Mafia Caporale, tra sfruttamento e dignità

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Giovedì 26 ottobre Leonardo Palmisano incontrerà i giovani e la comunità di Palese (Bari) per parlare di lavoro, caporalato e libertà.

Abbiamo scelto di invitare Leonardo Palmisano a presentare il suo ultimo lavoro “Mafia Caporale” (Fandango Editore, 2017), nel salone parrocchiale di piazza Magrini a Palese (Bari), perché ci piace chiamare le cose con il proprio nome.

Mafia Caporale è una persona, anzi più persone, cambia volto al mutare del caporale di turno. Mafia Caporale si tinge dei colori delle diverse regioni e attraversa, da Nord a Sud, il nostro Paese. Donne, uomini, adolescenti e bambini, tutti, senza pietà, sono vittime di questa macchina che si chiama sfruttamento.

Ecco che Mafia Caporale ha gli occhi azzurri di Mariangela, le mani piccole di Gert, il corpo esile di Marinù. Dettagli che fanno del libro-inchiesta di Palmisano lo specchio di buona parte della nostra realtà. Un assurdo giogo dello sfruttamento, dove il famigerato, anelato, “contratto” – un tempo isola di approdo sicuro– non è più sinonimo di niente. Tanto ad aggirare il fisco ci vuole un attimo.

Dove fedeltà fa sempre più rima con omertà e rispettabilità. Dove gli investimenti criminali uniti alla connivenza e impacchettati dalla corruzione politica fanno sì che nel nostro Belpaese dilaghi il lavoro nero. Non solo quello raccontato dalle relazioni della DIA (Direzione Investigativa antimafia), dai Global Slavery Index, o dai libri di Saviano. Ma il lavoro nero che si muove nella zona d’ombra tra sistema criminale e illegalità, quello che fa di Mafia Caporale un sistema “liquido”, per usare un’abusata espressione di Bauman. Liquido non solo perché capace di insinuarsi velocemente nel tessuto sociale, ma anche perché questa metamafia per restare in piedi ha bisogno di drenaggio di liquidi: di denaro. Che accumula sui salari di braccianti, camerieri, commercialisti, prostitute, blogger.

Una mafia che esce allo scoperto non con i colpi di pistola in pieno giorno, in centro, quando nessuno vede niente. La mafia fotografata da Palmisano è simile ai tentacoli di una piovra: ti corteggia, ti “sfotte”, ti avvinghia e alla fine non ti lascia più andare.

Una lettura faticosa nella semplicità del suo linguaggio, nell’immediatezza delle sue immagini, addolcita dalle note di Dalla e Cobain e dagli sprazzi di Pollock e Kandinsky. Faticosa perché costringe a fare i conti con la realtà, la nostra, forse e paradossalmente, la più democratica della storia dalla seconda Repubblica ad oggi. Perché davanti a Mafia Caporale siamo davvero tutti uguali. Sospesi al filo dell’indifferenza come quella frase al centro della quarta di copertina del libro: “Tutto questo accade ogni giorno in Italia”.

(di Anna Piscopo)

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