Amarcord: Cristiano Gimelli, dalla Lazio al call center

C’è un sogno in tutti i bambini che da piccoli cominciano a giocare a pallone: arrivare in serie A. Tutti ci pensano, nessuno escluso, da quelli che giocano per diletto in mezzo alla strada a quelli che si fanno iscrivere dai genitori alle scuole calcio. Chi ci riesce è una minima parte, solo coloro che già dall’adolescenza fanno vita da atleti professionisti, dall’alimentazione ai vizi, mentre per tutti gli altri il sogno si esaurisce in fretta. E poi c’è chi, come Cristiano Gimelli, arrivano a toccare la vetta ma riescono a mantenerla per poco.

Cristiano Gimelli nasce a Roma il 15 febbraio 1982 e come tanti suoi coetanei ha il calcio nel cuore e la passione sportiva nel sangue. Lui è uno di quelli che gioca a pallone “sul serio”, che si prepara la borsa da solo anche da bambino, che si pulisce con cura e metodo gli scarpini, che vuole arrampicarsi il più in cima possibile. Alto e forte fisicamente, Gimelli gioca come difensore, qualità non eccelsa ma neanche il classico stopperaccio tutta ruvidità e falli, bravo di testa, buona personalità. Sfondare nel calcio, però, è difficile, nonostante una città come Roma offra tante possibilità ed abbia osservatori di Lazio e Roma dislocati nella maggior parte delle scuole calcio e delle squadrette di periferia dell’intera provincia; eppure Gimelli il suo spazio se lo ritaglia, riesce ad uscire dall’ambito cittadino e si fa notare da piccoli club dilettantistici arrivando un gradino sotto il professionismo con le maglie di Albalonga e Guidonia militando in serie D.

Nella stagione 2003-2004 arriva la svolta: Gimelli ha quasi 22 anni ed è stabilmente un calciatore con un buon mercato in serie D, conosciuto a livello regionale. Lo ingaggia l’Ostia Mare, formazione ambiziosa e con un passato (seppur breve) anche in serie C a fine anni ottanta; la stagione è a dir poco positiva, il difensore romano è uno dei migliori della categoria, colleziona 33 presenze e 2 reti, si mette in luce nonostante la squadra del litorale vada ben al di sotto delle aspettative evitando i playout per appena due punti. Su Gimelli si scatena l’interesse di numerosi club, molti anche di serie C, attirati da quel difensore alto, forte e di qualità, lui si sfrega le mani, contento che quel salto che aveva sempre sognato si stia per avverare; non sa, però, che si tratta di un salto mortale, uno di quelli per cui se non ti ancori bene a terra quando tocchi il suolo rischi di farti male. 22 anni sono un’età giovane, ma si è anche vicini a diventare adulti, una fase di passaggio che non sempre viene gestita al meglio e Cristiano Gimelli vive questa fase con l’occasione calcistica che mai si sarebbe aspettato.

Nel luglio del 2004 la Lazio si trova a gestire il momento più complicato degli ultimi anni: dopo i fasti e le vittorie della gestione Cragnotti, la società è stata affidata ad una gestione temporanea dopo il crack della Cirio, in attesa di un nuovo acquirente che sembra però non esserci perchè nessun imprenditore vuole accollarsi i debiti della vecchia proprietà. Tanto interesse ma nessuna trattativa reale, fino all’arrivo di Claudio Lotito che dopo un breve testa a testa con l’altro imprenditore Piero Tulli, diventa presidente della Lazio il 19 luglio 2004. Lotito entra in società come un terremoto, parla velocemente, è perennemente al cellulare, chiude una chiamata, infila il telefonino in una tasca e ne estrae immediatamente un secondo da un’altra e ricomincia a chiacchierare a velocità supersonica e con forte accento romano. Già dalle prime inteviste con i giornalisti, poi, Lotito appare un personaggio sui generis: parla di calcio da moralizzare, alterna battute in romanesco a citazioni in Latino, ma soprattutto, a chi gli chiede come verrà organizzata la campagna acquisti di una Lazio in forte ritardo sul calciomercato e con appena 15 tesserati, risponde: “Mo vediamo, state tranquilli che ci organizziamo”.

L’organizzazione c’è, ma appare quasi improvvisata, del resto Lotito si trova a gestire una situazione non semplice: con una Lazio indebitata fino al collo, il nuovo presidente deve giocare due partite parallele, una per rinforzare l’organico a disposizione del nuovo allenatore Domenico Caso e l’altra con l’Agenzia Delle Entrate per provare quantomeno a diluire in più anni il debito con l’erario. Riuscirà a fare entrambe le cose: la Lazio avrà diversi rinforzi, 9 addirittura in una sola giornata, anche se non tutti di qualità, mentre il debito verrà spalmato in oltre vent’anni. Fra i nuovi acquisti della Lazio ci sono diversi illustri sconosciuti: il venezuelano Mea Vitali, lo spagnolo Oscar Lopez, gli argentini Talamonti, Gonzalez e Lequi, oltre a calciatori di maggior esperienza come i gemelli Antonio ed Emanuele Filippini (ex Brescia e Parma in serie A, mediani ruvidi ma di carattere) o come il romano e tifoso laziale Paolo Di Canio che a 36 anni riabbraccia i colori biancocelesti e farà da chioccia ad un organico giovane ed inesperto.

Cristiano Gimelli viene contattato dalla dirigenza laziale proprio in questo periodo, inizialmente crede ad uno scherzo; certo, anche lui legge sui giornali del rimpasto che la Lazio sta operando sul calciomercato, anche lui si chiede chi diavolo siano tutti questi giocatori ignoti acquistati dal nuovo presidente, ma mai può pensare che fra di essi ci sarà anche lui. Pensa che qualche amico gli stia facendo una burla, poi viene convinto, quasi ride, non sa se essere contento o spaventato perchè dalla serie D sta per essere catapultato in serie A e nella Lazio. Gimelli va in sede e firma un contratto di 5 anni con il club capitolino: il sogno si è realizzato; va in ritiro, si allena, corre più degli altri perchè lui non ha esperienza, è abituato ad un calcio diverso, ruspante, a campi a volte senza erba e di dimensioni ridotte, già Formello gli sembra un’altra galassia e gli spogliatoi del centro di allenamento gli appaiono come quelli del Santiago Bernabeu di Madrid se confrontati a quelli visti finora fra i dilettanti. La borsa non se la fa più lui, trova tutto pronto al suo posto, accappatoio e ciabatte per la doccia compresi; la società gli fornisce addirittura gli slip, piegati con cura accanto alla tenuta di allenamento o di gioco. Gimelli si allena, guarda, studia ed impara da chi professionista lo è già da un pezzo, poi spera di esordire, spera che anche per lui un giorno arrivi il momento di scendere in campo allo stadio Olimpico.

La prima parte di stagione è un calvario per la Lazio: l’organico è stato allestito troppo in fretta e troppo in ritardo, Caso è alla prima esperienza in serie A e non riesce a gestire il gruppo e le difficoltà col polso che una situazione simile richiederebbe. La classifica è brutta, i biancocelesti sono in piena zona retrocessione, per Gimelli non c’è nè tempo per il debutto in prima squadra e probabilmente nè posto in uno spogliatoio in subbuglio e che ha disperato bisogno di rinforzi. A gennaio Caso viene esonerato, in panchina arriva l’esperto Giuseppe Papadopulo, reduce da due annate storiche a Siena con promozione dalla B e salvezza al primo anno; il tecnico toscano è chiaro con Lotito: gli servono calciatori di esperienza che tirino fuori la Lazio dai bassifondi della classifica, mentre chi non ha ancora esordito può andare in prestito, anche perchè la rosa va accorciata, Papadopulo vuole lavorare con una ventina di calciatori per creare un gruppo unito e coeso. Pochi ma buoni, insomma, e anche per Gimelli lo spazio non c’è più, non è quello il momento di apprendere, così il difensore romano viene ceduto in prestito al Casale in C2 fino a giugno. La Lazio si salva e in estate il calciatore torna a Roma dove nel frattempo c’è un altro allenatore, Delio Rossi, che crea il suo spogliatoio coi suoi giocatori e dice chiaro a Gimelli che per lui si prospetta un altro prestito in giro per l’Italia. Si fa avanti la Viterbese e la Lazio accetta il prestito.

Gimelli va a Viterbo, gioca 17 partite e se la cava anche discretamente, a giugno del 2006 torna alla Lazio ma ancora una volta per lui non c’è posto, nonostante in ritiro Rossi gli dica che stavolta può restare per imparare e che forse qualche ritaglio di partita potrà giocarlo. Fino a gennaio però non accade nulla, zero presenze, posto fisso solo in tribuna, così in inverno ecco una nuova cessione a titolo temporaneo, sempre in C2, stavolta al Lanciano. 3 presenze ed un nuovo ritorno alla Lazio, qualche pasto in ritiro con la prima squadra, un paio di sgambate e poi ancora in prestito, questa volta in serie D, al Rieti; Gimelli ci scherza su: “Mi manca solo Latina e poi mi hanno girato in tutte le province del Lazio”. Ha ragione, così come ha ormai capito che la Lazio aspetti solo la scadenza del contratto per lasciarlo libero; avviene anche questo e dopo due anni a Rieti nel 2009 arriva la cessione a titolo definitivo al Flaminia Civitacastellana. Per Gimelli le porte del grande calcio si sono chiuse, ma soprattutto gli anni alla Lazio senza mai giocare gli hanno precluso anche la possibilità di sviluppare una buona carriera in serie C o magari in B, perchè nel frattempo il calcio è andato avanti e nessuno va alla ricerca di calciatori che in 5 anni hanno accumulato una cinquantina di presenze in giro per l’Italia.

Cristiano Gimelli ha ormai quasi 30 anni quando capisce che la sua vita calcistica non può più andare oltre il dilettantismo, si rende conto che economicamente il mestiere di calciatore non lo può sostenere ed inizia a dividersi fra campo e lavoro. Allenamenti la sera, lavori saltuari durante il giorno. A settembre del 2011 viene assunto tramite agenzia interinale in un call center di una zona industriale a pochi passi da Guidonia: un mese di contratto part-time per fornire assistenza di tipo tecnico sui software dell’Agenzia delle Entrate. A volte il turno termina alle 14, altre volte alle 18, Gimelli ha già la borsa da calcio in macchina, esce dall’ufficio e si fionda in mezzo al traffico per raggiungere entro le 20 il centro di allenamento, un panino smozzicato alla guida, la stanchezza quando intorno a mezzanotte riesce a mettersi a letto. A qualcuno lo dice al call center, “io ho giocato nella Lazio”, forse qualcun altro lo riconosce, qualche tifoso laziale a cui non sfuggono le facce neanche dei gregari che non giocano mai. Fatto sta che in pochi anni, Gimelli è passato dal cambiarsi nello stesso spogliatoio con Paolo Di Canio e Fabio Liverani, ai battibecchi telefonici con gli utenti di un call center qualsiasi alle porte di Roma.

La vita e la carriera di Cristiano Gimelli proseguono nell’ombra, il difensore trova spazio giocando ad Aprilia, a Civitavecchia, a San Cesareo, a Tarquinia, a Montefiascone, a Roma nel quartiere Monteverde e diventando anche protagonista di calcio a 7  e calcio a 8 nelle fila dell’Associazione Alitalia con cui partecipa al torneo Etihad WAFC riscuotendo anche discreto successo, diventando poi uno dei pilastri della Lega Calcio a 8, militando nella Lazio e vincendo anche lo scudetto. Il destino, insomma, anche se in minima parte, qualcosa gli ha restituito e la maglia della Lazio qualche soddisfazione gliel’ha anche regalata. Non è facile scalare le vette del calcio, ancor più complicato è rimanerci; Cristiano Gimelli non ci è riuscito, vivendo però gratificazioni che in molti non fanno neanche in tempo a sognare. La serie A l’ha vissuta, da comprimario e senza mai esordire, potendo però comunque dire un giorno: “Io c’ero”.

di Marco Milan

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