Analfabetismo funzionale: l’Italia nel mirino

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E’ la nuova piaga sociale e colpisce le persone che, nonostante siano in grado di leggere e scrivere, mostrano difficoltà ad applicare queste competenze nella vita quotidiana. Ecco chi e quanti sono i low skilled italiani, secondo l’indagine PIAAC

Si chiama analfabetismo funzionale la piaga che affligge la società odierna. Si tratta di un disturbo legato alle capacità di lettura e scrittura e, in particolare, alla loro applicazione nella vita quotidiana.

Con il termine analfabetismo funzionale, infatti, si intende l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni di tutti i giorni; in sostanza, le persone affette da questo disturbo, pur essendo in grado di leggere, scrivere e contare, non sono in grado di utilizzare queste capacità per estrapolare ed elaborare le informazioni necessarie per affrontare i problemi pratici della quotidianità.

In altre parole, gli analfabeti funzionali posseggono un grado di alfabetizzazione insufficiente rispetto alla complessità della società contemporanea. In Italia, il problema dell’analfabetismo funzionale ricopre, oggi, lo stesso rilievo che, anni fa, aveva l’analfabetismo tout court. Analizzando i dati emersi dallo studio “The Survey of Adult Skill” condotto su 33 paesi e firmato dal programma PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e per lo sviluppo economico), si può affermare che tale disturbo è la conseguenza di una società che si è certamente evoluta, superando scogli apparentemente insormontabili nel secolo scorso ma che, sul lato pratico, presenta ancora gap sociali evidenti.

I dati dell’analisi PIAAC, elaborati per l’Italia dall’Osservatorio Isfol, mostrano come nella penisola sia presente la percentuale di analfabeti funzionali più alta d’Europa, , nonostante il tasso di alfabetizzazione sfiori il 100 per cento.

Nello specifico, l’analfabetismo funzionale inibisce la crescita delle capacità che restano ferme, di fatto, all’elementare competenza di lettura, scrittura e conto. Ecco perchè, questo disturbo è legato a stretto nodo al concetto di low skill (bassa abilità): le persone affette da analfabetismo funzionale, infatti, non riescono a contrapporre alla complessità della vita quotidiana un grado di competenze appropriato. Sono i cosiddetti low skilled, presenti in percentuali allarmanti in molti paesi europei, secondo l’indagine condotta dall’Ocse.

In Italia rientra in questa categoria il 27, 9% della popolazione compresa tra i 16 e i 65 anni (52,6% uomini e il 47,4% donne). Nonostante, il numero più elevato di low skilled sia concentrato nelle fasce di età avanzate, la percentuale di giovani risulta comunque rilevante: si registra il 9,6% tra i 16 e i 24 anni e il 15% tra i 25 e i 34.

Dall’analisi risulta evidente il ruolo primario dell’istruzione all’interno del processo di sviluppo e ampliamento delle capacità. Il 75% dei low skilled, infatti, possiede un titolo di studio inferiore al diploma. Nonostante tale evidenza, è comunque allarmante notare che il 20,9% è in possesso di un diploma e il 4,1 % una laurea. Dall’indagine emerge, infatti, un cospicuo numero di giovani adulti con scarsa alfabetizzazione funzionale anche in presenza di un titolo a cui sono legate aspettative ben diverse.

E’ questo, probabilmente, il dato più interessante su cui riflettere. Lo studio del PIAAC, infatti, induce una riflessione su due fronti paralleli e complementari. Da una parte è innegabile il ruolo fondamentale dell’istruzione nell’ acquisizione di high skill (abilità elevate): arrestare precocemente il percorso di studi coincide con un’alta probabilità possedere competenze di basso livello, insufficienti per rispondere con prontezza e professionalità alle sfide del mondo moderno.

Dall’altra, è necessario sottolineare l’inadeguatezza del sistema formativo italiano che, tuttora, restituisce alla società un numero non indifferente di laureati privi di quel raggio di capacità che dovrebbero naturalmente scaturire dal percorso di studi portato a compimento. A ciò si aggiunge il fatto che gli analfabeti funzionali provengono soprattutto da famiglie culturalmente svantaggiate, nelle cui case circola un numero esiguo di libri. Alla formazione scolastica, dunque, è necessario associare ricerca, curiosità e stimoli che soltanto il nucleo famigliare può trasmettere quotidianamente.

Tanto l’assenza quanto l’inadeguatezza dell’istruzione si ripercuotono, di conseguenza, sulla carriera lavorativa. Secondo i dati, infatti, poco più della metà dei low skilled risulta occupato, il 10% è disoccupato e il 39% non appartiene alle forze lavoro (tra questi, solo il 12,4% è in pensione, il 15 si dedica ad attività domestiche e il 5% è rappresentato da studenti).

Il quadro che emerge, dunque, non è certamente positivo, soprattutto in un momento storico in cui le raccomandazioni internazionali indicano il capitale umano come driver fondamentale nel percorso di crescita intelligente e sostenibile dei Paesi. I dati dell’analisi PIAAC, infatti, suggeriscono una duplice riflessione legata, da una parte, alla creazione di nuovi percorsi di apprendimento capaci non soltanto di formare le nuove generazioni ma anche di includere, reinserire e “tenere dentro” le persone in evidenti svantaggi sociali e culturali. Contemporaneamente risulta necessario sviluppare un sistema sinergico tra mondo dell’istruzione e realtà del lavoro per permettere il potenziamento e l’arricchimento costante di quelle competenze che, se non coltivate e alimentate, rischiano di restare ferme al grado iniziale, senza alcuna possibilità di evolvere e raggiungere un livello di sviluppo notevole e adeguato al cambiamento dei tempi.

(di Giulia Cara)

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