Amarcord: Jorge Carrascosa, il capitano che disse no alla dittatura

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Il 25 giugno 1978 fra l’entusiasmo generale, frenetico ed inedito per l’Argentina e per Buenos Aires, Daniel Passarella alza al cielo la coppa del mondo, la prima per la nazionale sudamericana, un tripudio di bandiere biancocelesti che festeggiano la vittoria dei mondiali in casa dopo il 3-1 nella finale con l’Olanda. Festa ai limiti dell’incredibile, gioia in ogni borgo argentino, nessuno che si chieda cosa stia facendo in quel momento Jorge Carrascosa, colui che doveva essere il grande protagonista di quella serata, colui che preferì la dignità e l’umanità alla gloria patinata dell’Argentina mondiale.

E’ necessario fare un doppio passo indietro per capire la situazione dell’epoca in Argentina. Dal 1976 il presidente è Jorge Rafael Videla, ma presidente non è esattamente l’appellativo più appropriato: la dittatura del generale Videla è un’arcigna e devastante caccia ad ogni ribelle dello stato, con la violazione di qualunque diritto umano e sociale, una guerra sfiorata con il confinante Cile e il triste riconoscimento di fascisti dell’era moderna. I metodi repressivi, le torture e le condanne a morte segrete e mai confessate, scoperte solo dopo la caduta del regime ed il ritorno alla democrazia, vengono definite Processo di Riorganizzazione Nazionale, ovvero il tentativo del governo di eliminare e zittire ogni osteggiatore dello Stato, spesso anche solo se sospetto. Uno sterminio che costa la vita ad oltre 30 mila presunti dissidenti, molti dei quali scompaiono misteriosamente, uccisi e finiti in fosse comuni o gettati vivi in mare da aerei militari alzati in volo proprio a questo scopo. L’Argentina è un paese in cui vige una dittatura spietata, un terrore che impedisce al popolo qualunque lamento o opposizione, ma che all’esterno deve essere vista come un’oasi felice in cui tutto funziona, in cui la cittadinanza ha lavoro e cibo a sufficienza e il cui governo è un modello per chi guarda dal di fuori, un po’ come la Germania nazista, l’Unione Sovietica, la Spagna di Franco o il Cile di Pinochet.

In questo clima sanguinario, Videla ottiene dopo una ferrea lotta che l’Argentina ospiti i mondiali di calcio nel 1978, altra occasione per ribadire che la nazione da lui diretta ed amministrata è un concentrato di onestà, ordine e pulizia. Argentina ’78 è il campionato del mondo alla vigilia del quale ci sono più polemiche: diverse nazionali, infatti, non vorrebbero partecipare perchè, vuoi o non vuoi, la dittatura argentina non è un segreto nel resto del pianeta, i metodi, seppur non confermati dall’interno, sono sospetti e visti assai male, soprattutto dall’Europa. La stessa Olanda di Cruijff, che pure arriverà in finale, ha forti dubbi, perchè il regime dei Colonnelli andrebbe isolato e non merita l’organizzazione dei mondiali, tanto che il grande campione di Ajax e Barcellona non si presenta, forse, come disse lui stesso anni dopo, perchè stufo della nazionale, forse per solidarietà col popolo argentino e in contestazione a Videla. A Buenos Aires, invece, sono tutti eccitati, soprattutto i calciatori della nazionale, dal centravanti Mario Kempes (che sarà il capocannoniere del torneo), al carismatico difensore Daniel Passarella, fino ai talentuosi Ardiles (che gioca col numero 1 pur essendo un calciatore di movimento) e Fillol che di mestiere fa il portiere. Tutti eccitati tranne uno, tranne il capitano, tranne colui che antepone l’umanità e la dignità al Dio Pallone, alla gloria e finendo pure col temere per la propria stessa vita: Jorge Carrascosa.

Carrascosa è un terzino, un buon calciatore ma nulla più, è ruvido, un difensore dai metodi spicci e dai piedi  poco raffinati, ma dotato di un notevole carisma. Classe 1948, Jorge Carrascosa alla vigilia dei mondiali del 1978 non ha ancora 30 anni, ha vinto due scudetti (uno col Rosario Central ed un altro con l’Huracan) ed ha collezionato 30 presenze (con una rete) con la maglia della nazionale argentina della quale è capitano, proprio grazie alla sua personalità. Look tipico per gli anni settanta: basettoni, capelli lunghi nonostante un’evidente stempiatura, baffi folti, Carrascosa è un tipo taciturno, parla poco e quando serve, ma soprattutto parla coi fatti, in campo, da dove non esce mai senza lividi e senza maglia sudata, di lui si può dire che non sia un fuoriclasse ma non certo che manchi di impegno e sacrificio; lo chiamano El Lobo, il lupo, forse perchè è spesso taciturno, ma più che altro nello spogliatoio dell’Argentino lo definiscono El Gran Capitan, perchè tutti nel gruppo lo ascoltano e lo seguono, gli obbediscono perchè lui è un leader, un capo silenzioso che non ha bisogno di gridare o sfasciare armadietti per ottenere rispetto; Carrascosa ha ai piedi il suo popolo grazie ad un carattere schivo ma onesto, Videla ha ai piedi il suo popolo grazie al terrore.

E’ una differenza fondamentale fra i due capi dell’Argentina, quello del popolo e quello del calcio. Jorge Carrascosa, lo abbiamo detto, è uno che parla poco, ma spesso anche il silenzio può essere assordante. Lui è il capitano di una nazionale entusiasta dei mondiali che verranno, perchè fra il 1977 e il 1978 in Argentina nessuno parla d’altro, persino la vessata popolazione prova a dimenticare la situazione di soprusi che vive, cercando riscatto nel calcio, provando a salire sul carro della nazionale guidata da Luis Menotti e diventare anche se per pochi giorni i padroni del mondo. Ma Carrascosa quel clima di festa e di attesa lo vive diversamente: lui non si copre gli occhi con la sciarpa biancoceleste, lui vede, capisce e non approva; ha il voltastomaco di fronte alle angherie che il paese in cui è nato e in cui vive deve subire a causa di un’atroce dittatura, una delle più sanguinarie che la storia ricordi. E così dice no, ma dice no sul serio. Alla vigilia dei mondiali raduna il gruppo di Menotti, si sfila la fascia di capitano e la getta a terra: “Questa storia non fa per me”, dice l’ormai ex capitano che lascia definitivamente la nazionale. Non vuole essere il simbolo di un’Argentina maledetta, non vuole indossare una maglia pulita solo all’apparenza ma lorda di sangue al suo interno; il sangue di chi non c’è più, il sangue delle famiglie che continuano a chiedersi perchè, che continuano a sperare in un ritorno impossibile dei propri cari, definiti poi desaparecidos (dispersi), storditi, caricati su aerei dello Stato e gettati in mare vivi. Jorge Carrascosa è forse il desaparecido dei mondiali del 1978, perde l’occasione di diventare campione del mondo, di alzare da capitano al cielo la Coppa del Mondo a casa sua, ma preferisce tirarsi fuori da quella che, alla fine, non è più casa sua, non quella da lui conosciuta ed amata.

Daniel Passarella eredita la fascia di Carrascosa ed è lui ad alzare la Coppa Rimet il 25 giugno 1978 davanti ad una Buenos Aires impazzita e in uno stadio completamente invaso da pezzi di carta bianca che rendono ancora più spettacolare il trionfo argentino, peraltro contestabile anche calcisticamente dopo la celebre marmellata peruviana, ovvero la goleada inflitta al Perù nel girone semifinale che permette alla nazionale di Menotti di estromettere il Brasile dalla finale ma che è densa di retroscena, dai quintali di grano offerti da Videla al governo peruviano, al portiere Ramon Quiroga, argentino e che improvvisamente ottiene il passaporto peruviano, viene sbattuto in porta contro i suoi connazionali e becca 6 gol da oggi le comiche, da Mai Dire Gol, aiutando l’Argentina ad avere la miglior differenza reti rispetto al Brasile ed arrivare in finale contro l’Olanda. Anni dopo, Quiroga confesserà la combine, troppo tardi per rimettere in discussione un mondiale sporco, definito giustamente il Mondiale della vergogna che culmina con la stretta di mano sul palco fra Passarella e Videla prima della celebrazione della squadra e di quella coppa sollevata in un clima di festa di una nazione devastata dal crimine di uno Stato criminale, peraltro dopo una finale con l’Olanda macchiata anch’essa da orrori arbitrali, perpetrati dal fischietto italiano Gonella. L’Argentina è campione del mondo e tutto o quasi passa in cavalleria, anzi, la leggenda dice che durante i processi alla dittatura, molti gendarmi del regime hanno assicurato che il giorno della finale fra Argentina ed Olanda non fu torturato nessun prigioniero. Che umanità!

Jorge Carrascosa si è ritirato dal calcio un anno dopo, nel 1979, stanco non fisicamente ma mentalmente, emarginato da un calcio forse anche impaurito di fronte a quel ribelle. Daniel Passarella ha in seguito dichiarato che se avesse saputo cosa accadeva in Argentina non avrebbe mai accettato di essere il capitano di quella squadra; Passarella lo ha detto dopo, Carrascosa lo ha fatto prima e per davvero. Ride sotto i baffi, bianchi ma ancora presenti, oggi Jorge Carrascosa: “Ha detto proprio così Passarella?”, finge di stupirsi l’ex lupo, chiuso nella sua casa di campagna ad Adroguè, a sud di Buenos Aires. “Non mi divertivo più, per questo mi sono ritirato. Ai mondiali rinunciai perchè era giusto così, non può il calcio passare sopra a tutto, alla morte e a una dittatura atroce come era quella di Videla. Io volevo andare a dormire tranquillo e non ho alcun rimpianto”. Qualcuno nel 1978 disse che Carrascosa aveva avuto la fascia di capitano solo perchè amico del tecnico Menotti, peraltro uno sospettato di essere addirittura comunista, in realtà il terzino era il vero leader di quella squadra, forse non il più dotato tecnicamente, certamente l’unico uomo vero.

di Marco Milan

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