Amarcord: dalla sfida con la Juve alla serie B sfiorata, quando a Brescello si sognava in grande

Dici Brescello e ti vengono in mente i romanzi di Guareschi, trasportati poi sul set cinematografico con i celebri e popolari film di Peppone e Don Camillo, le storie del sindaco comunista e del parroco democristiano, nemici-amici, in simpatica lotta nel piccolo paese ai piedi del Po, ai piedi della bassa reggiana. Brescello, però, è stato a fine anni novanta anche celebre per il calcio, quando la piccola compagine emiliana è arrivata ad un passo da un sogno quasi impossibile.

La storia calcistica del Brescello nasce nel 1966 quando, finanziata dallo sposnor Mingori, viene fondata l’Unione Sportiva Brescello, colori giallo e blu, stemma raffigurante le facce dei simboli del paese, i personaggi già citati di Peppone e Don Camillo. Della squadra di Brescello si hanno notizie solo a carattere locale, almeno fino al 1983 quando la compagine emiliana arriva in serie D (allora Interregionale) dove resta solo una stagione e dove torna nel 1989, proprio a cavallo con una nuova proprietà e sponsorizzazione, la Immergas, che farà la fortuna del sodalizio gialloblu, pronto ad affrontare il periodo più leggendario della propria storia. Perchè a Brescello nessuno osa sognare più del lecito, il piccolo paese vive la sua routine quotidiana, tranquilla, serena, fra una passeggiata in centro ed un piatto di tortellini a mezzogiorno della domenica. La quiete prima della tempesta, insomma.

Al termine della stagione 1993-94, il Brescello vince a sorpresa il girone B della serie D (ribattezzata intanto Campionato Nazionale Dilettanti) con 49 punti, 6 in più del Capriolo secondo, 9 rispetto a Castel San Pietro ed Alzano Virescit. E’ l’inizio del sogno a Brescello, ma nessuno lo sa, perchè sono quasi tutti increduli di fronte ad un risultato insperato, soprattutto i più anziani che non hanno storie calcistiche da raccontare perchè quando erano ragazzi loro la squadra del paese neanche esisteva. Inoltre, la formazione gialloblu non dà neanche il tempo di rendersi conto di cosa stia accadendo perchè al primo anno fra i professionisti centra la promozione in C1 dominando il girone A della C2 con 70 punti, 13 in più del Lumezzane secondo in classifica. In due anni, dunque, i gialloblu si ritrovano dai dilettanti alla serie C1, dai campi umidi di tutta l’Emilia Romagna a stadi blasonati e che hanno fatto la serie A come il Sinigaglia di Como o il Castellani di Empoli. Il Brescello ha una struttura societaria solida e una programmazione seria, la società sa bene quali sono le proprie potenzialità ma anche i propri limiti, sa insomma fino a dove può spingersi.

Un anno di assestamento in C1 con la salvezza conquistata solo dopo i playout vinti contro la Massese, poi nella stagione 1996-97, il primo sogno: il Brescello arriva secondo in campionato ad un sol punto dal Treviso primo classificato. E’ il momento della svolta, perchè sulla panchina emiliana arriva Giancarlo D’Astoli, tecnico reduce dal miracolo sfiorato con un’altra piccola dell’Emilia, il Fiorenzuola, portato nel giugno del 1995 ad un passo dalla serie B, persa solo dopo i calci di rigore nella finale playoff di Bologna contro la Pistoiese. D’Astoli porta a Brescello proprio l’esperienza di Fiorenzuola, ma la corsa dei gialloblu si ferma prima, in semifinale: troppo più forte ed esperto il Monza di Radice che vince 2-1 all’andata in Lombardia ed 1-0 nella gara di ritorno giocata a Reggio Emilia, con il piccolo stadio Morelli di Brescello ritenuto troppo piccolo per una sfida così importante. C’è delusione, ovviamente, ma la filosofia del popolo brescellese è semplice, schietta, in paese si dice “Comunque vada…beviamoci sopra“, uno slogan che verrà poi trasportato allo stadio con uno striscione simbolo che farà il giro di tutta l’Italia. Del resto, il Brescello è una squadra costruita per attaccare, in campionato ha vinto più di tutti (17 volte), ma anche perso tanto (9 sconfitte), facendo divertire il pubblico e sfiorando una serie B che nel piccolo centro reggiano neanche vogliono pronunciare.

Alla vigilia del campionato 1997-98, il Brescello si fa un regalo inaspettato: iscritto di diritto alla Coppa Italia di serie A e B, infatti, fra il 17 ed il 24 agosto elimina la Lucchese al primo turno della manifestazione, vincendo 4-1 a Reggio Emilia (ormai la casa dei gialloblu) e pareggiando 1-1 in Toscana. Un risultato che permette agli emiliani di sfidare nel secondo turno la Juventus di Marcello Lippi, fresca di  Coppa Intercontinentale, scudetto e finale di Coppa dei Campioni persa a Monaco di Baviera contro il Borussia Dortmund. Il Brescello, pertanto, affronterà la Juve di Del Piero, Zidane, Filippo Inzaghi, Ciro Ferrara e chi più ne ha più ne metta; in paese c’è una fibrillazione mai vista per il calcio, davanti alle rivenditorie ci sono cartelli che spiegano per filo e per segno come e dove acquistare i biglietti e come raggiungere lo stadio Giglio di Reggio Emilia che sarà il teatro della sfida d’andata, in programma il 4 settembre 1997 alle ore 20:30. Fino a quella data, tutto il paese è con il fiato sospeso, del resto è una sfida impari ma emozionante, mai come stavolta l’importante non sarà vincere ma esserci, vedere contrapposto lo storico gagliardetto juventino a quello del Brescello, la zebra rampante contro i volti di Peppone e Don Camillo. Qualcuno sorride, ma Marcello Lippi non ci vede nulla di comico: “Sarà una partita complicata – dice in conferenza stampa il tecnico bianconero – perchè il Brescello gioca bene, è in palla più di noi e non vorrà sfigurare in una gara che per loro è la più importante della storia e per noi vale certamente meno”.

Parole non di circostanza, perchè anche il campo darà ragione all’allenatore di una Juventus presa subito nella morsa di un Brescello che non ci sta a fare la vittima sacrificale, gioca contro la squadra più importante del calcio italiano e la partita va in diretta televisiva nazionale su TeleMonteCarlo, insomma, le motivazioni sono alle stelle e le gambe dei gialloblu non tremano, tutt’altro. Al minuto 42, dopo che il Brescello aveva dimostrato per tutto il primo tempo di reggere il confronto coi campioni d’Italia, il capitano Arnaldo Franzini sfugge al controllo della difesa juventina dopo un veloce scambio col centravanti Borgobello ed infila Rampulla: 1-0 per il Brescello, pubblico impazzito, D’Astoli in panchina è una maschera di cera, rimane impassibile nonostante dentro gli si stia rimescolando tutto. Il piccolo, minuscolo e sconosciuto Brescello sta mettendo sotto la Juventus, è estate ma non è un’amichevole, è la Coppa Italia, il risultato conta, conta eccome e per il momento sorride ai gialloblu. Nel secondo tempo la Juve si riorganizza, inizia a spingere sull’acceleratore e trova quasi subito il pareggio con il suo capitano, Antonio Conte, poi non succede più nulla, le squadre sembrano accontentarsi, il Brescello perchè esce imbattuto dalla sfida contro i campioni bianconeri che, a loro volta, portano a casa un pareggio con gol utile per la qualificazione. Hanno deciso le reti dei due capitani e dei due numeri 8, è pari in tutto, col Brescello che però ha ancora gli occhi lucidi per un evento che non dimenticherà facilmente.

Il 24 settembre, quasi un mese dopo, uno stadio Delle Alpi quasi vuoto è la cornice della gara di ritorno che la Juventus vince agevolmente per 4-0, sfruttando l’autorete iniziale di Del Piano al 5′ e andando poi in rete altre tre volte con Nicola Amoruso e con la doppietta dell’uruguaiano Daniel Fonseca. Il Brescello esce sconfitto ma a testa altissima da una sfida epica e leggendaria da tramandare alle generazioni future, facendo passare anche in secondo piano il deludente campionato, chiuso al nono posto in classifica dopo l’exploit dell’anno precedente. Non andrà meglio neanche nella stagione successiva quando i gialloblu chiuderanno decimi in classifica, segnando la fine dell’era targata D’Astoli che lascia Brescello ma non l’Emilia, trasferendosi a Ferrara dove allenerà la Spal. Sulla panchina del Brescello per la stagione 1999-2000 arriva Cesare Vitale che dura però solo per il girone d’andata e viene esonerato a causa di un andamento a fasi alterne e dopo due sconfitte consecutive contro Carrarese e Lecco. Al posto di Vitale viene chiamato Roberto Mozzini che mette ordine nella squadra e la conduce fino al quinto posto finale, l’ultimo valido per disputare i playoff, acciuffati per un sol punto di vantaggio sulla Lucchese sesta. In semifinale, il Brescello gioca contro il Pisa, favoritissimo alla vigilia e che ha conteso al Siena il primo posto nella stagione regolare; la sfida appare impari, i toscani hanno esperienza, tradizione ed un tifo da serie A, mentre gli emiliani possono contrapporre organizzazione, qualche buon singolo e la tranquillità di chi non ha niente da perdere. La gara di andata si disputa a Reggio Emilia e i tifosi in prevalenza sono i pisani che fanno anche un gran baccano sugli spalti: la gara finisce 1-1 e la sensazione è che il Pisa abbia tutte le carte in regola per tenere a bada il Brescello nella sfida di ritorno.

4 giugno 2000: lo stadio Arena Garibaldi di Pisa è un catino che ribolle di passione, il Pisa attende il ritorno in serie B dopo 6 anni di attesa ed una risalita partita dalle macerie del fallimento del 1994. L’ostacolo del Brescello va superato per i nerazzurri che aspettano poi la vincente dell’altra semifinale fra il Varese e l’ennesima sorpresa, i veneti del Cittadella; sembra tutto apparecchiato per una finale ricca di storia e blasone fra Pisa e Varese, ma il Diavolo sta per metterci un doppio ed inatteso zampino. Il Cittadella, infatti, dopo aver perso 1-0 a Varese ribalta la situazione conquistando la finale con un inaspettato ma meritato 2-0, mentre a Pisa succede l’incredibile: il Pisa gestisce lo 0-0 con troppa sicurezza, non offende, si accorge che il Brescello non è arrembante e si accontenta, alterna folate offensive ad un controllo troppo lento della partita, fino al 90′ quando Max Vieri, fratello del più popolare Christian che proprio nell’estate precedente era diventato mister 90 miliardi per il suo trasferimento record dalla Lazio all’Inter, raccoglie una palla sporca in area di rigore e batte verso la rete senza pensarci: il tiro è preciso e non lascia scampo al portiere del Pisa. Il Brescello è incredulo esattamente come il popolo pisano, gelato dalla rete del piccolo Vieri in zona Cesarini, i calciatori nerazzurri si disperano sdraiati a terra, quelli gialloblu corrono impazziti verso lo spicchio di tifosi emiliani presenti in Toscana, poche centinaia. La festa è indescrivibile, il sogno del Brescello continua e stavolta può spingersi ancora più in avanti, verso una serie B mai come ora raggiungibile.

In pochi si aspettavano una finale fra Brescello e Cittadella, due realtà piccole e francamente sconosciute al grande calcio, prive di storia, provenienti da paesi di provincia e figlie di un calcio minore ma gestito con serietà ed oculatezza. Ad ospitare la sfida sarà lo stadio Bentegodi di Verona e qualcuno farà notare come la capienza dell’impianto veronese (40.000 posti a sedere) non riuscirebbe ad essere riempita neanche se a seguire le due squadre ci fosssero tutti gli abitanti dei rispettivi paesi: Brescello conta infatti una popolazione di circa 5.000 unità, Cittadella ne fa registrare invece 19.000. E’ l’11 giugno del 2000 quando le due piccole compagini si apprestano a giocarsi la fetta più importante della loro vita calcistica: vincere vorrebbe dire salire nell’olimpo del pallone italiano, la serie B, perdere potrebbe significare la fine di un sogno difficilmente ripetibile. Vengono aperte solamente le due tribune per ospitare i sostenitori delle due squadre: al Cittadella è riservata una parte laterale della tribuna centrale, al Brescello quella opposta. Piove, nonostante sia giugno inoltrato, e il campo è leggermente allentato, in più nessuno si aspetta una bella partita, anche se il Cittadella è allenato a Ezio Glerean, ribattezzato come il tecnico più offensivo d’Italia, e il Brescello ha un attacco potenzialmente di ottima levatura; non esiste una favorita vera e propria, anzi, il pubblico neutrale si gode la sfida fra due cenerentole della serie C, sapendo che comunque andrà a finire, la serie B accoglierà una matricola assoluta da annoverare nella propria storia.

La sfida effettivamente è tirata, spigolosa, condizionata da un campo viscido e teoricamente traditore, ma anche dalla posta in palio, sempre più alta ad ogni minuto trascorso. I 90 minuti regolamentari scorrono via fino all’87’ quando arriva il primo colpo di scena, perchè il Brescello si guadagna un calcio di rigore, assegnato per un fallo di mano in area dopo una conclusione dei gialloblu da 16-18 metri. L’intero Cittadella va a protestare dall’arbitro nel disperato tentativo di fargli cambiare idea, forse consapevoli anche che il fallo fosse evidente, ma consci soprattutto della possibilità che in una partita così tesa e giunta ormai a ridosso dei tempi supplementari, subire gol equivarrebbe a perdere. Ma il direttore di gara non si lascia impietosire dagli isterismi dei granata veneti e conferma la sua decisione: sul dischetto va Max Vieri che prende una rincorsa quasi tremolante e batte spiazzando il portiere, 1-0 che può valere la serie B. L’urlo dei pochi tifosi del Brescello è impressionante, la sensazione di tutti al Bentegodi è che i gialloblu siano ormai ad un soffio dalla promozione, da quel sogno che solamente qualche anno prima sarebbe stato accolto come la battuta finale di una divertente barzelletta. Il Cittadella è invece in un incubo, il suo di sogno si sta spezzando, si sta infrangendo contro una barriera non così alta come sembrava; ai veneti resta solo la forza della disperazione, buttare il pallone nell’area avversaria e sperare che qualcosa succeda.

E’ il 96′ quando il Cittadella conquista un calcio d’angolo che con ogni probabilità chiuderà la partita: in area ci sono tutti, 22 calciatori alla ricerca di un sogno, pronti a combattere su quell’ultimo pallone che può valere una promozione, un appuntamento con la storia, per qualcuno (allenatori compresi) anche un’intera carriera. La palla viene spedita al centro dell’area, la bucano in due facendola finire sul secondo palo dove c’è l’attaccante Mazzoleni che è quasi seduto sul portiere del Brescello che sta uscendo; Mazzoleni si ritrova la sfera sul piede, è spalle alla porta e non può fare in teoria nulla, nè appoggiare la palla ad un compagno e nè calciare, così l’istinto gli suggerisce di tentare l’impossibile: in una frazione di secondo, il calciatore veneto palleggia col ginocchio, alza il pallone e lo spedisce in rete con una rovesciata che beffa portiere e difesa. Gli attimi che seguono sono palpitanti: la tifoseria del Cittadella impazzisce di gioia, i giocatori granata si abbracciano, qualcuno corre in direzioni opposte senza capirci un granchè, mentre quelli del Brescello protestano per una presunta carica di Mazzoleni al portiere. L’episodio in effetti qualche dubbio lo lascia, perchè il calciatore padovano ostacola l’estremo difensore seppur di spalle e nel tentativo di proteggere la palla; l’arbitro però non ravvisa irregolarità, anzi, indica il centrocampo, poi fa riprendere la partita che si trascina ai supplementari e che promuoverà i veneti in caso di ulteriore parità per il miglior piazzamento in campionato. Finisce 1-1, il Cittadella si ritrova in serie B per la prima volta nella sua storia, ancor più breve di quella del Brescello (veneti fondati solamente nel 1973) che, a sua volta, vive un dramma infinito, vede sfumare una promozione ormai acquisita e vede sciogliersi una speranza che il destino non gli concederà più.

Sul prato del Bentegodi, infatti, la delusione degli affranti calciatori e tifosi gialloblu è l’ultima immagine del Brescello dei miracoli, giunto ad un passo dal sogno della serie B e che si smaterializzerà invece all’alba del nuovo secolo. Un anno dopo aver sfiorato la promozione, gli emiliani cadono in C2, due anni ancora (dopo aver sfiorato il ritorno in C1 con la semifinale playoff persa nel 2002 con la Sambenedettese) ed arriva prima la caduta in D e poi addirittura in Eccellenza ed in Promozione, fino al fallimento del 2005 e alla ripartenza dalla Terza Categoria. Una lenta, difficoltosa e problematica risalita, interrotta e mai completata da quel Brescello tornato a calcare i campetti dell’entroterra piovigginoso della via Emilia dopo aver accarezzato il sogno della serie B e dopo aver sfidato senza timore la Juventus. Una storia da raccontare a figli e nipoti, magari davanti ai film di Don Camillo, magari davanti ad un bicchiere di Lambrusco, perchè, in fondo, lo dicevano anche loro: comunque vada….beviamoci sopra.

di Marco Milan

 

 

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