in lingua inglese avviato dall’Alta Scuola in Media, Comunicazione e Spettacolo, per passare poi in rassegna le tappe principali della Digital Diplomacy. Ne è stata fatta di strada dal primo scambio ufficiale di email tra Capi di Stato, il Presidente USA Bill Clinton e l’ex Primo ministro e Ministro degli esteri svedese, Carld Bildt nel 1994 fino al debutto dei principali social network (LinkedIn nel 2003, Facebook nel 2004, YouTube nel 2005 e Twitter nel 2006) per arrivare nel 2016 all’uso, anche in campo diplomatico, di mezzi più “privati” come WhatsApp.

Gli utenti attivi su Facebook sono 2 miliardi, mentre 350 milioni utilizzano Twitter, cifre che senza dubbio ne denotano la diffusione a livello globale. L’inizio ufficiale della Digital Diplomacy si fa risalire al 2012 e ad oggi gli account aperti in tutto il mondo sono 860, seguiti da 360 milioni di follower. Se Twitter è il canale più utilizzato, Facebook risulta il più popolare con 39mila like per pagina contro i 16mila follower in media per il social dei cinguettii.

I numeri danno la dimensione di un fenomeno inarrestabile: il 92% dei Paesi membri dell’Onu è presente ufficialmente su Twitter, stando al rapporto Twiplomacy 2017; gli account Twitter dei Capi di Stato e di governo sono passati da 264 in 125 Paesi nel mondo agli attuali 856 in 178 Paesi, con un pubblico complessivo di 356 milioni di follower. Tra tutti i leader del G7 l’unico a non avere un account su Twitter è la Cancelliera tedesca Angela Merkel. La diplomazia del 21° secolo è, dunque, sempre più rappresentata dalla Webcraft, ha concluso la professoressa Olivares.

“Oggi immaginarsi una comunicazione politica che non passi attraverso Facebook e Twitter è improbabile e naïf ”, ha esordito il Direttore di Radio1 e del Giornale Radio della Rai, Gerardo Greco, che ha moderato la tavola rotonda. Prima di introdurre Corneliu Bjola, Direttore del Centro di Ricerca in Digital Diplomacy dell’Università di Oxford e autore del volume “Digital Diplomacy: Theory and Practice”, Greco ha puntualizzato: «Il nostro sistema ecosistema informativo è inquinato da rischi di non veridicità», anticipando il dibattito successivo sul tema delle “fake news”. L’accademico di Oxford ha inquadrato la Digital Diplomacy secondo due prospettive: una, che guarda solo ai mezzi tecnologici per scopi diplomatici, di portata meno rivoluzionaria, l’altra che considera gli strumenti delle nuove tecnologie come parte di un processo dirompente e di una trasformazione più ampia. A contare sono soprattutto tre aspetti: rappresentazione, comunicazione e negoziazione.

In un’ottica di trasparenza e responsabilità a citare esempi positivi di partnership tra pubblico e privato è Andreas Sandre, autore del volume “Digital Diplomacy: Conversations on Innovation in Foreign Policy”, in collegamento dall’Ambasciata d’Italia a Washington. Il sostegno di Google al WWF per combattere la criminalità che prende di mira le specie selvatiche è un caso tangibile delle nuove sfide e  delle nuove opportunità di dialogo tra attori tradizionali (Ong) e meno tradizionali (Facebook).

Laura Bononcini, Head of Public Policy di Facebook Italia, Grecia e Malta, interpellata a proposito dell’esigenza di una crescente trasparenza sui social media, ha voluto precisare che “Facebook non è solo una media o tech company” ma che è giunto il momento di assumersi delle “responsabilità” fissando una serie di regole globali. La sfida attuale è il contrasto alle “fake news”. Facebook si sta occupando della rimozione delle notizie false avvalendosi di 20mila persone che seguono le segnalazioni e dell’intelligenza artificiale. “Come evitare che proprio le ‘fake news’ generino più traffico in rete?”. La risposta potrebbe arrivare dal cambio di strategia dell’azienda di Cupertino. Facebook anziché contrassegnare le fake news ha deciso di ricorrere al fact-checking, mostrando alcuni articoli correlati alle notizie di dubbia veridicità, in modo da mettere gli utenti nelle condizioni di comprendere i fatti. Incoraggiare la diffusione di contenuti di qualità è una priorità di Facebook, ha aggiunto Laura Bononcini.

Uno degli utilizzi più interessanti dei social media è creare “contenuti insieme” ha affermato Pierluigi Puglia, Portavoce UK in Italia dell’Ambasciata Britannica a Roma, parlando ai presenti di “MyGREATBritain”, un progetto sul web che intende raccontare le sfide della Brexit attraverso le storie di successo degli italiani nel Regno Unito. Il primo podcast è stato dedicato all’italiana Deborah Bonetti, prima straniera a dirigere la Foreign Press Association di Londra. Per “dare voce” e visibilità a queste storie si adotta un “approccio collaborativo” con i social media che ne rilanciano i contenuti, primo esempio di questo genere realizzato da un’ambasciata. Nel rapporto tra social media e diplomazia digitale i fattori da tenere in considerazione sono diversi e la gestione della reputazione, la rapidità e la condivisione di emozioni sono in prima fila.

Cosa contribuisce al successo della Digital Diplomacy? Difficile dare una risposta univoca, ma non è soltanto una “questione di numeri”. Se da un lato le istituzioni, i partiti politici e anche le aziende sono sui social media, in particolare su Facebook, perché ci sono 2 miliardi di potenziali elettori, clienti, ecc., come ha affermato Puglia, dall’altro è l’interazione, ovvero l’engagement con il pubblico, a giocare un ruolo chiave nella comunicazione, online e offline, ha dichiarato Andreas Sandre. Il coinvolgimento di un’audience globale, la credibilità e la qualità dei contenuti restano i pilastri fondamentali su cui impostare il futuro della diplomazia digitale in uno scenario in continua trasformazione per l’opinione pubblica ma anche per gli addetti ai lavori.

(Elena Angiargiu)

 

 

 

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