Amarcord: il miracolo del Boavista

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C’è poco da fare: alcuni campionati verranno considerati per sempre più noiosi e monotoni rispetto ad altri, forse per il tipo di calcio, forse perché a vincere sono sempre le stesse squadre. E’ il caso del Portogallo, ad esempio, che ha visto trionfare in patria solamente Benfica, Porto e Sporting Lisbona, ad eccezione di due occasioni nelle quali le tre grandi sono state a guardare. Una di queste eccezioni si chiama Boavista, capace di rompere un’egemonia incontrollabile o quasi.

La storia della Primeira Liga (la serie A portoghese, per intenderci) ha un albo d’oro piuttosto scarno, se si vuol definirlo così: a vincere il campionato sono state solamente Benfica, Porto e Sporting Lisbona, e l’unico torneo in cui ha vinto qualcun altro risale addirittura all’anno 1946 quando lo scudetto se lo portò a casa il Belenenses. Troppo il divario tecnico\economico delle tre padrone del calcio lusitano, un trio che da sempre fagocita un campionato spesso livellato verso il basso e con una spaccatura netta fra i primi posti ed il resto della combriccola. A farsi largo a partire dagli anni ottanta è però in Portogallo un’altra squadra di Oporto, il Boavista, compagine da sempre considerata il parente povero del grande Porto e che ad inizio anni novanta incomincia pure a qualificarsi stabilmente per le coppe europee e a scalare le gerarchie in patria. Nulla di trascendentale, per carità, però la formazione bianconera prende confidenza ed ottiene anche diversi secondi posti nella Primeira Liga, anche se a tutti appare impossibile la possibilità di scalzare tutte e tre le grandi del torneo e portarsi a casa un titolo che avrebbe del clamoroso.

Al termine del campionato 1999-2000 il Boavista si piazza quarto, rispettando abbastanza fedelmente il pronostico di inizio stagione e preparandosi all’annata successiva con discrete ambizioni. L’allenatore si chiama Jaime Pacheco, uno che da calciatore ha legato proprio ai cugini ricchi del Porto le pagine più importanti della carriera e che ora è uno dei tecnici più interessanti del Portogallo, in carica al Boavista dal 1997. La squadra è assai organizzata, a Pacheco piace che i suoi calciatori esprimano un calcio offensivo, ma bada pure alla retroguardia, guai a scoprirsi troppo solo per il gusto di andare avanti. Nelle tabelle estive il Boavista appare candidata a recitare un ruolo da protagonista, ma non viene inserito nella lotta scudetto, quello, si sa, è affar d’altri, in Portogallo nessuno si sogna neppure lontanamente di pensare che il titolo possa finire in altre mani se non quelle delle solite tre. Del resto, non ci riesce nessuno da 55 anni, perché le cose dovrebbero cambiare ora? Il Boavista, però, zitto zitto coltiva sogni di gloria, Pacheco ha allestito un bel gruppo e, nonostante il budget ridotto, l’organico a sua disposizione appare uno dei migliori, basti pensare che in porta c’è Ricardo che sarà per anni il titolare della nazionale con ottimi risultati.

La difesa è a 4 e spicca capitan Litos, a centrocampo ci sono i muscoli e il dinamismo di Petit e Rui Bento (altri perni del Portogallo di inizio anni duemila), ma soprattutto l’estro del fantasista Erwin Sanchez che possiede tecnica, fantasia e qualità, ma che nel panorama mondiale è poco considerato solo perché boliviano e dunque ritenuto figlio di un Dio minore, almeno calcisticamente parlando. In attacco, poi, il riferimento è Whelliton che l’anno prima ha messo a segno 11 reti e che è brasiliano come tutti gli altri calciatori del reparto offensivo. Ma l’inizio di stagione è tutt’altro che entusiasmante per il Boavista che, al di là dei successi contro formazioni di basso cabotaggio e di qualche pareggio di troppo, perde contro il Braga che, alla pari dei bianconeri, è una delle possibili rivelazioni del torneo. Ma dopo il primo mese di assestamento, la squadra di Pacheco ingrana la marcia giusta, batte 1-0 il Benfica, poi supera anche Pacos Ferreira, Maritimo e Vitoria Guimaraes, infilando 4 vittorie consecutive che la portano a ridosso del primato. La delusione arriva dall’Europa dove il Boavista viene eliminato dalla Roma di Capello in Coppa Uefa, anche se qualcuno pensa che sia un bene per i bianconeri che ora potranno concentrare ogni energia (mentale e fisica) solo sul campionato.

Il fortino del Boavista è il piccolo stadio Do Bessa, pieno in ogni ordine di posti nel momento in cui ad Oporto si capisce che quella può essere un’annata speciale. Anche perché, intanto, i bianconeri continuano ad inseguire i cugini del Porto in classifica, col calendario che sembra essersi divertito a mettere di fronte le due rivali proprio all’ultima giornata. Alla fine del girone d’andata, infatti, Boavista e Porto si affrontano nello scontro diretto che vale prestigio e pure la testa della classifica: i dragoni biancoblu si presentano con 2 punti di vantaggio sulle pantere bianconere che per laurearsi campioni d’inverno possono soltanto vincere. La gara è un’autentica corrida, la palla rotola poco e si vedono molte più botte che giocate di qualità. Il Boavista segna con Martelinho, poi provoca un po’ gli avversari, tanto che il fantasista del Porto Deco si fa buttare fuori a mezz’ora dalla fine, complicando non poco le cose per i suoi. Il Boavista vince per 1-0 e porta a casa il titolo d’inverno, platonico, per carità, ma pur sempre significativo dal punto di vista psicologico, anche perché ora tutti si sono resi conto del valore della squadra di Pacheco.

Benfica, Porto e Sporting Lisbona sembrano quei piloti di motociclismo che sono all’inseguimento della moto che è in testa e che si danno fastidio fra di loro consentendo al leader di accumulare vantaggio e scappar via. Anche perché il Boavista, galvanizzato dalla vittoria nel confronto diretto, vince ancora, ma la seconda sconfitta stagionale nel quarto turno del girone di ritorno (sempre per mano del Braga) permette al Benfica di recuperar terreno e preparsi alla sfida dello stadio Da Luz che potrebbe consentire ai biancorossi di prendersi la vetta della classifica. Benfica-Boavista sembra un assalto a Fort Apache: i padroni di casa attaccano, la capolista si difende, stavolta Pacheco se ne infischia del gioco offensivo ed alza una barricata così alta che gli attacchi del Benfica vi si infrangono contro. Ricardo consuma i suoi guanti a furia di respingere palloni, ma la strategia alla fine paga, il Boavista strappa quello che voleva, ovvero lo 0-0, e torna a casa con il primato solitario intatto e con un altro scontro diretto messo alle spalle. I tifosi ci credono, stavolta si può fare, quel traguardo storico che è sempre sembrato inarrivabile, questa volta sta pian piano formando i suoi contorni, anche se la paura di risvegliarsi da un sogno bellissimo e ritrovarsi alla dura realtà è tanta e nessuno si sbilancia più del dovuto.

La forza del Boavista è quella di vincere contro tutte le formazioni minori del campionato, accumulando punti e distacco in classifica, del resto ciò che negli anni avevano sempre fatto anche le tre grandi. Le giornate passano e i bianconeri resistono in vetta, poi ecco un altro confronto diretto, stavolta in casa e contro lo Sporting Lisbona che è lontano 7 punti e che ha solo la vittoria come possibilità di rientrare in corsa per il titolo. La gara sembra quella di Lisbona col Benfica: lo Sporting attacca, il Boavista sta lì dietro arroccato ad aspettare che il tempo passi, che l’avversario si stanchi e che magari l’arbitro fischi la fine dell’incontro. Ma stavolta va addirittura meglio alla capo classifica perché nel finale in un’azione di alleggerimento e con lo Sporting Lisbona ormai con la lingua di fuori, Martelinho si ritrova la palla con un ottimo rimbalzo proprio sulla linea del limite dell’area di rigore: il brasiliano si coordina e calcia senza pensarci più di tanto, la sfera assume una traiettoria perfetta, secca, nemmeno un fenomeno come Schmeichel può far nulla se non accompagnare con lo sguardo quel tiro che si insacca inesorabilmente. E’ l’1-0 che certifica la fine dei sogni dello Sporting, ormai precipitato a -10 dalla vetta, ma forse consacra anche la storia del Boavista, tanto che se ne accorgono anche sugli spalti dove in molti piangono di gioia, e in campo dove l’abbraccio di tutti i calciatori (riserve in panchina comprese) sancisce quella che diventerà la foto copertina dell’anno.

Ormai la linea del traguardo è vicina, ormai perfino gli avversari si stanno rendendo conto che quella stagione sembra fatta apposta per quella che non sembra più una sorpresa. A due giornate dal termine il Boavista conserva 4 punti di vantaggio sul Porto che conta sul confronto diretto dell’ultima settimana per agganciare i rivali cittadini, anche se, ovviamente, dovrà ridurre prima il divario per non rendere quella partita una semplice passerella per i rivali. Di contro, il Boavista si augura tutto il contrario, ovvero di chiudere la contesa già nel penultimo turno quando in casa ospiterà l’Aves in quella che potrebbe essere la partita più importante dell’intera storia del club. Venerdì 18 maggio 2001 è una data che per i tifosi del Boavista può trasformarsi nella data per antonomasia, uno di quei giorni che non puoi dimenticare neanche di fronte ad un’improvvisa amnesia. Boavista-Aves inizia dalla mattina, da quando ad Oporto i quartieri dove si concentra maggiormente il tifo per le pantere si colorano di bianconero ma vivono ore di silenzio, di attesa, di speranza e di paura, sentimenti che aumentano man mano che l’orario di inizio della sfida si avvicina.

Inutile dire che nel piccolo impianto Do Bessa non ci sarebbe posto nemmeno per uno spillo e che il frastuono all’ingresso in campo delle squadre è a livelli di decibel pericolosissimi. Il Boavista vuole vincere, infischiandosene del risultato del Porto e, soprattutto, dello scontro diretto della settimana dopo. Qualche appassionato paragonerà Boavista-Aves a Sampdoria-Lecce del 19 maggio 1991, dieci anni esatti prima, quando i blucerchiati conquistarono il loro primo, unico e storico scudetto, alla faccia dei pronostici avversi. E in effetti il confronto può starci, anche perché il risultato sarà lo stesso: 3-0. La gara del Do Bessa non ha storia, il Boavista non si fa prendere dall’ansia e dal nervosismo, segna con una bomba su punizione di Erwin Sanchez, poi nel secondo tempo prima Silva realizza il 2-0, poi Whelliton sigla il gol finale, quello dell’apoteosi, quello della certezza che quel sogno è diventato finalmente, incredibilmente ma meritatamente realtà. Il Boavista è campione di Portogallo per la prima volta nella sua storia, la festa può cominciare, l’attesa è finita, il traguardo è raggiunto e, proprio come in Formula 1, al traguardo sventola la bandiera bianconera a scacchi, la stessa del Boavista.

Porto-Boavista diventa così una partita inutile, almeno per i padroni di casa, delusi dall’andamento di un campionato che pensavano di portare a casa con relativa semplicità e che hanno invece lasciato ai piccoli cugini che non stanno più nella pelle di festeggiare il trionfo proprio in faccia a quelli che si sono sempre sentiti superiori e che, con spocchia e un pizzico di arroganza, li consideravano la parte più insignificante della città. La partita finisce 4-0 per il Porto, ma sembra che quelli del Boavista si divertano a subire gol, come a dire: ma sì, oggi fateci quello che vi pare, seppelliteci pure di reti, tanto non ci potete comunque più raggiungere. Il Boavista vince il campionato con 77 punti, uno in più del Porto, 15 in più dello Sporting Lisbona che si classifica terzo, addirittura 23 più del Benfica che chiude in sesta posizione dietro anche a Braga e Uniao Leiria. I neo campioni di Portogallo non hanno il miglior attacco ma la miglior difesa (appena 22 reti incassate) e non portano nessun giocatore fra i primi 10 della classifica marcatori, segno che l’equilibrio è stato il filo conduttore dell’annata, l’arma in più di Pacheco, ora finalmente consacrato come tecnico vincente dopo qualche stagione di apprendistato.

La festa del Boavista dura settimane, poi pian piano si spegne, un po’ come accade alla squadra che già l’anno successivo cede lo scettro allo Sporting Lisbona piazzandosi comunque al secondo posto della classifica ed arrivando alla seconda fase a gironi di Coppa Campioni dopo aver eliminato il Borussia Dortmund nella prima fase a gruppi dove blocca per due volte sull’1-1 il Liverpool, sia ad Anfield Road che in casa. La favola finisce qui, il miracolo è compiuto e non si ripete, l’egemonia delle tre grandi di Portogallo è ripresa e ad oggi quel Boavista è la seconda ed ultima squadra ad essersi fregiata del titolo lusitano, nonché una delle sole 5 ad aver raggiunto lo scudetto portoghese, accedendo di diritto al mito e alla leggenda del calcio romantico.

di Marco Milan

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