Amarcord: Renato Portaluppi, troppo bello per il calcio

Andateglielo a spiegare ai tifosi della Roma e più in generale a quelli italiani che Renato Portaluppi, il bidone per eccellenza degli anni ottanta, l’uomo dalle mille donne e dagli zero gol realizzati, sia oggi uno stimato, apprezzato e pure vincente allenatore nel natio Brasile. Andateglielo a spiegare voi, perchè noi vogliamo ricordare il Renato bello, vanitoso, rubacuori (e non solo) della sua breve ma leggendaria parentesi romana.


“L’oscar del calciomercato se lo aggiudica la Roma”: è unanime il coro della stampa quando nell’estate del 1988 i giallorossi strappano per 3 milioni di lire il talentuosissimo attaccante esterno brasiliano Renato Portaluppi. Classe 1962, 1 metro e 85 per 83 kg di muscoli, uno dei più apprezzati talenti del Sudamerica, coccolato e vezzeggiato dalla nazionale verdeoro, reduce dal successo in Coppa Libertadores e da quello nell’Intercontinentale contro l’Amburgo, decisa proprio da una doppieta di Renato con la maglia del Gremio, e da una stagione brillantissima al Flamengo. Il presidente romanista Dino Viola anticipa la concorrenza, porta in Italia un brasiliano che se mantenesse anche solo la metà di quanto si dice su di lui, potrebbe davvero riportare la Roma ai vertici del campionato italiano dopo qualche anno di ridimensionamento. Il Guerin Sportivo gioca con le parole e titola “Re Nato”, pubblicando una foto del calciatore in posa con la maglia giallorossa; l’arrivo in prestito di Daniele Massaro dal Milan (che avverrà ad ottobre), la crescita del regista fatto in casa Giuseppe Giannini e l’apporto in zona gol del centravanti tedesco Voller, poi, dovrebbero garantire alla Roma di Nils Liedholm di assestarsi facilmente nella zona alta della classifica, assieme al Milan campione d’Italia, al Napoli di Maradona, all’Inter, alla Sampdoria e alla Juventus.

Nessuno immagina, però, che Renato Portaluppi di talento non ne ha solo in campo. Anche se qualche sospetto al suo sbarco in Italia dovrebbe venire: il brasiliano si presenta a Trigoria niente meno che in elicottero fra lo stupore dei giornalisti presenti e degli stessi compagni di squadra. Qualcuno pensa: “Se arriva in elicottero come una star del cinema e la società glielo consente, allora vuol dire che è un fuoriclasse assoluto”. Capelli lunghi, occhiali da sole, camicia sbottonata fino al petto, Renato piomba a Roma come una manna dal cielo per i cronisti che possono riempire pagine e pagine su un personaggio che, lo si capisce subito, è del tutto fuori dagli schemi. Inoltre, il brasiliano comincia pure a spararle grosse, il che non fa che aumentare meraviglia ed attesa per quella che a tutti gli effetti può essere l’attrazione calcistica dell’anno: “Qualcuno ti paragona a Ruud Gullit”, gli chiede un giornalista al suo arrivo a Trigoria. “Io sono più forte – risponde spavaldo Renato alzandosi gli occhiali da sole sulla testa – anzi, io sono più forte pure di Maradona”. E poi ancora: “Ben presto i terzini italiani si accorgeranno di me – continua il brasiliano – ma soprattutto se ne accorgeranno le loro mogli”.

Sprezzante, un po’ arrogante, sicuro del fatto suo, Renato piace ai tifosi romanisti, convinti di aver trovato un nuovo idolo, incuriositi da quel ragazzo che non fa mistero di amare sè stesso, il calcio e pure la bella vita. Le appassionate giallorosse sono affascinate, lo guardano
e lui non fa nulla per evitare il contatto con loro, anzi, ben presto inizia a spargersi la voce che sotto casa del neo acquisto ci sia una sorta di pellegrinaggio femminile. Di doti, insomma, Renato Portaluppi dimostra di averne pure fuori dal campo, anche se al pubblico (e all’allenatore) interessano più doppiette e triplette all’Olimpico che sotto le lenzuola di casa. Il personaggio è particolare, Liedholm se ne accorge immediatamente: troppo vanitoso, attento al look e alla moda ogni oltre limite, poi indolente e restio all’allenamento duro quando si tratta di lavorare; col pallone fra i piedi, però, lascia tutti a bocca aperta, motivo per cui anche il tecnico svedese si morde la lingua di fronte a qualche comportamento esuberante del brasiliano. L’avvio è sobrio, almeno in campo, perchè Renato fatica a capire le difficoltà tattiche del calcio italiano, oltre a mostrarsi sciatto e svagato in allenamento, creando pure invidie all’interno dello spogliatoio, perchè a lui è consentito arrivare tardi a Trigoria senza rimproveri, solo perchè tecnicamente è un fenomeno.

Eppure nelle prime uscite ufficiali Renato fa regolarmente il suo dovere: ad agosto va in rete in Coppa Italia contro Prato, Empoli e Piacenza, avversari di serie B e C, certo, ma l’importante non è sempre vincere e buttarla dentro? I tifosi aspettano così l’esordio in campionato da titolare che il brasiliano vive alla terza giornata quando all’Olimpico il 23 ottobre 1988 arriva il Lecce. Forse qui si capisce tutto del talento carioca: Renato ci tiene a far bella figura, ma non col pallone fra i piedi, bensì ad apparire bello ed elegante davanti a telecamere e fotografi; la mattina della gara, infatti, passa oltre un’ora dal parrucchiere per una seduta extra che gli abbellisca ancor di più la folta chioma. Diventa così leggendaria la fotografia catturata dal quotidiano Il Tempo, in cui il calciatore della Roma è seduto sulla poltrona del parrucchiere con l’asciugamano legato in testa. La criniera è a posto, ma i tifosi romanisti il leone sperano di ammirarlo in campo. Non succederà, tutt’altro, la gara di Renato contro il Lecce sarà impalpabile, i difensori salentini lo anticipano costantemente, lui allarga le braccia, assume pose quasi teatrali quando perde palla senza andare a rincorrere l’avversario, spesso corre a vuoto o vaga per il prato dell’Olimpico come uno zombie. Ci vuole un gol del casereccio Ruggiero Rizzitelli per sbloccare una partita poi rimessa in piedi dal Lecce col pareggio di Pasculli.

Proprio Rizzitelli si lascia scappare un preoccupante: “Se mi chiamassi Rizzitellao forse tutti si accorgerebbero di me”. Ha ragione: lui è l’antidivo, non bello, non dotatissimo tecnicamente, Rizzitelli è un gran lavoratore, uno che si farebbe mandare pure all’ospedale per la maglia che indossa, uno che i capelli manco se li guarda, una botta con l’asciugacapelli e va bene così. Qualcuno dice che i compagni di squadra invidino Renato perchè ogni sera si porta a casa una donna diversa (e una quando decide di mantenersi tranquillo), qualcun altro sostiene che l’invidia derivi dal fatto che tutti si sono accorti che quel calciatore lavora e poco e male, senza però che gli venga mai fatto notare, anzi, tutto passa in cavalleria come se si fosse di fronte a un bambino viziato. E lo è, in effetti, Renato, che continua a giocare senza capirci granchè: in campo sbraccia e si agita come un vigile nel traffico, ma a conti fatti non combina nulla di buono. Anni dopo aprirà una violenta polemica a distanza con Giuseppe Giannini: “Il mio fallimento alla Roma fu colpa di Giannini che era geloso di me e non mi passava mai la palla”, dirà Renato dal Brasile. La risposta di Giannini sarà dura, durissima: “Renato deve prendersela solo con sè stesso, non era certo colpa mia se si presentava ubriaco agli allenamenti una volta sì e l’altra pure”.

Voci su rapporti non proprio idialliaci fra il brasiliano e i compagni di squadra, a dire la verità, fuoriescono da Trigoria già nell’inverno di quella stagione 1988-89, dopo però che Renato avrà sfoderato l’unica, eccellente prestazione della sua travgliata parentesi italiana: il 12 ottobre 1988 la Roma disputa a Norimberga la gara di ritorno dei trentaduesimi di finale della Coppa Uefa, dovendo rimontare l’1-2 patito all’andata allo stadio Olimpico. I giallorossi partono subito forte e ancor di più lo fa Renato che propizia il vantaggio siglato da Rudi Voller e incanta il pubblico con giocate sontuose, dribbling che fanno ammattire la difesa tedesca, tocchi di palla da fuoriclasse assoluto. La partita finisce ai tempi supplementari e anche lì Renato, ispirato come non mai, non si risparmia andando a segnare di testa la rete dell’1-3 che varrà la rimonta e, soprattutto, la qualificazione per la sua Roma. Peccato che, subito dopo il gol, commetta un inutile, ingenuo e cattivo fallo su un avversario che gli costa l’espulsione e che macchia parzialmene una gara quasi perfetta. Renato esce dal campo con il suo stile: mima la presunta simulazione del calciatore del Norimberga, litiga con l’arbitro, poi passando vicino ad una telecamera fa capire che l’italiano lo ha imparato assai bene, almeno per quanto concerne il turpiloquio. Il bello e il brutto di Renato, tutto in una volta.

Sarà l’unico acuto di una stagione disgraziata, per lui e per la Roma. Di prodezze in campo non se ne vedranno più, Renato perderà progressivamente e definitivamente il posto da titolare, fino a non vedere più il campo, chiudendo il campionato con 23 presenze e nessuna rete e finendo anche col non far più notizia neanche fra le pagine della cronaca rosa, perchè delle sue notti brave e della sua audacia sessuale presto non interesserà più molto. A riaccendere le luci su di lui sarà una rissa negli spogliatoi di Bergamo dopo un pareggio contro l’Atalanta causato dallo stesso Renato, reo di aver perso sanguinosamente una palla dalla quale poi scaturirà la rete bergamasca; compagni ed allenatore furiosi col brasiliano sotto la doccia, un pugno volato contro di lui e sferrato, si dice, da Massaro, anche se il diretto interessato smentirà decenni dopo: “Diedero la colpa a me perchè a giugno sarei tornato al Milan, ma non fu io a colpirlo”. Renato tornerà in Brasile con tutt’altri fasti rispetto al pomposo arrivo in elicottero, lasciando l’Italia con pochi gol (4 fra Coppa Uefa e Coppa Italia, zero in campionato) e tante donne, utili al suo ego di super macho, meno alla sua carriera da calciatore, proseguita comunque con discreto successo in patria.

Renato Portaluppi è diventato poi un ottimo allenatore, dimostrando di aver migliorato il carattere e di essersi trasformato in un uomo maturo. Capelli più corti, diligenza tattica negli allenamenti, non sembrerebbe quasi più lui se non avesse quella camicia aperta sul petto, segno inconfondibile e distintivo del suo look da playboy. Ha vinto la Coppa Libertadores alla guida del Gremio, la stessa squadra con cui l’aveva conquistata da giocatore, unico in Brasile ad esserci riuscito. Bidone da calciatore, insomma, molto meno da tecnico, anche se a Roma negli anni ormai lo ricordano con simpatia e quello striscione apparso nella primavera del 1989 in Curva Sud “A Renato, ridacce Cochi” fa parte del mito e della leggenda, come quella del suo gol quando ormai giocava nelle Fluminense e che decise il campionato carioca contro il suo ex Flamengo, realizzato col basso ventre: gli “allenamenti” romani almeno sono serviti a qualcosa.

di Marco Milan

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