Scoperti sette esopianeti: la Terra ha sette sorelle

La NASA annuncia la scoperta un sistema solare a 40 anni luce dalla Terra, composto da sette esopianeti. Almeno tre di essi hanno condizioni adatte a ospitare forme di vita. Forse non siamo soli nell’universo

Nuntio vobis gaudium magnum: forse c’è vita oltre il sistema solare. Sì è vero, la notizia non è del tutto confermata, ma di certo è di quelle che si sentono una volta nella vita, non come l’annuncio della scomparsa di Angela Lansbury o l’apertura di una crisi di governo in Italia. La NASA ha annunciato che un gruppo di scienziati guidati dall’astronomo Michaël Gillon dello STAR Institute dell’Università di Liegi ha scoperto non uno, non due, ma ben sette esopianeti, di cui tre con una struttura adatta a ospitare la vita.

Ma andiamo con ordine. Partiamo dalla definizione di esopianeta, che non è nient’altro che un pianeta al di fuori del nostro Sistema Solare. Questo genere di corpi celesti non sono facili da individuare in quanto non brillano di luce propria come le stelle. Proprio per questo, per scovarli è necessario utilizzare una serie di riscontri incrociati di diversi telescopi. Il piccolo gruppo di pianeti scoperti dagli scienziati ruota attorno a una nana rossa, una stella più piccola e più fredda rispetto al nostro Sole. Inoltre tre dei sette corpi celesti sembrano avere caratteristiche simili alla Terra e dunque ideali per ospitare forme di vita.

Il piccolo sistema solare si trova a circa 40 anni luce dal nostro che, viste le proporzioni dell’universo, è un po’ come dire che sta dietro l’angolo. Per fare un paragone è come se questi sette pianeti fossero Ostia e noi stessimo a Roma. Vicini certo, se non fosse che l’unico mezzo per arrivare è la terribile ferrovia Roma-Lido. Perché in fondo è questo il nostro problema: loro sono lì, vicini, quasi a portata di mano, ma noi non abbiamo i mezzi per raggiungerli. Almeno per il momento.

Comunque dopo i primi attimi di euforia mista a smarrimento, dopo aver superato le prime ansie da invasione aliena, si è cominciato a ragionare su quelle che sono le questioni realmente importanti legate a questa scoperta: come chiamare i corpi celesti? La domanda è tutt’altro che scontata. Normalmente gli esopianeti vengono chiamati con il nome della loro stella di riferimento (nel nostro caso Trappist 1) accompagnato da una lettera, ma questa volta sembra che internauti e autostoppisti galattici non vogliano accontentarsi di qualcosa di tanto asettico. Sul web già impazzano i forum e le discussioni su quelli che potrebbero essere i nomi di questi magnifici sette. Addirittura c’è chi ha proposto una petizione per chiamare uno dei pianeti Namecc. Gli appassionati di Dragon Ball sanno di cosa stiamo parlando.

Ora ovviamente tutti a dire che non potevamo essere soli nello spazio, che di segnali ce n’erano tanti, che gli avvistamenti di UFO non potevano essere solo frutto dell’immaginazione. A parte tutti i sapientoni pseudo-scienziati della domenica che affollano i social network, qualcuno lo aveva detto già in tempi non sospetti che la terra non poteva essere l’unico pianeta abitato dell’universo. E non stiamo parlando di Einstein, che già si era preso la sua rivincita con le onde gravitazionali, ma bensì della scienziata Ellie Arroway alias Jodie Foster, che nel film “Contact” affermava molto lucidamente che se ci fossimo solo noi nell’universo saremmo davanti a un enorme spreco di spazio. Certo un’analisi un po’ da casalinga disperata, un’asserzione basata sui conti della serva, ma di fatto assai concreta.

Quel che è certo è che per il momento c’è ancora molto da fare. Per quella che è la situazione attuale, passi stappare una bottiglia di spumante, ma vista la tecnologia di cui siamo in possesso e le nostre conoscenze scientifiche sembra essere prematuro finire l’intera riserva di bollicine in cantina. Bisogna capire se davvero su qualcuno di questi esopianeti c’è vita oppure no. Contestualmente, sarebbe necessario pensare a nuove soluzioni di trasporto per raggiungere questi corpi celesti o quanto meno a delle sonde in grado di arrivare fin laggiù, a quaranta anni luce dalla Terra, senza sfracellarsi al suolo al momento dell’atterraggio. Finché non saremo in grado di trovare delle soluzioni per questi problemi, dovremo accontentarci di vedere gli alieni solo sul grande schermo.

(di Christopher Rovetti)

 

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