Amarcord: Francesco Dell’Anno, quando la tecnica non basta

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Nel calcio non si vive di sola tecnica, anche perchè se fosse così, gente come Dejan Savicevic o Alvaro Recoba avrebbero fatto incetta di Palloni d’Oro. Serve altro per fare il calciatore a grandi livelli, dall’umiltà al sacrificio, dalla personalità al senso di squadra che spesso a qualche talento manca. La storia di Francesco Dell’Anno parla anche di questo, ma sottolinea pure come a volte perdere il treno giusto al momento giusto possa risultare fatale per lo sviluppo di un’intera carriera.

Francesco Dell’Anno nasce il 4 giugno del 1967, è avellinese di Baiano ma romano d’adozione, sbarcando nella Capitale a soli 12 anni ed entrando immediatamente a far parte del settore giovanile della Lazio. Il club biancoceleste lo fa crescere e lo coccola come un figlio, anche perchè si capisce quasi subito che quel ragazzino biondino ha qualità fuori dal comune, un tocco di palla sopraffino, la stoffa per ritagliarsi una carriera ricca di soddisfazioni. Chi lo vede calciare resta strabiliato: Dell’Anno sembra uno che gioca in serie A da anni, ha una facilità di calcio ed una precisione da far invidia a molti professionisti, eppure non ha ancora compiuto 15 anni. Nell’estate del 1984 va in ritiro con la prima squadra, anche se il suo destino appare segnato, ovvero finire in prestito in autunno al Varese in serie B per giocare con continuità ed assaggiare il calcio dei grandi; alla Lazio, dopo un avvio di campionato disastroso con 1 punto in 3 partite e il clamoroso rovescio di Udine con sconfitta per 5-0, arriva in panchina Juan Carlos Lorenzo che dopo mezzo allenamento blocca tutti, si rivolge a Dell’Anno e gli dice: “Ti vogliono mandare in prestito? Non se ne parla, sei l’unico da cui si possa ricavare qualcosa in prospettiva qua in mezzo, ti tengo e ti faccio anche esordire”.

Il ragazzo non sa che pensare, è un po’ timido, ha rispetto degli altri, ma ha ovviamente anche una voglia matta di giocare, di capire se quel mondo possa davvero fare al caso suo. Lorenzo non gli dà tanto tempo nè per riflettere e nè per replicare: domenica 28 ottobre 1984 lo fa debuttare in serie A ad appena 17 anni in Lazio-Cremonese 2-1, gara che coincide anche con la prima vittoria in campionato dei biancocelesti. E’ bravo quel ragazzino nato in provincia di Avellino, è un trequartista puro, di quelli che oggi non si vedono quasi più: intelligente, capace di giocare in un fazzoletto di campo, di prevedere le mosse dei compagni e degli avversari, di servire assist perfetti che basterebbe poi solo spingere in porta tramutandoli in gol. Il campionato della Lazio è un calvario, perchè al timone della società c’è Giorgio Chinaglia, appassionato, volenteroso e pieno di idee, ma schiacciato da un ruolo, quello di presidente, che evidentemente non fa per lui: la squadra occupa le ultime posizioni per l’intera annata, vince appena due partite in tutto il campionato (entrambe nel girone d’andata) e retrocede mestamente in serie B, nonostante in rosa ci siano calciatori del calibro di Bruno Giordano e Michael Laudrup. Dell’Anno gioca 14 partite, all’ultima giornata nella gara dell’Olimpico contro la Juventus, mette a sedere Michel Platini con un paio di finte, strappando uno dei pochi applausi convinti del pubblico in quella tremenda stagione.

La Lazio lo conferma anche in serie B quando in panchina arriva Gigi Simoni: niente ritorno in serie A per la squadra romana, ma Dell’Anno si ritaglia uno spazio discreto, 25 presenze e i soliti tocchi sontuosi che dimostrano come quel diciottenne proveniente dalle giovanili possa rappresentare il futuro di una società allo sbando che rischierà addirittura la serie C l’anno successivo, quando però Dell’Anno è ormai lontano, gioca ad Arezzo, sempre in serie B, dove trova continuità, aiuta la squadra a salvarsi nella prima stagione, non evita la retrocessione nella seconda. Un altro anno in B a Taranto, poi la grande occasione: lo acquista l’Udinese che nella stagione 1990-91 ha allestito un organico per risalire immediatamente in serie A dopo la retrocessione dell’anno precedente; Dell’Anno diventa il faro della squadra friulana, organizza il gioco e dispensa assist al centravanti argentino Abel Balbo che, non a caso, sarà il capocannoniere del campionato cadetto (assieme a Baiano e Casagrande) con 22 reti. La promozione sfugge a causa di 5 punti di penalizzazione per illecito sportivo e che relegano i bianconeri all’ottavo posto della classifica; con quei 5 punti, l’Udinese sarebbe arrivata terza salendo in serie A.

Tutto rimandato solo di un anno: a giugno del 1992 a Udine festeggiano il ritorno in massima serie e Dell’Anno è ancora fra i protagonisti, anzi, per molti è l’elemento di maggior spicco della rosa friulana, l’uomo senza il quale difficilmente sarebbero arrivati i risultati. E’ il trascinatore della formazione bianconera, almeno tecnicamente, è il faro in campo, colui al quale affidare il pallone perchè qualcosa certamente inventerà. L’unico difetto che gli trovano è la latitanza in zona gol: appena 4 marcature in campionato e una in Coppa Italia, poche per uno con quel talento; lo dice anche l’allenatore Adriano Fedele: “Con le qualità che possiede, potrebbe arrivare tranquillamente in doppia cifra ogni anno”. Pazienza, anche perchè finora a buttarla dentro ci hanno pensato gli attaccanti Balbo, Nappi e Marronaro. In serie A, però, serve qualcosa di più e il campionato 1992-93 sarà più travagliato del previsto per l’Udinese che si ritroverà nei bassifondi della classifica per l’intero torneo, pur togliendosi qualche soddisfazione di prestigio come il 2-1 inflitto all’Inter alla prima giornata o il pareggio strappato a San Siro contro il Milan di Capello a dicembre. Dell’Anno trova la sua prima rete in serie A il 18 ottobre 1992 nel 2-0 dell’Udinese contro il Napoli; ne segnerà un altro a maggio nel 2-2 in casa della Fiorentina, ma è grazie a lui e al suo talento se i bianconeri restano aggrappati alla serie A.

Il campionato si chiude il 6 giugno ma per l’Udinese ci sarà la coda dello spareggio che i friulani disputeranno sul campo neutro di Bologna 6 giorni dopo contro il Brescia. L’Udinese non si salva in serie A da quasi 10 anni, l’ultima volta è retrocessa immediatamente, ci ha messo due stagioni per risalire ed ora non vorrebbe ritrovarsi nuovamente in serie B dopo una sola avventura fra i grandi. Lo spareggio col Brescia vale un’intera annata, il popolo bianconero si affida all’estro di Dell’Anno e alle doti di finalizzatore di Balbo, all’ultima gara con l’Udinese e già promesso alla Roma; Dell’Anno e Balbo saranno i grandi protagonisti della partita: l’argentino porta in vantaggio i suoi dopo pochi minuti, l’ex laziale si produce in giocate da applausi che rendono la compagine friulana molto più pericolosa di un Brescia che, dopo aver raggiunto il pareggio con Domini, subisce l’1-2 per mano di Alessandro Orlando che va in gol direttamente da calcio d’angolo. Manca poco alla fine, il caldo e la stanchezza di una stagione intera sulle spalle iniziano a farsi sentire, l’impressione è che l’Udinese sia sulle gambe e che non reggerebbe l’urto dei tempi supplementari qualora il Brescia riuscisse a pareggiare. Al minuto 88′, però, il terzino polacco Kozminski (una delle rivelazioni dell’Udinese) viene abbattuto in area dal bresciano De Paola: calcio di rigore che viene affidato a Dell’Anno che può così chiudere il conto. Il numero 10 dell’Udinese calcia di destro, la battuta è lenta alla sinistra del portiere Cusin che respinge, dando però allo stesso fantasista l’opportunità di ribattere in rete in tuffo di testa: 3-1 per l’Udinese, Dell’Anno esulta, fa un paio di capriole e viene sommerso dai compagni di squadra; i bianconeri sono salvi e molto è per merito di quel talento che appare ormai pronto per il salto di qualità.

L’Udinese rischia di stargli stretta e già da qualche mese sono insistenti le voci di una sua cessione a suon di miliardi di lire: si era parlato del Napoli che ha però in cassa pochissimi soldi, poi si fa avanti con decisione l’Inter del presidente Ernesto Pellegrini, prossimo alla cessione della società a Massimo Moratti e che vorrebbe chiudere la sua avventura con una campagna acquisti degna di un grande club per ottenere quello scudetto che manca dal 1989. Dell’Anno passa così all’Inter per 14 miliardi nell’estate del 1993: per lui può essere la svolta della carriera, qualcuno parla di possibile convocazione per i mondiali americani del 1994, qualora il fantasista si metta in evidenza a Milano. L’allenatore dell’Inter è Osvaldo Bagnoli, la concorrenza è alta, dall’Ajax è appena arrivato Dennis Bergkamp, considerato il miglior talento d’Europa, ma Dell’Anno è convinto che ci sarà spazio anche per lui, ha fiducia e speranze. 25 apparizioni totali, di cui 15 in campionato, l’esordio in Coppa Uefa che l’Inter vincerà nella doppia finale contro gli austriaci del Salisburgo. Una prima avventura agrodolce e la speranza che nell’annata seguente ci possano essere più possibilità per dimostrare un valore che a Milano hanno visto ad intermittenza.

L’Inter 1994-95 accoglie Ottavio Bianchi in panchina, poi rilevato dall’inglese Roy Hodgson, e si prepara al cambio di presidenza con Moratti che subentrerà a Pellegrini tra febbraio e marzo. Dell’Anno vuole riscattarsi come il resto della squadra, sa che quella stagione può essere determinante per lui, perchè è già nel mirino della critica, di chi lo sta per bollare come elemento di categoria, buono solo per la provincia e non per una grande piazza come Milano. Tutto si tramuterà in un calvario, invece: un problema alla schiena (mai capito del tutto) lo obbligherà ad una sosta forzata di diversi mesi e ne pregiudicherà l’intera annata, perchè Dell’Anno è costretto ad allenarsi poco e male anche nei momenti in cui il dolore si fa meno intenso; nessun medico riesce a capire cosa si nasconda dietro quel fastidio alle vertebre che gli impedisce pure di mettersi a sedere, costringendolo a mangiare mezzo sdraiato sul divano di casa. I giornali parlano di dissidi tattici con Bianchi, in realtà l’ex udinese è bloccato da una schiena che lo tormenta; 9 presenze stagionali, tutte in campionato, la magra soddisfazione del primo ed unico gol con la maglia nerazzurra, trovato il 12 marzo 1995 a Bari, decisivo per la vittoria della squadra meneghina per 1-0. Stavolta il bottino è magrissimo e per Dell’Anno, nonostante le attenuanti dovute al problema fisico, l’impressione è che la stagione successiva dovrà essere quella del rilancio: o si afferma o all’Inter per lui non ci sarà più spazio.

Dal campionato 1995-96 la serie A istituisce la numerazione di maglia fissa ed ogni calciatore può scegliere il suo numero che indosserà per tutta la stagione. Dell’Anno sceglie il 5, il numero che in Brasile portano i registi, vuole riscattarsi, anche arretrando il suo raggio d’azione a centrocampo, vuol essere utile alla causa interista, a chi l’ha voluto, pagato, ingaggiato e che ora si sta interrogando su di lui. Ma tutto gira storto, l’Inter gioca male e raccoglie pochissimo, per Dell’Anno gli spazi sono ridottissimi, appena 19 presenze, di cui 16 in campionato e 3 in Coppa Italia. La cessione è ormai inevitabile e il fantasista viene venduto a titolo definitivo alla Salernitana in serie B; l’annata dei campani è peraltro al di sotto delle aspettative, rischia perfino la retrocessione, si salva grazie ad un finale di campionato importante, con vittoria decisiva a 5 giornate dalla fine contro il Ravenna, partita risolta dall’unica rete stagionale di Francesco Dell’Anno che a Salerno non è riuscito a ritrovarsi. Il treno del grande calcio è ormai passato, gli anni all’anagrafe sono 30, i pensieri dell’ex interista nell’estate del 1997 sono molteplici, alla fine sceglie di rimettersi in gioco in una piccola piazza dove possa diventare il protagonista indiscusso. Lo ingaggia il Ravenna, proprio l’unica squadra a cui aveva fatto gol nel campionato appena concluso.

A Ravenna, Dell’Anno trova un ambiente sereno, una società ben organizzata ed ormai assestata in serie B, sicura del fatto suo, capace di salvarsi con regolarità e tranquillità e facendo pure un pensierino alle zone nobili della classifica. Nella prima stagione in Romagna, il fantasista avellinese trova un compagno ideale con cui si capisce al volo, Enrico Buonocore, altro talento cristallino che dalla carriera ha ottenuto meno di quanto le sue qualità offrissero. I due si scambiano il pallone in campo come se danzassero, il Ravenna gioca bene e Dell’Anno d’incanto torna quello di Udine, anche se più maturo e meno dinamico nei movimenti. Nel campionato 1998-99, il migliore forse della carriera dell’ex giocatore di Lazio ed Inter, trova addirittura una vena realizzativa inedita per la sua vita sportiva: 11 reti, grazie anche a quei calci piazzati dei quali Dell’Anno diventa protagonista indiscusso. L’oasi ravennate dura fino al 2001 quando la società giallorossa inizia ad avere gravi problemi finanziari che la porteranno al collasso e al fallimento in estate; Dell’Anno finisce così la sua carriera con una stagione senza acuti a Terni, culminata con la retrocessione della Ternana in serie C1.

A 35 anni Dell’Anno dice basta, si rende conto di non poter dare altro al calcio. Va via in punta di piedi, nello stesso modo in cui si era sempre mosso e senza far più ritorno nel mondo del pallone in nesun’altra veste. Ha aperto un Bed&Breakfast con la moglie e si è ritirato a vita privata, dimenticando il calcio che non lo ha peraltro più chiamato in causa, dopo oltre 430 presenze quasi 50 gol fra i professionisti. Qualche rammarico, quell’avventura all’Inter non capitalizzata per colpe non tutte sue ed una certezza: fosse stato per il talento, di Francesco Dell’Anno oggi avremmo parlato assai diversamente.

di Marco Milan

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