Amarcord: Mario Emilio Boyè, l’attaccante fuggito dall’Italia per colpa della moglie

Si dice sempre che dietro un grande uomo ci sia sempre una grande donna, un detto che coinvolge la maggior parte dei personaggi di successo, dallo sport al cinema, dalla pittura allo spettacolo. A Mario Emilio Boyè, attaccante argentino in voga negli anni quaranta e cinquanta, però, tale popolare affermazione è andata un po’ per traverso nella sua breve esperienza in Italia.

Mario Emilio Heriberto Boyè nasce a Buenos Aires il 30 luglio 1922, fa l’attaccante esterno, l’ala, anche se il suo fisico e la sua altezza ne potrebbero fare benissimo un perfetto centravanti di sfondamento. L’esordio in prima squadra con la maglia del Boca Juniors avviene l’8 giugno 1941, poco più di un mese prima del suo diciannovesimo compleanno in una sfida contro il Racing di Avellaneda; di Boyè si intuiscono in fretta le doti tecniche, ma anche quelle di stoccatore: l’attaccante vede benissimo la porta pure da ala destra, è rapido, tecnico ma anche fisicamente strutturato, i difensori argentini iniziano a capire presto che togliere la palla a quel bestione sarà dura. Fra il 1941 e il 1949 Boyè gioca 190 partite realizzando 108 reti e col Boca conquista anche due titoli nazionali nel 1943 e nel 1944; le sue gesta iniziano a varcare anche i confini sudamericani, non c’è la televisione, non c’è internet, ma ci sono gli occhi degli osservatori, i telefoni, la notizia che in Argentina c’è un attaccante così bravo arriva in Italia, in particolar modo al dirigente del Genoa Mario Tosi che nell’estate del 1949 avvia una difficoltosa ma proficua trattativa col Boca Juniors che porta in Liguria Boyè ed altri due argentini, Alarcon ed Aballay.

Mario Boyè è il colpo del calciomercato estivo italiano: il Genoa lo paga 20 milioni di lire, una cifra esorbitante per l’epoca, candidandosi come una delle pretendenti allo scudetto. L’attaccante argentino si presenta a Genova con la bellissima e giovane moglie Elsa e con la mamma, e per non sentire molto la nostalgia di casa, la famiglia Boyè va a dividere un lussuoso appartamento genovese assieme alle coppie Alarcon ed Aballay. L’inizio non è incoraggiante: Boyè è schivo, ha bisogno di ambientamento, capisce che le difese italiane non sono quelle argentine, le marcature sono più strette e la tattica asfissiante; lo dice anche ai giornali: “Qua lo spazio per girarsi è poco, devo capire ancora come fare, in Argentina è tutto molto più libero”. E’ educatissimo con i cronisti, concede interviste e non si sottrae mai alle domande, alla fine ringrazia e stringe la mano al giornalista di turno, anche se il pubblico genoano incomincia ad irritarsi perchè le prestazioni sono poco in linea col prezzo del cartellino e perchè sia Alarcon che soprattutto Aballay non ne indovinano una in campo.

Ma le qualità di Boyè escono presto fuori: la punta sudamericana è intelligente, sveglia, capisce come aggirare le marcature dei rocciosi difensori italiani, prende confidenza coi compagni e con la lingua, poi incomincia a buttarla dentro come un dannato. I tifosi del Genoa ora si spellano le mani per il loro gioiello, sperano che i suoi gol aiutino la squadra rossoblu a risalire in classifica, anche se, a parte Boyè, il resto della formazione non è un granchè e i liguri si staccano velocemente dal vertice della classifica. Al Boyè leader in campo, però, si contrappone quello più timido e taciturno a casa: il calciatore ama la vita tranquilla fuori dal calcio, tutto il contrario della bella moglie che ha un carattere esuberante e che vuole uscire ogni sera, fra locali, vestiti alla moda, feste e cene eleganti. Uno stile di vita che mal si coniuga con l’ambiente genovese, chiuso e ristretto; alla signora Boyè manca la mondanità di Buenos Aires, diventa scontrosa, dice al marito: “En Italia me muero”. L’attaccante argentino la copre di attenzioni e regali, le signore Alarcon e Aballay provano a portarla nei locali più alla moda di Genova o a passeggio sulla costa, ma Elsa Boyè in Italia è sempre più triste.

Ma c’è dell’altro: anche in casa le cose funzionano poco perchè quando Boyè è in ritiro o agli allenamenti, le liti fra sua moglie e sua mamma sono frequenti e non fanno altro che gettare benzina sul fuoco in una situazione già esplosiva. Inoltre, quando il Genoa gioca in trasferta i viaggi sono lunghi, mentre nel campionato argentino la maggior parte delle gare rimaneva circoscritta nei confini di Buenos Aires e in appena due ore dalla fine delle partite, Boyè rincasava, mentre ora spesso rimette piede in casa soltanto il giorno dopo. Elsa Boyè comincia a litigare anche col Genoa dopo che ad inizio dicembre la società convoca in sede tutti i calciatori e la coppia è costretta a rinunciare al già programmato pomeriggio al cinema, lei urla al marito: “In Argentina nessuno si sarebbe permesso una cosa simile, voglio andarmene da qui!”. Lui, che ha un carattere più riflessivo, riesce a calmarla ma sa che la pentola bolle a tal punto che il coperchio non reggerà ancora per molto. Casa Boyè diventa un’edizione antesignana ma molto più tesa di Casa Vianello: le liti sono all’ordine del giorno e quando Elsa non discute col marito lo fa con la suocera, tanto che i coniugi Alarcon fanno le valigie e se ne vanno a vivere a Pegli per conto loro.

La serie A 1949-50 prevede anche un turno di campionato il giorno di Santo Stefano, il Genoa giocherà col Novara e la squadra deve presentarsi al campo di allenamento nel primo pomeriggio del giorno di Natale per il ritiro. Arrivano tutti, ma di Mario Boyè non c’è traccia, è a pranzo al ristorante con la famiglia e si palesa a Nervi (sede del ritiro) solamente intorno alle 18; il club ligure lo multa (25.000 lire), ma l’episodio rientra in fretta poichè il giorno dopo l’argentino sigla la rete del 2-0, la squadra vince e Boyè realizza l’ennesimo gol di un campionato ottimo per lui ma ancora mediocre per un Genoa inchiodato a metà classifica. Alla notizia della multa, la signora Boyè dà ancora una volta in escandescenza e il suo ultimatum al marito è durissimo: “O ce ne andiamo insieme o me ne torno in Argentina da sola”. Nuovamente il carattere mite del calciatore placa la burrasca e rimanda una tempesta comunque ormai improcrastinabile, destinata ad esplodere senza che sia spazio per una via di ritorno.

La tregua dura infatti meno di un mese: il 22 gennaio 1950 il Genoa perde 3-0 in casa della Roma, poi rimane nella capitale per la sera con l’intenzione di ripartire per la Liguria la mattina dopo. Verso le 20 l’intera squadra rossoblu è riunita in albergo per la cena, quando improvvisamente nella portineria dell’hotel si presentano mamma e moglie di Boyè che con armi e bagagli stipati in un taxi intimano al calciatore di andare con loro: “Si torna a Buenos Aires”, dicono le due donne ora alleate. Boyè capisce che deve scegliere fra il Genoa e la famiglia, ci mette un secondo a salutare cordialmente tutti i compagni di squadra e a seguire le sue donne verso l’aeroporto di Ciampino. I dirigenti del Genoa, colti di sorpresa, contattano addirittura la dogana di Roma, fanno pressioni affinché gli agenti controllino minuziosamente il bagaglio della famiglia Boyè, forse vogliono arrivare in tempo per convincere l’attaccante a ripensarci, forse vogliono fargli perdere il volo. Le valigie dei Boyè vengono aperte ed ispezionate, intanto Mario Tosi si precipita a Ciampino ma arriva quando ormai il calciatore si sta imbarcando, lo raggiunge, gli intima di scendere, addirittura lo minaccia, gli dice che ha documenti non in regola per partire, che sta scappando con soldi italiani. Ma Boyè, prima che le porte dell’aereo vengano chiuse risponde: “Qualcosa non va? Allora mi faccia arrestare”.

Mario Emilio Boyè lascia l’Italia dopo appena 6 mesi, 18 presenze e 12 reti, una media ottima per un esordiente in serie A. Le sue prodezze in campo non sono andate di pari passo con la burrascosa vita familiare e con la nostalgia per la vita mondana argentina di sua moglie, accontentata ed anteposta pure alla brillante carriera di calciatore. Per il Genoa si trattava di un danno incalcolabile, sia dal punto di vista tecnico, sia da quello economico che per l’immagine; ufficialmente dal club trapela fastidio per l’addio di Boyè, ma la società parla di scelta condivisa per motivi strettamente personali dell’attaccante che, a sua volta, appena sbarcato in Sudamerica conferma. Ma la storia legale per il Genoa non finisce: una volta saputo che Boyè si è accordato con il Racing Avellaneda, il presidente genoano va su tutte le furie, contatta i dirigenti argentini, li prende pure a male parole quando essi fanno spallucce, difendendosi dietro a vari “no comment” e “non compriendo”. Il Genoa minaccia un esposto alla FIFA che infligga una lunga squalifica a Boyè; il Racing, campione d’Argentina in carica, capisce che sarebbe meglio ammorbidire la propria posizione e si impegna a corrispondere al club italiano la stessa cifra che lo stesso aveva versato al Boca Juniors per acquistarlo ed impegnandosi ad organizzare un’amichevole fra Racing e Genoa da giocare in Italia e il cui incasso sarebbe interamente finito nelle mani dei rossoblu.

Il 16 febbraio 1950 il Racing Avellaneda gioca a Marassi l’amichevole contro il Genoa, ovviamente senza convocare Boyè, vince 1-0 e fa calare definitivamente il sipario sull’intricata vicenda. Qualcuno negli anni dirà che il vero motivo per cui l’argentino decise di andarsene dall’Italia fosse la mediocrità del Genoa e le promesse tecniche non mantenute dal presidente rossoblu, mentre le beghe familiari fossero la motivazione marginale dell’addio. Mario Emilio Boyè, chiusa la carriera da giocatore, è diventato allenatore, poi ha aperto a Buenos Aires una pasticceria ed una pizzeria; è morto in Argentina il 21 luglio 1992, 9 giorni prima di compiere 70 anni. A lui sarà per sempre legata una storia complicata e a tratti misteriosa, in cui per una volta calcio e soldi hanno fatto posto all’amore e alla famiglia. O almeno oggi è bello pensare che sia andata proprio così.

di Marco Milan

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